DOS Duo Onirico Sonoro
Tech Umana
Filibusta Records
***1/2

Attivi già da qualche anno, i DOS (acronimo che sta per Duo Onirico Sonoro) sono una bella realtà, con già tre album all’attivo, formata dalla pianista Annalisa De Feo e dalla violoncellista Livia De Romanis. Sin dall’album DOS Duo Onirico Sonoro (2017), passando per Jouer et Danser (2018), fino a Floating (2023) la loro proposta musicale (fino al secondo disco coadiuvata dal batterista Marco Libanori) è volta a produrre una sorta di beyond jazz. Il fitto dialogo, infatti, di due strumenti acustici filtrato da un uso minimale ma efficace dell’elettronica dà forma a una musica aperta a proteiformi influenze e a inediti sviluppi.
E se nell’album di due anni fa tali intenzioni programmatiche iniziavano a palesarsi in maniera più decisa, con questo Tech Humana – prodotto come i precedenti dalla Filibusta Records – la relazione tra acustico ed elettronico, tra razionalità e istinto, tra il fattore umano e i gangli delle cifre binarie, addiviene ad una certa compiutezza. Cosa evidente già nell’incipit del lavoro, Thin Spark, campionario di bruiterie meditata che diviene brodo di coltura di accidentali e illumina(n)ti lacerti melodici e armonici. Preludio ottimale per la seguente All about thinking – che vede l’innesto di Jacopo Ferrazza al contrabbasso – gustosa interazione sulle orme tracciate da un inquieto tema dal delicato mèlos e dai garbati varchi improvvisativi.
L’arcano e primordiale suono della kalimba è alla base della trama di Kalim, musicalmente sospesa tra radici africane e sperimentazioni alla Howard Riley, alla quale segue From deep of the air, che ha il respiro, la tenue malinconia e la grazia delle migliori composizioni di Ryūichi Sakamoto eseguite con Jacques Morelenbaum. Di magnetica natura seducente è Tala, dove il violoncello della De Romanis, impreziosito da crepitanti schegge elettroniche e da parchi eterei vocalizzi, dipinge uno scenario di contrasti intrapsichici.
Capitolo a sé dell’intera opera è Shifting Landscapes, con il sax (processato elettronicamente) di Simone Alessandrini teso ad aprire inediti anfratti di lancinata interiorità che s’incaglia tra le spire ossessivo-ipnotiche di un contesto di algida techné. La title-track è exemplum ancor più stridente della contraddittoria dialettica tra umano e inumano/disumano/innaturale/irreale nel quale il verbo di certo Matthew Herbert coesiste con talune istanze di David Darling, pezzo che funge da preludio per Growing Spiral, come da titolo vortice che sembra un po’ l’evoluzione, declinata al virtuale, delle estetiche dei This Mortal Coil e dei Dead Can Dance.
La bonus-track, The Dawn, è, infine, l’implicito invito a sperare in una nuova aurora che ridia luminosità e centralità al fattore umano. Concludendo, indicativo, circa il restare umani, l’umano refuso nel nome del duo che campeggia sulla copertina. Disco interessante e progetto coerente.


