Da diciotto anni, il Folkclub di Torino vive un’empatica collaborazione con il Buscadero, ispirata da Paolo Lucà e dall’altra parte da Andrea Parodi “Zabala”, sulle tracce di Paolo Carù, che ha portato in Italia importanti musicisti, specialmente americani, valorizzando anche artisti italiani. La serata incornicia la leggenda vivente del Greenwich Village, soffermandosi su Bob Dylan e coloro che fregiarono il mondo del folk newyorkese e mondiale. Al centro del palcoscenico, questa sera ci sarà Elijah Wald di Cambridge, Mass., poliedrico esponente di quel mondo e fautore di svariate iniziative.
Oltre a essere, infatti, songwriter, bluesman e chitarrista, giornalista del Boston Globe e altre testate, insegnante, etnomusicologo e sociolinguista, ha ricevuto un Grammy e soprattutto è conosciuto per i suoi libri, fra cui segnaliamo Il giorno che Bob Dylan prese la chitarra elettrica (punto di partenza per il recente film su Dylan, A Complete Unknown) e Manhattan Folk Story insieme a Dave Van Ronk. Il suo memoir sull’autore, The Mayor of MacDougal St.,ha ispirato A Proposito di Davis, il film dei fratelli Coen.
Davanti a una folta platea, arricchita da diversi addetti ai lavori, Wald propone il suo repertorio nella prima parte del concerto, esprimendosi in un dignitoso italiano e raccontando episodi della sua vita di folkie. Versatile sulla chitarra, armonicista comme il faut, voce espressiva, si alterna fra blues e folk, passando da camei dylaniani come Talking New York (che apre) e procedendo su Baby, Let me Follow You Down o Don’t Think Twice, Blowin’ in the Wind e altri classici della canzone d’autore, fra cui ricordiamo He Was a Friend of Mine, Freight Train Blues o No More Auction Block.
Lo scambio umano col pubblico è immediato. Ricorda la figura di Eric Von Schmidt, con cui si è esibito, e quella basilare di Ramblin’ Jack Elliott, imita il suono del treno, chiama in causa il seminale Paul Clayton. Comunica con grande temperamento e brilla del suo fingerpicking.
La seconda parte della serata si incentra ancora di più sull’ombra gigantesca di Bob. Sale Pietro Brunello, giovane interprete — eccellente sull’acustica — del Dylan delle prime produzioni, con una voce sottile che suggerisce gli esordi del suo modello. Fra i pezzi proposti, le canzoni più romantiche, Girl from the North Country, una rara Corrina Corrina (che incise Bo Carter nel 1928), It Ain’t Me, Babe,una Lay Lady Lay dal trasognato fascino.
Sulla scena si avvicendano altri musicisti italici di notevole impatto emotivo. Si parla del sempre brillante e comunicativo Alex “Kid” Gariazzo alla chitarra e alla voce, Riccardo Maccabruni (fisarmonica e pianoforte), il principe della lap-steel Paolo Ercoli, il violinista e mandolinista Marco “Benz” Gentile. Il gruppo, molto affiatato, offrirà anche un’indimenticabile versione della canzone forse più dylaniana di John Lennon (You’ve Got to Hide Your Love Away, versione comunque emozionante), più una Mr. Tambourine Man dal sapore byrdsiano.
Andrea lancia la sua suggestiva It’s All Over Now, Baby Blue in italiano. Ritorna in pista Elijah per la fragorosa Maggie’s Farm, prima del gran finale di Like a Rolling Stone, tutti insieme, logica conclusione di una festa collettiva dove ci si sente come a casa. Su una nuvola immaginaria è il viso di Dylan a fare solecchio.


