Grande serata all’Arcimboldi, di fronte a un pubblico accorso numeroso per assistere al concerto di David Byrne relativo al tour di Who Is the Sky?, durante il quale l’artista, dai capelli ormai bianchi, ha proposto i nuovi brani del recente album e alcuni dei suoi vecchi successi. In quasi due ore di esibizione, le canzoni di Byrne hanno attivato il corpo (tutto il pubblico era invitato a ballare) e la mente (grazie ai commenti dell’artista e alla scelta dei video mostrati in scena).
Quello del musicista (di origini scozzesi) non è un semplice concerto, bensì uno spettacolo vero e proprio, perché le coreografie, le luci, gli effetti scenici, le clip e i performer presenti sul palco concorrono tutti alla costante animazione di una «scena» acustico-visiva nella quale i suoni sono uno dei tanti ingredienti. Tutti i musicisti — percussioni, batteria, tastiere, basso, chitarra elettrica e, in alcuni casi, sax e violino — «indossano» gli strumenti, niente è fissato al palco: tutto dev’essere dinamico. Gli strumentisti, quindi, si muovono continuamente, insieme ai quattro ballerini, in coreografie studiate nel minimo dettaglio: tutte le entrate in scena, tutte le azioni, avvengono in sincrono, trasformando lo show in qualcosa di davvero unico e, per certi versi, inaudito.
Il ritmo è dettato da quattro percussionisti che picchiano sui tamburi e da una bravissima e giovane bassista i cui assoli incantano la platea. Sono dodici, gli «attori» sul palco, e tutti indossano un completo blu (rosso il giorno dopo): durante il concerto, i nomi dei ragazzi compariranno sullo schermo e per il pubblico sarà facile identificarli, perché il nome li seguirà nei movimenti sul palco — un’idea semplice e molto originale.
La serata si apre con Heaven, dedicata alla Madre Terra («L’unico pianeta che abbiamo e di cui dobbiamo averne cura»), a cui seguirà Everybody Laughs, singolo apripista del nuovo album, semplice ma dal testo per nulla banale. Dopo una lunga sezione dedicata ai nuovi brani (T shirt si avvale delle scritte spiritose che a volte compaiono sulle magliette estive, un altro modo per studiare l’America), il pubblico si alza dalle poltrone con This Must Be the Place, brano che dà il titolo all’omonimo film di Paolo Sorrentino (nel lungometraggio del regista italiano se ne contempla una versione live spettacolare per fantasia artistica). Sullo schermo compaiono poi, per Houses in Motion, ambienti metropolitani e panorami bucolici.
Inoltre, Byrne omaggia ogni paese toccato dalla tournée con immagini dedicate: per rappresentare l’Italia, sceglie delle persone sorridenti, sui balconi, in una giornata di sole, mentre le bandiere tricolori inneggiano al 25 aprile. Per raccontare il Covid e i suoi effetti, David ci porta dentro casa propria (sullo schermo appare l’immagine panoramica del suo loft newyorchese), e il titolo della canzone — My Apartment Is My Friend — racconta la sua vita da recluso durante quel periodo.
Prima della conclusione, Byrne interpreta Hard Times dei Paramore, gruppo statunitense spesso ispiratosi ai Talking Heads e alle sonorità pop tipiche degli anni Settanta e Ottanta. Oltre alla visione pacifista e onirica, l’artista ci tiene a farci conoscere il suo punto di vista sull’attualità: dallo schermo propone una serie di filmati con pestaggi da parte dell’ICE e della polizia americana (con reazione immediata e rumorosa da parte del pubblico milanese), nonché altre nefandezze compiute dagli umani.
Verso il finale, Psycho Killer va «in onda» in un gioco di luci dove l’ombra del cantante, come in un film dei fratelli Marx, si muove indipendentemente dal corpo, un’altra genialità uscita dal cappello del mago Byrne. Al termine della performance, David gioca pesante, estraendo dal cilindro Life During Wartime e Once in a Lifetime. Il concerto si concluderebbe qui, ma richiamati dal pubblico, i musicisti rientrano in scena per una splendida versione a cappella di Everybody’s Coming to My House e per un’energica Burning Down the House, con gli spettatori felici e danzanti.
Un breve commento: il concerto trasuda gioia, amore e gentilezza perché, come afferma Byrne, «mostrare amore e gentilezza è il nuovo punk. Amarsi ed essere gentili con gli altri è la nuova resistenza». Io spero davvero che abbia ragione. Infine, applausi allo staff tecnico che regge il tour: il coreografo merita senza dubbio una menzione speciale perché la parte visiva dello spettacolo è davvero unica. Stupisce poi la qualità del suono, le voci (seppur in movimento) risultano sempre impeccabili, nessun larsen, nessun intoppo, nessuna pausa per collegare gli strumenti. Complimenti a tutti.
David Byrne, a 73 anni, regge ancora il palcoscenico alla grande, muovendosi perfettamente a suo agio con ballerini che spesso hanno la metà delle sue primavere. Un concerto unico e bellissimo, per un artista originale sempre alla ricerca di nuove sonorità e di nuove soluzioni visive.
PS Le foto della gallery fotografica sono state scattate durante la seconda serata, quella del 22 febbraio.
Setlist
Heaven
Everybody Laughs
And She Was
Strange Overtones
Houses in Motion
T Shirt
(Nothing but) Flowers
This Must Be the Place (Naïve Melody)
What Is the Reason for It?
Like Humans Do
Don’t Be Like That
Independence Day
Slippery people
Moisturizing Thing
My Apartment Is My Friend
Hard Times
Psycho Killer
Life During Wartime
Once in a Lifetime
Encore
Everybody’s Coming to My House
Burning Down the House


