Del Fuegos live a Varese, 15/6/2026

Mauro Zambellini
5 minuti di lettura
Foto © Rodolfo Sassano

A volte ritornano, scriveva Stephen King, e i Del Fuegos sono tornati davvero, per la gioia dei tanti che li avevano scoperti, nel pieno degli anni Ottanta, con un album intriso di asfalti bagnati, luci al neon e romanzi d’amore. Quel mitico Boston, Mass. è l’ossatura dello show di oggi, un concerto con cento difetti, senza lo smalto del passato, ma che trasmette un’empatia che raramente mi è capitato di cogliere, negli ultimi anni, in uno spettacolo.

Suonano come una garage band o, se volete, visto la loro provenienza East-Coast, una bar-boogie band: il cantante Dan Zanes, capelli tinti di blu e fisico asciutto (come d’altro canto gli altri due della prima linea, il fratello e chitarrista Warren e il bassista Tom Lloyd, tutti e tre vestiti come fossero i Beatles agli esordi, con giacca e pantaloni neri e camicia a puntin) ha smarrito la sua ugola arsa e rabbiosa, ma è un intrattenitore da cabaret quando racconta aneddoti, scambia battute col fratello e benedice più volte il pubblico italiano (quello di Varese, ma anche quello di Chiari e Firenze), affermando che il rock non è morto, si è solo trasferito in Italia.

Lui e Warren sono una coppia affiatata, si prendono in giro e prendono in giro lo star system. Pur con voce stentorea, Dan comunica gioia e coinvolgimento, creando una situazione rock’n’roll da scorso secolo, quando sul palco di un club o di un piccolo locale, era l’immediatezza, la spontaneità, il non calcolo a creare sinergia tra l’artista e il pubblico, qui a Varese, trascinato sotto il palco come fosse parte dello show. Miracoli di un rock’n’roll da golden era, roba ormai fuori catalogo, niente nostalgia ma tanto disincanto, rimesso in circolo dai Real Del Fuegos, perfino incuranti di una cassa che gracchiava fastidiosa e complici di una festa che metteva tutti di buon umore.

Rispetto al passato c’è un nuovo batterista, Colin Brooks, e la cantante e moglie di Dan, Claudia Eliaza, i cui interventi vocali e le tastiere arricchiscono di soul il set, in particolare quando si esibiscono in I’m Your Puppet dei sudisti Spooner Oldham e Dan Penn, in If You Don’t Know Me by Now di Harold Melville e l’inaspettata Evil Ways di Santana. Riprese poco in linea col loro repertorio, ma coerenti con l’aplomb con cui i due Zanes maneggiano l’american music, senza steccati e gerarchie.

E se l’inizio del concerto pare un po’ titubante (con Hand in Hand e Backseat Nothing), ci pensano subito dopo Sound of Our Town, Night on the Town e i brani di Boston, Mass. a scaldare la scena, per poi dimostrare che la ruggine del tempo non compromette quanto loro siano veri e autentici, anche a 35 anni di distanza. Dan impugna una Squier e, duellando con la Telecaster del fratello, sprigiona un secco rumore rock n’roll, derivato dalle mille imitazioni di Chuck Berry. Lloyd gioca col suo basso e sgambetta (come Dan) creando una pulsazione continua, per un rock che ora è tagliente, ora romantico, sempre ricco di una energia  disordinata, istantanea, senza calcoli.

Non devono dimostrare nulla e ne sono consapevoli, ma è impossibile non essere coinvolti dalle ombrose I Still Want You e Coupe de Ville e dalle scudisciate di The Longest Day e Nervous and Shakey, per non dire di Mary Don’t Change (altro estratto dall’album d’esordio The Longest Day) e da Don’t Run Wild, cantata da un pubblico completamente soggiogato dalla loro musica e simpatia.

C’è posto nei due/tre bis anche per Have You Forgotten, per la canzone preferita dalla madre degli Zanes (ovvero Take It To The Limit degli Eagles, cantata da Warren) e per brani del discusso Stand Up (Long Slide (For An Out) e Wear It Like a Cape).

Per Smoking in the Fields (nel quale, in effetti, Warren non c’era più) ci sarà tempo in futuro. L’estemporaneità dei Real Del Fuegos non permette previsioni. Teniamoci stretto questo loro caloroso ritorno. Si esce dai Giardini Estensi immaginandosi d’infilarsi in una cabina telefonica, mettere il gettone e chiamare casa: «cara/o, ho visto il passato del rock n’roll, ha un po’ di polvere addosso e un filo di raucedine. Ma è vivo, arzillo e perfettamente in forma».

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