Assenti dai palchi italiani da qualche anno, gli Earth di Dylan Carlson giungono al Magnolia di Segrate accompagnati da uno strascico di polemiche non indifferente. Di quello che era successo la sera prima a Bologna, per quella che avrebbe dovuto essere la prima delle due date della band nel nostro paese, ormai saprete già tutto, visto che sono stati impiegati ettolitri d’inchiostro (virtuale) per parlarne. Per chi ne fosse all’oscuro, sintetizziamo la faccenda dicendo che Carlson aveva chiesto che fosse rimossa una bandiera palestinese issata sul palco prima che vi salissero, ottenendo una risposta negativa dai ragazzi del TPO, cosa che ha portato alla cancellazione del concerto.
Ora non voglio, proprio perché se n’è parlato a lungo e perché un po’ tutto è stato detto al riguardo, addentrarmi eccessivamente nella vicenda, ma diciamo che probabilmente un terreno d’incontro lo si sarebbe anche potuto trovare. I ragazzi del centro sociale bolognese non hanno voluto cedere (anche giustamente, ci mancherebbe) su una cosa per loro (e per la maggior parte di noi, inutile far finta che non sia così) importante, ma allo stesso tempo anche Carlson aveva le sue sacrosante ragioni, ovvero il desiderio più che legittimo di non vedersi affibiare una connotazione politica non richiesta (pare inoltre che la sua attuale compagna sia israeliana). In fondo, sul palco a suonare c’era lui e la presenza della bandiera non poteva non essere vista che come una presa di posizione della band stessa.
A riprova di quanto affermo, quello che è successo al Magnolia la sera dopo: il circolo di Segrate è un locale non certo meno schierato, ma forse più consapevole di certi limiti. Nel locale, infatti, le bandiere palestinesi non mancano, vedi ad esempio quella ben in evidenza sulla cassa del bar. Carlson e compagni ne erano informati e consapevoli, ma il fatto che non ce ne fossero sul palco non ha dato luogo a problemi. Quel pizzico di timore, da parte del pubblico, che pure questa data potesse essere in qualche modo strumentalizzata e infine annullata, è quindi presto sfumato, lasciando il posto soltanto al piacere della musica (piccola postilla: rimangono ai limiti dell’incomprensibile e permeate di oltranzismo talebano, invece, le posizioni di chi, sui social, inneggiava apertamente al boicottare la band e i loro concerti, come se il non voler prendere necessariamente una posizione politica su una cosa, ne facesse automaticamente testimonial delle posizioni più insensibili e reazionarie – cosa che potrebbe essere, così come no).
Passando alla musica, ad aprire la serata c’è il duo composto dalla fisarmonicista serba Nataša Grujovic e dal multistrumentista Steve Moore, quest’ultimo non solo parte dell’attuale formazione live degli Earth, ma già collaboratore sia di Carlson che dei Sunn O))) in passato (ha suonato anche con gente come Sufjan Stevens o Bill Frisell). Quella che fanno è una sorta di drone music minimalista, giocata sull’interazione tra il suono della fisarmonica (a volte ridotto a un soffio filiforme) e i vari strumenti maneggiati da Moore (piano, synth, una melodica, il trombone). È una musica avvolgente e spirituale, che lenisce il dolore e che punta a farsi abbraccio umanista, «una musica per tutti gli essere umani» nelle parole dello stesso Moore, che con la sua presentazione, in qualche modo, cerca di esprimere la vicinanza, tramite questi suoni, al dolore e ai sentimenti di qualsiasi popolo della terra.
Subito dopo è la volta degli headliner, in quest’occasione in quartetto, con la chitarra di Carlson e la batteria di Adrienne Davis accompagnate dalle tastiere e dal trombone di Moore e dalle sottolineature iper minimali di un bassista di cui non ho colto il nome. Nessun segno di nervosismo, nessun riferimento a quanto successo la sera prima. Dylan presenta brevemente ciascun brano, non manca di ringraziare più volte il pubblico per averlo richiamato a suonare in Italia e se solo per un momento mostra un pizzico d’insofferenza, è quando interrompe Engine Of Ruin per far abbassare le luci bianche, in quanto fotofobico (difatti indossa occhiali da sole).
Per il resto, la musica degli Earth rimane un unicum difficilmente imitabile, costruito sui fraseggi chitarristici stilizzati eppure sempre riverberanti ed espressivi della sei corde di Carlson e i ritmi catatonici della Davis, che a guardarla sembra sempre che se ne si stia osservando le movenze alla moviola, un vero spettacolo! Meno rock e distorti rispetto all’ultima volta che erano passati dalle nostre parti, stavolta hanno prediletto un sound più limpido, da soundtrack immaginifica, piuttosto lontana dai territori heavy. Assolutamente perfetto è sembrato l’innesto di Moore, sia quando alle prese col piano elettrico, che quando al trombone ha immesso persino una spolveratura da jazz di New Orleans (spettacolare davvero Junkiard Priest, con The Bees Made Honey by the Lion’s Skull il momento più emozionante del concerto, per chi scrive). Proprio The Bees…, con Hex…, l’album più saccheggiato, ma non sono mancati brani mai messi su disco, vedi la comunque conosciuta Scalphunter’s Blues o i due pezzi uniti in uno dei medley eseguiti durante la serata.
Forse si possono nutrire dubbi sul personaggio, ma non sulla musica che crea. Speriamo esca presto un disco nuovo.


