È morto Flaco Jiménez: il ricordo di Fabrizio Poggi

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Il grande fisarmonicista Flaco Jiménez ci lasciato qualche giorno fa, il 31 luglio 2025, all’età di 86 anni. Lo ricorda per noi l’armonicista, musicista e Cavaliere al Merito della Repubblica Italiana per meriti artistici Fabrizio Poggi.

Adios Amigo Flaco
Flaco Jiménez (1939 – 2025) 

Flaco Jiménez, per me, è stato il più grande fisarmonicista tex mex.  L’ho sempre adorato e ha in qualche modo influenzato tutta la mia musica. La sua fisarmonica suonata con Ry Cooder era pura magia.

Lo conobbi quando, nel 2009, scomparve Willy DeVille, un artista che ammiravo molto. Insieme ad Angelina decidemmo di tributarlo con una mia versione di quella che è per me la sua canzone più bella. Mentre l’arrangiavo pensavo che la fisarmonica di Flaco Jiménez avrebbe aggiunto qualcosa di suggestivo a un brano già di per sé davvero coinvolgente. Flaco la suonò, anche se non era proprio il suo genere, ma il risultato è quello, eccellente, che si sente nel mio disco Spirit & Freedom. Qualche tempo dopo, quando lo rividi in Texas, mi prese da parte e mi ringraziò. Mi disse «Avevi ragione, all’epoca non ero convinto di quel brano, mi sembrava lontano dalle mie corde, ma se lo ascolto adesso, quel pezzo mi piace tantissimo». E per me fu uno dei tanti onori che Flaco mi diede.

Nel 2010 decisi di registrare un live in Texas. Grazie al mio amico e fratello Donnie Price, organizzammo la serata nel teatro di Marble Falls, un piccolo paese nella Texas Hill Country, con tantissimi musicisti ospiti. Tra questi c’era anche Flaco. Avevo già lavorato con lui in studio, ma suonare con lui dal vivo, beh, non era un’emozione da poco. All’epoca suonavo ancora un organetto Castagnari e avrei dovuto suonarlo proprio davanti a lui. Flaco mi fece subito sentire a mio agio e, oltre a provarlo, mi chiese molte informazioni su quello che lui definiva un piccolo gioiello. 

Mi avevano avvisato che Flaco, come sua abitudine, non sarebbe stato puntuale, poteva arrivare addirittura con ore di ritardo. Quel giorno dovevamo cominciare le prove dei suoni alle 16.00 e inaspettatamente verso le 15.30 il mio amico Donnie corse da Angelina eccitatissimo e le disse: «Flaco is here!» (Flaco è qui!). Quel fatto di arrivare, non solo puntuale, ma addirittura in anticipo, divenne a poco a poco, nei giorni successivi, una leggenda in tutto il sud del Texas. Quando ci ritrovammo uno di fronte all’altro ci abbracciammo come padre e figlio. Mi vengono ancora le lacrime agli occhi ripensandoci oggi. 

È stata una delle serate più intense della mia vita. La scaletta comprendeva quattordici tracce e un ordine di entrata molto preciso da rispettare. Nei primi brani, vista l’età, doveva suonare Flaco Jiménez. Il suo manager, che era poi suo figlio, ci aveva chiesto questa cortesia, così da poterlo riaccompagnare a casa a un’ora consona. Accettammo di buon grado e concordammo un certo numero di brani da suonare insieme. Quando Flaco salì sul palco, il pubblico esplose in un’ovazione, accogliendolo come una star con sette minuti di applausi. Flaco suonò le canzoni da programma, poi lasciò il palco mentre si avvicendavano gli altri strumentisti. A un certo punto, mentre la band suonava, Flaco si avvicina ad Angelina, come sempre presente in cabina di regia e le dice: «Perché non mi hanno chiesto di suonare anche questa canzone?». Angelina, imbarazzata, venne a riferirmelo, con mio grande stupore. Ero felicissimo e preso dall’euforia chiesi al pubblico «Do you want that Flaco play one more song?» (Volete che Flaco suoni un’altra canzone?). Il pubblico esplose di nuovo e la sua fisarmonica riprese a suonare.

Uno dei ricordi più belli che ho di quella sera è l’impressione, bellissima, che Flaco non volesse più lasciare il palcoscenico, totalmente perso nella musica. Alla fine ha suonato in quasi tutto il concerto. Quando le luci si sono spente e il pubblico ha lasciato la sala io, esausto, mi sono seduto nei camerini, con una birra in mano. Un po’ intontito dalla stanchezza, sentivo qualcuno parlare nella stanza. Mi girai e Flaco, settantun anni suonati, era poco distante, anche lui con una birra in mano. La alzò verso di me, sorrise, e disse solo “painkiller”.

Da allora ho avuto il privilegio di chiamarlo “Amigo”, e questo mi basta. Anni dopo, quando incontrai per la prima volta Ry Cooder, una delle prime cose che mi chiese fu come fossi riuscito a convincere Flaco a suonare Jesus On The Mainline con me. Sorridendo aggiunse: «Io c’ho provato per anni senza alcun successo». Sorrisi anch’io, ci guardammo negli occhi e non ci fu bisogno di altre parole, proprio come in questo momento.

So long Flaco.

Fabrizio Poggi

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