Nato nello Stato di New York ma legato alle radici del Sud Italia, Joseph Martone incarna nel suo songwriting una doppia geografia. Formatosi oltreoceano, con sangue di Vitulazio (nel casertano), ha costruito una voce scura e polverosa in cui folk, Americana e una forte sensibilità cinematografica si fondono in un linguaggio essenziale e viscerale. Dopo l’esperienza con i Travelling Souls e il debutto solista con Honey Birds (2020), prodotto da Taylor Kirk dei Timber Timbre, Martone torna con Endeavours (2026), registrato tra Italia e Canada insieme a Kirk e Mike Dubue: un disco in bianco e nero attraversato da echi di Leonard Cohen, Nick Cave, Tom Waits ed Ennio Morricone. In questa intervista racconta il percorso umano e artistico che ha portato alla realizzazione di un album stratificato, oscuro e luminoso allo stesso tempo.

Il tuo percorso è segnato da una doppia appartenenza culturale italoamericana. Come si è sviluppata la tua carriera, dagli anni con i Travelling Souls a oggi?
Indubbiamente infanzia e adolescenza sono state segnate dalla cultura USA, vivendo e legandomi indissolubilmente al blues e alla jam americana. Negli anni successivi, prima con il rientro stabile in Italia e poi con la perdita di una persona cara, ho iniziato propriamente a scrivere canzoni, assorbendo molto di più la cultura e l’eredità musicale italiana, soprattutto per quanto riguarda melodie e arrangiamenti, il cui sbocco naturale è stato l’avventura dei Travelling Souls, una sorta di supergruppo con amici musicisti italiani e non. Sono questi i riferimenti alla mia doppia appartenenza culturale che hai citato.
Guardando oggi a Honey Birds, lo percepisci come un punto di arrivo o l’inizio di una ricerca più ampia?
Sicuramente Honey Birds ha segnato un cambiamento nel mio modo di scrivere, principalmente negli arrangiamenti. Ma, al di là dell’estetica di una canzone, è stato un incontro che è coinciso con la necessità di raccontare un periodo cupo della mia vita. Immagino sia questa la chiave dell’alchimia creatasi tra noi. Per questo motivo non lo reputo né un arrivo né un inizio, ma semplicemente la naturale attitudine alla ricerca musicale portata avanti nel corso della mia vita.
Com’è nata la collaborazione con Taylor Kirk?
Ho la fortuna di gestire qui, in provincia di Caserta, il Mr. Rolly’s, un locale dove proponiamo live di musica indipendente da oltre vent’anni. Questo ha fatto sì che conoscessi la scena di Montréal tramite gruppi e persone poi divenuti amici, e tramite radio FIP mi sono appassionato alla musica di Taylor, di cui era anche produttore.
Quando e come ha iniziato a prendere forma Endeavours?
Dopo il Covid ho raccolto un po’ di idee che avevo buttato giù nel periodo forzato di pausa e le ho integrate con altri pezzi più datati (come True Times). Poi, dopo un po’ di concerti insieme a Timber Timbre in cui ragionavamo sul progetto, abbiamo deciso di rinchiuderci in studio per un nuovo disco. Lui era reduce da una produzione con Mike [Dubue, ndr] e mi ha prospettato l’idea della collaborazione, che ho accettato al volo.
Le canzoni erano già definite prima di entrare in studio o il disco si è costruito progressivamente attraverso il lavoro nei diversi studi e il confronto con Taylor Kirk e Mike Dubue?
Appena entrati in studio, non era tutto definito, ma avevamo quello che definirei lo scheletro delle canzoni, in cui poi è venuto fuori tutto il genio di Mike, soprattutto nella soluzione degli arrangiamenti.
Ascoltando il disco emergono echi di artisti come Leonard Cohen, Tom Waits e Nick Cave, per l’essenzialità del linguaggio e la forza evocativa delle immagini. Quali sono stati i tuoi riferimenti durante la scrittura?
Ovviamente hai nominato mostri sacri che sono pilastri del mio bagaglio musicale. Credo, però, che le influenze durante la scrittura possano essere tante, penso ad esempio al cinema d’autore, sia italiano sia francese, o ad altri generi che mi porto dietro da sempre e coltivo ancora, collezionando dischi o tramite la direzione artistica del locale di cui ti dicevo.
Il disco ha infatti una forte dimensione cinematografica e richiama un immaginario western, che rimanda inevitabilmente a Morricone e a un certo cinema italiano. Ti senti più vicino a un’idea di colonna sonora emotiva che a una forma-canzone tradizionale?
Cerco di raggiungere sempre l’equilibrio tra l’immaginario a cui vorrei rimandare, ed è legato prettamente ai momenti di totale libertà creativa, e la stesura della forma canzone che si definirebbe più tradizionale. Riguardo al cinema, approfondendo la conoscenza con Mike, abbiamo scoperto la passione in comune per le soundtrack del cinema italiano, che per me rappresentano anche un rimando all’infanzia vissuta in USA.
C’è un brano in Endeavours che senti come fulcro dell’intero disco?
Se dovessi trovare un brano identificativo direi Bright Morning Doubt. In primis perché è un brano che ho composto per la prima volta al piano, quindi con uno strumento compositivo diverso dalla chitarra. In qualche modo ha fatto da apripista al disco, sia per la modalità di composizione che per il tema trattato, e che poi ho esteso a tutto il disco, ovvero le separazioni, gli allontanamenti e la conseguente maniera di vivere dopo di essi.
L’album è stato registrato in tre studi molto diversi tra loro. È stata una scelta pianificata fin dall’inizio o un percorso costruito strada facendo?
No, non c’è stata pianificazione vera e propria, anche se c’era l’idea iniziale di arrivare allo Studio Cimetière [in Québec, Canada, ndr], così come avevamo stabilito già in principio di registrare insieme a Fabrizio Piccolo all’Auditorium [Novecento di Napoli, ndr], sia per il fascino sia per l’ambiente dello studio. Lo Studio Cimetière è il luogo dove Mike riesce a esprimersi al meglio e quindi ci è parso naturale lavorarci. A Ravenna, all’Al Mare di Francesco Giampaoli, è stato il momento della rifinitura del tutto, dei dettagli direi.
Qual era l’idea di base nell’uso dei tre studi durante la registrazione?
Vista la caratura della band, l’idea di base era di registrare live e catturare l’essenza e l’ambiente della sala dell’Auditorium, con sezione ritmica, voci, chitarre, string e il resto. Il cuore del disco è questo, a cui è stata aggiunta poi ovviamente anche una fase successiva di post-produzione.
Quanto spazio è stato lasciato all’improvvisazione e alla riscrittura dei brani durante il lavoro in studio?
Lo spazio all’improvvisazione è stato tanto, proprio per valorizzare tutto il talento dei musicisti di cui ho avuto la fortuna di circondarmi. Siamo, tuttavia, rimasti abbastanza fedeli alla mia scrittura iniziale.

Dal punto di vista tecnico, come sono stati registrati i brani?
Dalla scelta degli studi si intende che la registrazione è stata fatta completamente in analogico, compresa la scelta degli outboard, tra cui una rara effettistica italiana vintage anni ’60 o chitarre Wandrè della stessa epoca. Poi, per rifiniture e dettagli finali, abbiamo utilizzato anche il digitale.
In molte tracce l’ambiente diventa un vero e proprio strumento espressivo. Quanto è stato centrale sfruttare il riverbero naturale degli spazi?
Abbiamo cercato di sfruttare il più possibile gli ambienti naturali, tanto all’Auditorium quanto allo Studio Cimetière, una chiesa sconsacrata che Mike conosce profondamente, integrando questo con il processo di riprese microfoniche e mix fatto step by step, sottraendo così lavoro alla post-produzione e donando maggiore fedeltà sonora.
Mi interessa particolarmente il ruolo dello Studio Cimetière, proprio per il tipo di suono stavate cercando di ottenere. Puoi spiegarci meglio su cosa vi siete concentrati là?
Abbiamo realizzato cori e orchestrazioni al Cimetière, sfruttando il riverbero naturale della chiesa. Come ti dicevo, è un luogo che per struttura si presta perfettamente a un certo tipo di sound e che Mike sa valorizzare al massimo.
Taylor Kirk e Mike Dubue hanno approcci diversi ma complementari. Puoi spiegare concretamente come sono intervenuti nel lavoro?
Hanno sicuramente un approccio diverso, così come sono diversi i momenti della produzione in cui è stato più rilevante il ruolo di ognuno. Ho seguito Taylor maggiormente nella pre-produzione anche per il rapporto personale che ci lega, così come in studio le idee estemporanee di cui è capace sono state un valore aggiunto, mentre in fase di orchestrazione è uscita fuori certamente l’attitudine di Mike. È sempre lui che ha cambiato il destino di un brano del disco: Overboard ha subito una trasformazione sulla cui direzione siamo stati tutti d’accordo.
Il clavicembalo è uno degli elementi più sorprendenti di Endeavours. Come è nata l’idea di renderlo così centrale e di farlo dialogare con il resto?
Sapevo che il clavicembalo è uno strumento che, come sonorità, con Mike ci rimanda a influenze comuni di cui ti parlavo, come Morricone o Scott Walker. Averlo in studio a Napoli ha di certo orientato alcune scelte stilistiche e gli ha fatto assumere un ruolo importante. La conoscenza di Mike dello strumento ci ha consentito, come dici, di dialogare con il resto degli strumenti.
Hai già in programma un tour promozionale per Endeavours? Puoi anticiparci qualcosa?
Faremo una presentazione il 20 febbraio all’Auditorium di Napoli e altri showcase di presentazione, tra cui record store, sparsi per l’Italia. Poi, in autunno, partirà il tour europeo con la band con cui stiamo curando il suono per il live.
Come stai pensando di tradurlo dal vivo?
Un live tanto in continuità quanto in evoluzione con Honey Birds, sicuramente più orchestrale, più dettagliato e che rispecchi il più possibile la complessità compositiva del disco.



