Turner Cody cresce a Boston prima di trasferirsi a New York nel 1999, appena diciottenne. La sua identità artistica prende forma nella «città che non dorme mai»: fin dagli esordi, Cody registra e autoproduce una serie di dischi muovendosi ai margini dell’industria e al centro della scena anti-folk. Nel corso degli anni, Cody si muove tra gli Stati Uniti e l’Europa e incarna una tradizione che guarda da Woody Guthrie a Daniel Johnston, filtrata però da uno sguardo personale, ironico e profondamente narrativo. Oggi, con Out for Blood, rivolge l’attenzione a un’America più interna e riflessiva, quella del Midwest: il disco segna una nuova maturità narrativa e sonora, e fa da punto di partenza per questa conversazione.

La carriera ti ha portato dall’anti-folk newyorkese al Midwest. I luoghi che hai vissuto hanno influenzato la tua scrittura? E, guardando agli esordi, cosa senti di aver imparato come cantautore?
Per rispondere prima alla seconda parte: sì, ho sicuramente imparato molto come cantautore. All’inizio potevo fare affidamento su un certo talento, ma col passare degli anni ho imparato le regole del mestiere. È stata un’educazione lenta. Trasferirmi nel Midwest mi ha aiutato ad ampliare la prospettiva. Ho capito che le canzoni non devono sempre essere «intelligenti» per essere buone.
Molti brani del nuovo disco sembrano radicati in una tradizione narrativa quasi biblica, sul confine tra bene e male. Cosa ti affascina in questo tipo di storytelling archetipico?
Penso che, con l’età, si arrivi a capire come la vita sia una cosa seria. Concetti come bene, male, peccato, redenzione: non sono solo idee astratte, sono realtà operative nelle nostre vite. L’arte e le canzoni hanno un ruolo nel confrontarsi con tutto questo.
Out for Blood è un disco molto riflessivo e radicato nella vita della middle-America. Come nascono le storie dei tuoi testi?
Cigarettes Inside è stata presa quasi interamente da un’esperienza reale. Altre canzoni, come Drinkin’ in the Land of Lincoln, sono invece storie esagerate, quasi favole. C’è sempre un po’ di verità, in mezzo, ma le mie canzoni sono per lo più finzione. L’idea è scrivere la canzone, non raccontare la verità.
Le tue melodie sono spesso essenziali, classiche. Cerchi deliberatamente di lasciare spazio alle parole, o succede in modo naturale?
Alcuni songwriter, come Leonard Cohen o Adam Green, sono straordinari nello scrivere melodie, ma non è mai stato uno dei miei punti di forza. Ogni tanto mi capita di tirare fuori qualcosa di unico e speciale, ma per lo più cerco di mantenermi semplice. Se le parole sono buone, suggeriranno da sole la melodia giusta.
A proposito di buone canzoni… mi viene in mente il brano con cui ti ho scoperto anni fa in radio, Better Days.
Qualunque songwriter è contento quando sua una canzone riesce a uscire nel mondo. È come avere un figlio che cresce e va ad Harvard o diventa medico. Vorrei solo che accadesse più spesso. La maggior parte delle mie canzoni lavora per il salario minimo.

Il tuo sodalizio con Nicolas Michaux, dopo Friends in High Places (2021), continua a dare frutti significativi. Come funziona il vostro processo creativo in studio e quanto è importante, in questo equilibrio, il ruolo della tua band, i Soldiers of Love?
Nicolas Michaux e i Soldiers of Love hanno cambiato completamente il mio modo di registrare, in meglio. Come produttore, Nico è sia uno che vede il quadro generale, sia estremamente attento ai dettagli. I Soldiers sono raffinati e sofisticati, non musicisti da garage o folk improvvisato. Non andiamo avanti finché non siamo sicuri che tutto funzioni musicalmente. È un processo più maturo rispetto a quello a cui ero abituato prima.
Ho letto che, in Out for Blood, John Prine, Townes Van Zandt e Kris Kristofferson sono stati riferimenti fondamentali. Oltre a loro, chi sono le tue influenze principali oggi?
Aggiungerei Hank Williams, Jimmie Rodgers, J.J. Cale e i Rolling Stones, tutte influenze fondamentali. Anche Miles Davis, per quanto riguarda il tono e il fraseggio. Tra gli artisti contemporanei non posso non citare Colter Wall, ma anche Mac DeMarco, Parquet Courts, Courtney Barnett, Marissa Nadler, Lucinda Williams, Taylor Kingman, Jessica Lee Mayfield.
Nei tuoi brani si percepiscono anche echi letterari, da Herman Melville ad Arthur Rimbaud: a quali autori attingi, a livello di narrativa e poesia?
Per quanto riguarda narrativa e poesia: Edgar Allan Poe, F. Scott Fitzgerald, Jerome D. Salinger, Philip Roth, Truman Capote, Saul Bellow, John Updike, William Styron, Fëdor Dostoevskij, Denis Johnson, Raymond Carver, David Foster Wallace, David Berman, Billy Collins, Michael Chabon. Per lo più, però, leggo libri di storia sulla guerra.
Come riesci a conciliare le tue radici folk/country con sonorità più moderne?
Penso che i miei istinti siano sempre piuttosto tradizionali. Come produttore, Nico sa di non doversi spingere troppo oltre, così non finisco per suonare troppo moderno. Sono un tipo all’antica.
Puoi raccontarci il processo di scrittura e arrangiamento di qualche brano tratto da Out for Blood?
Ogni canzone nasce in modi diversi. Drinkin’ in the Land of Lincoln l’ho scritta in macchina, dopo aver visto la targa dell’Illinois. L’avevo pensata come un brano country, ma la registrazione è finita per assomigliare a una specie di soul, e mi è sembrata una cosa bella. The Walls Are Closing in è arrivata in modo quasi magico. Non so da dove sia venuta. Volevo che la registrazione fosse semplice, per trasmettere l’atmosfera in modo delicato. Penso che ci siamo riusciti.
E invece Cigarettes Inside?
Cigarettes Inside l’ho scritta la mattina dopo che gli eventi raccontati nella canzone erano realmente accaduti. La frase we talked about drugs and women mi è venuta in mente all’improvviso. Potrebbe essere l’unica canzone che abbia mai preso interamente dalla vita reale. Racconta dell’ultimo concerto che ho suonato prima del Covid, a Nashville, nel 2020. La registrazione era inizialmente solo acustica; abbiamo poi aggiunto basso e chitarra di accompagnamento per farla dialogare meglio con il resto dell’album.
Ci sono canzoni del tuo repertorio precedente che oggi senti più vicine o significative rispetto al momento in cui le hai scritte?
Alcune canzoni che ho scritto nel corso degli anni mantengono, e anzi aumentano, il loro significato: Au Revoir, Ounce of Gold, Land of the Living, Time to Say You’re Mine, Crying in My Whiskey, The Score, Bed of Roses, Boozing and Losing. Quelle davvero buone restano.
Partirai per il tour europeo insieme ad Adam Green. Cosa ti entusiasma di più di questa tournée?
Sono molto entusiasta di tornare on the road con i miei amici e di lasciarmi alle spalle il Midwest! Amo l’Europa. Devo togliermi l’Illinois dal sangue. Tutto quello che si dice sull’Europa rispetto all’America è vero: caffè migliore, cibo migliore, architettura migliore, donne che sanno parlare di poesia e cinema, eccetera eccetera.
Guardando al presente e al futuro: qual è la canzone che senti più rappresentativa di te oggi? Come definiresti l’essenza della tua musica a chi non ti conosce, e quali sfide o esperimenti musicali ti incuriosiscono di più?
We Need Each Other è stata una rivelazione, sia nella scrittura sia nella registrazione. Non avrei mai pensato di scrivere una canzone così. Non ho idea di come ci sia riuscito. E non avrei mai immaginato che una mia registrazione potesse suonare così groovy. È una sola take, con la voce dal vivo. Quel tipo di scrittura e di registrazione è il futuro di Turner Cody. Insieme a tutto il resto dello stile più classico.



