Recensioni

Dave Alvin, Live In Long Beach – 1997

davealvinDAVE ALVIN
Live In Long Beach – 1997
RockBeat
***1/2

«È un piacere trovarmi di nuovo nell’università dove mi sono quasi laureato»: così introduceva la propria esibizione Dave Alvin, nell’estate del 1997 e quindi a pochi mesi dalla pubblicazione dello splendido Blackjack David (suo quinto album solista dopo l’avventura dei Blasters), di fronte alle 1000 persone radunate nel Carpenter Performing Arts Center dell’ateneo di Long Beach, California, per uno degli spettacoli della rassegna Blues Unplugged. Inserita nel contesto del Festival Blues di Long Beach (dal 1980 al 2010, la kermesse di genere più rilevante di tutta la Costa Ovest, seconda solo al Festival di San Francisco), la manifestazione promuoveva spettacoli dove artisti degli Stati del Sud potessero collaborare in libertà, e difatti Alvin si trovò a suonare in compagnia di Billy Boy Arnold (armonicista di Chicago responsabile di diverse incisioni con Bo Diddley e, nel ’55, di quella I Wish You Would poi “coperta” dagli Yardbirds), Clarence “Gatemouth” Brown (chitarrista, ma soprattutto virtuoso del violino, dedito alla fusione di blues e tradizioni cajun) e Joe Louis Walker (altro chitarrista blues, stavolta proveniente dalla Bay Area).
La performance (semi)acustica, oggi recuperata dalla sempre attenta RockBeat, prevedeva un set solista di Alvin e tre momenti di improvvisazione con gli altri artisti: una serata, insomma, all’insegna di Lightnin’ Hopkins e del blues polveroso tipico del Texas orientale, con l’eccezione del sipario di Brown, che, unendo il suo violino alla sei corde del nostro Dave, preferì lanciarsi in una trascinante parentesi di purissimo zydeco, incorniciato da western-swing (San Antonio Rose), bluegrass (Wabash Cannonball) e spedite versioni di due classici del fais do-do – la musica da ballo della Louisiana meridionale – come Jolie Blonde e Jambalaya, quest’ultimo un brano di Hank Williams ispirato proprio al tradizionale cajun Grand Texas.
Pur piacevolissimo e ancorché illuminato dal suddetto, squisito stacco a opera di Brown e Alvin, Live In Long Beach – 1997 rimane un prodotto per connoisseurs della materia, per chi del blues possieda un’infarinatura tutt’altro che statica o marginale. Essenzialmente per due motivi, e cioè perché, in primo luogo, il Dave Alvin chitarrista stripped, benché giudizioso, non vale la fantasia e il mordente di quello elettrico, e in seconda battuta perché le sue lunghe jam strumentali (comunque tutte avvincenti) potrebbero spiazzare un po’ la pazienza dei neofiti. Per tutti gli altri, invece, sarà un piacere assaporare, dalla sequenza in solitaria di Alvin, il folk-blues scorticato di East Texas Blues, una strisciante Long White Cadillac simile a una parafrasi a spina staccata di John Lee Hooker o una prima esercitazione sulla Tell Me How You Want It Done di Big Bill Broonzy affiorata lo scorso anno, in via ufficiale, nell’ultimo Common Ground (primo lavoro realizzato a quattro mani col fratello Dave in seguito allo scioglimento dei Blasters avvenuto nel 1985), e alla fine sentirlo spremere ogni goccia di mestiere sullo strepitoso congedo di Long Way Home, mentre la slide di Walker e l’armonica di Arnold tagliano il brano con ferocia inusitata e, al tempo stesso, innegabile divertimento, dimostrando come si possa giocare con il blues e le sue anomalie senza mai smettere di prenderlo sul serio. Non sarà un disco imperdibile, Live In Long Beach – 1997, ma contiene una gioia di suonare subito percepibile, di cui invano si cercherebbero tracce in prodotti meglio (o alla perfezione) oliati. Basta questo, in fondo, per renderlo interessante e, nonostante la location universitaria, tutt’altro che accademico.

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