Giunta alla terza serata di una sei giorni valenciana ricca di musica e di vita, vedo straripare finalmente la meravigliosa sala del 16 Toneladas, locale che regala sempre cartelloni interessanti. Il pubblico, mediamente più giovane di quello a cui sono abituata e con l’aria di essere lì per divertirsi, sembra pronto a scatenare il putiferio sotto il palco, lasciandosi travolgere dall’euforia del ritmo diavolesco e coinvolgente di una fra le band più cool della Grande Mela, i Daddy Long Legs.
In realtà, immersi in una febbrile e vivida allegria, l’educazione e il gran rispetto della platea spagnola, riesce ancora a impressionare chi è abituato, invece, a modalità da baraccone. Da diversi anni in giro per l’Europa, mi ritrovo a dover inseguire i Daddies in Spagna. Le flebilissime speranze di vederli qui, persino dopo il successo dei recenti album, l’ultimo Street Sermons e il precedente Lowdown Ways, hanno ormai lasciato spazio solamente a un desiderio. A farla da padrona, in una caldissima serata, la reputazione di una band che si è votata al rock and roll urbano più ruvido e spontaneo, che fonda sanissimi principi sulla sacralità di vecchi standard, ma ringiovanisce la sua musica attraverso un’energia chiassosa da juke joint.
Apertura da bacini mobili, con una Long John’s Jump «senza parole» che riscalda l’atmosfera, iniettando quella dose di somma eccitazione che apre a una Ramblin’ Gamblin’ Man, originale di Bob Seger, allucinata e sregolata. Al quarto pezzo, Blood From a Stone, una ballata che risale a dodici anni fa, i Daddies sono già sudati.
Appena il tempo di riprendere un poco di fiato e ci si tuffa dentro a una Dr. Boogie che muove l’intera platea. Un percorso anfetaminico che vedrà in scaletta i pezzi dall’ultimo album e slanci acrobatici in un più lontano passato, quando i tre compagni d’avventura, ancora giovanissimi, suonavano sui marciapiedi di New York e incidevano per Norton il loro primo singolo, niente di meno che un’interpretazione acerba di Cocksucker Blues dei Rolling Stones, abbinata a The Under Assistant West Coast Promotional Man con Andy Shernoff (The Dictators) alla guida e al microfono.
Lo spettacolo innesca groove tirati fino all’estremo, dall’anarchia in open G della chitarra di Murat Akturk e dalla focosa armonica di Brian Hurd, infradiciati da robusti ritmi e blues di strada, modellati su una generazione di musicisti che stringono la mano al punk e alle distorsioni della città. Nightmare, Theme from Daddy Long Legs, che fanno cantare tutto il pubblico, una Pink Lemonade vibrante, poi Evil Eyes, piuttosto fedele alla vecchia versione, e il rock and roll da ballo di Winner Circle, l’ipnotismo di Death Train Blue e la provocatoria Been a Fool Once, a metà strada tra il rhythm and blues e il glam da negozietto di cianfrusaglie.
Soprattutto nessun protagonismo, quanto piuttosto una ben solida azione di squadra e una scenica presenza sopra al palco, a seminare prediche e sermoni intorno alla materia. Aggiungerei, ancora: ragazzotti che della preziosa «scuola obbligatoria», quella dei padri fondatori Lightnin’ Hopkins o Elmore James, rimangono volenterosi allievi, assistendo con modestia, un paio di giorni addietro, all’esibizione di zio Bobby Rush (sempre al 16 Toneladas), mescolandosi fra lo sparuto pubblico della serata.
Il nucleo storico della band newyorchese ha sempre avuto un fantasioso mood libero dai bassi, dove la slide distorta di Murat Akturk, le incursioni del frontman Brian Hurd, che prevedono talvolta una chitarra dobro e il martello di Josh Styles, dietro alla batteria addetto a misurare il groove senza mai abbassare il tiro, arrivano a comporre un bluesabilly rock’n’roll da infiammare gli animi. Le tastiere di Dave Klain, in supporto dopo l’ultima registrazione che ha invece visto un ospite speciale come Oakley Munson (The Black Lips), danno gradazione a un suono già riempito da overdrive e oscillazioni, che convogliano in furiosi boogie.
Tornare a casa dopo uno spettacolo del genere, lascia strascichi di sensazioni elettriche per tutta la nottata, ma soprattutto insinua i soliti interrogativi: per quale ragione il nostro Paese sembra non poter godere del lusso di ospitare band minori dal preziosissimo talento? Nella speranza che qualcuno prima o poi riesca a dar loro voce, tocca impiegar le ferie in questo modo.




