Emma Nolde live a Milano, 30/9/2026

Luca Franceschini
15 minuti di lettura

Per Emma Nolde il 2026 è stato un anno di grandi soddisfazioni. La più importante è forse la Targa Tenco, vinta nella categoria miglior canzone singola con Quello che deve essere sarà. Ci sono poi la prima volta allo Sziget di Budapest, il Concerto del Primo Maggio a Roma e una serie di singoli nuovi: sono tre e rappresentano una verosimile anticipazione del nuovo disco. Questa sera è importante perché si chiude un tour iniziato già durante l’estate, con diverse novità in scaletta rispetto all’anno precedente, ed un deciso allargamento di pubblico. Il dato relativo a Milano, in questo, è significativo: se lo scorso anno le date si erano svolte all’Arci Bellezza, qui ad essere mandata per due volte sold out è la più capiente Santeria. Non c’è dubbio che siamo di fronte ad un’artista in vertiginosa ascesa. 

Il salto era cominciato nel 2025 con il terzo disco, Nuovospaziotempo, che le ha guadagnato molta più visibilità di prima. Che quel tour fosse stato particolarmente fortunato lo si era già visto a quell’edizione del Mi Ami, dove aveva suonato in una posizione molto alta nel bill, con tantissima gente sotto il palco a cantare i pezzi. L’uscita di questo album ha mosso tanto, e a un anno di distanza si capisce che le cose stiano andando ancora molto bene. E poi colpisce la straordinaria trasversalità del pubblico. In sala ho visto tanti ragazzi giovani, ma anche parecchie persone dai trent’anni in su, non pochi quarantenni e cinquantenni, oltretutto. È un dato molto significativo, conseguenza diretta dell’evoluzione dell’artista toscana. 

L’ultimo disco ha aumentato la componente urban, ha introdotto una maggiore dose di elettronica e molto più groove rispetto a prima, con influenze hip hop in certe linee vocali e in certi ritmi: del resto in scaletta c’è un brano, Punto di domanda, col doppio featuring di Nayt e Mecna, quindi il movimento in quella direzione è stato esplicito. Allo stesso tempo, però, il lato melodico, quello cantautorale, non è venuto meno, anzi per certi versi è stato potenziato, come hanno fatto vedere anche i nuovi singoli. Se infatti Indipendente è ancora molto moderno nei suoni e ha il suo focus sul beat, Quello che deve essere sarà è invece un brano anthemico, rockeggiante e, per certi versi, molto cantautorale. Entrambe le componenti ci sono, ed è quello che in questo momento lei fa e che la rispecchia: per questo motivo non mi stupisce trovare a vederla gente di tutte le età.

Ho assistito alla seconda delle due date, ed è stato un concerto veramente bello, con un pubblico straordinariamente partecipe, che ha cantato tutte le canzoni sempre con grandissimo entusiasmo. La cosa più interessante da notare, secondo me, è proprio Emma e il suo modo di porsi. È sempre stata una ragazza molto umile e molto posata, non ha mai nascosto di essere timida, e già dai primi tour raccontava che i suoi concerti sono per chi balla male e non deve vergognarsi. Questa sera l’ha ribadito, e credo che sia ormai diventata la sua cifra stilistica, il suo modo di stare sul palco e di essere “rockstar”, per usare un termine altisonante e con mille cautele. 

In un mondo, soprattutto in Italia, dove ci si atteggia molto a star e dove gli artisti se la tirano per ogni minimo risultato raggiunto, l’idea che mi sono fatto è che Emma sia invece rimasta sempre molto umile, che sia se stessa senza dover per forza interpretare un ruolo. Non è retorica quando dice, come ha fatto anche stasera all’inizio del concerto, di comportarsi come se si fosse tra amici: «io sono sul palco, se potessi vorrei conoscere ognuno di voi, ma purtroppo è impossibile; quindi fate come se foste a casa mia, fate come se fosse casa: sentitevi liberi». 

Ci crede davvero, è evidente guardandola negli occhi, ed è stato davvero così: un’enorme comunione tra pubblico e artista. E non solo quando chiedeva di battere le mani, di accendere la luce dei telefonini, di cantare, di sedersi per terra, di saltare: richieste che non sono state fatte con l’aura o il carisma della cantante navigata, ma come proposta di partecipazione a un momento comune. Si è trattato semplicemente di una grande festa, condotta da una ragazza appassionata, innamorata della musica, assieme a un gruppo di amici che ormai è stabile da un po’ e con cui ha trovato un’alchimia perfetta, non solamente sul palco. È chiaro che il successo aumenterà, e credo che sia destinata a fare numeri molto più grossi, perché il talento c’è: lo dico dall’inizio, da quando è uscito Toccaterra sei anni fa, che sarebbe andata lontano. E appunto, vederla così sorridente, così colpita dall’affetto del pubblico, e anche commossa in certi momenti, mi ha fatto molto piacere, perché è il segno che sta affrontando questo momento di esposizione in modo libero, sereno, totalmente a proprio agio. E in questo è aiutata da un pubblico che non la divinizza, ma la tratta come un’amica, e questa secondo me è la cosa più bella.

Di concerti di Emma ne ho visti parecchi e questo è un aspetto che ho notato più o meno dall’inizio. Questa, però, è la data più grande che ha fatto, almeno di quelle a cui ho assistito, e il legame coi presenti l’ho avvertito molto di più, come se fosse aumentato. Non a caso è nato una sorta di fan club: in giro c’erano magliette blu con il testo dell’ultimo singolo Siamo in tanti, e dei ragazzi avevano preparato una coreografia molto bella e per certi versi toccante, a parafrasare il verso «Perché tanti uno messi insieme fanno cento». 

Li ha presentati dal palco, dicendo che negli ultimi tempi attorno alla sua musica e ai concerti si è messo insieme, spontaneamente, un gruppo di persone che la segue, il termine “fan club” l’ho detto io, lei non l’ha pronunciato. Questo certifica un rapporto tra pubblico e artista diverso dal solito. Non dico che sia senza precedenti, ci sono altri casi così nella storia della musica, ma è bello vedere che sia seguita non per un semplice meccanismo di hype ma perché la sua musica, i suoi testi, parlano davvero alle persone, dicono qualche cosa di vero su di loro. E tutto questo accade con una musica molto anthemica, con ritornelli da cantare a squarciagola, con un ritmo potente. È potenzialmente musica da stadio, per quanto io odi i concerti negli stadi, e lei è un’artista che a quei livelli potrebbe arrivarci davvero ma il punto non è quello. Il punto è, come ho già ribadito, che non c’è nulla di costruito in tutto quello che fa, ed è questo che la rende così speciale. 

Il concerto dunque è stato bello, bello come lo sono tutti i suoi concerti, ma più riuscito dei primi perché ora ha una band che funziona veramente bene. La formazione è stabile da un anno o poco più: Marco “Pizza” Martinelli alla batteria, Andrea Beninati al violoncello e alle percussioni, Francesco Panconesi al sax e alle tastiere, Federica Sutera al basso. Lei suona la chitarra e ogni tanto infila anche qualche assolo vecchio stile, ma la chitarra non è così preponderante, nell’economia globale di un gruppo che ha il suo punto di forza innanzitutto nella spinta della sezione ritmica. Poi c’è la trovata di avere sia il sax sia il violoncello, ma anche le tastiere e tanto synth, tanta elettronica, per cui è interessante questa compenetrazione tra un elemento classico, sax e violoncello, e questi beat, un’elettronica a cassa dritta per certi versi molto esplosiva. 

I pezzi hanno una carica up tempo davvero notevole, e la setlist di stasera è andata oltretutto molto più sui pezzi rock, quelli più movimentati, piuttosto che sulle ballad, che sono state intense ma meno del solito. Emma sul palco è semplicissima, nessun atteggiamento da diva, nessuna posa studiata. Uno spettacolo così potrebbe benissimo essere imbastito da un coreografo o da un direttore di palco che decide i movimenti a tavolino per come muoverti, mentre il bello è proprio questa spontaneità festaiola, questa allegria contagiosa di cui si diceva prima, a cui è assolutamente impossibile resistere. Poi c’è la voce: bella, espressiva, molto particolare. Ha un registro alto, ma sa anche essere molto profonda e molto espressiva quando deve scendere di tonalità. 

Le canzoni sono state quelle solite, perché la scaletta era abbastanza simile a quella del tour dell’anno scorso, con l’aggiunta dei pezzi nuovi e di una significativa diminuzione dei brani dei primi due dischi. I momenti più belli sono stati come sempre le esecuzioni degli episodi più collaudati (Sconosciuti, Tuttoscorre, il manifesto Voci stonate – che è anche il nome scelto per il fan club – Pianopiano!), ma ce ne sono stati anche di emozionanti da altri punti del repertorio, come Sorrisi viola, che non suonava da un po’ e che ritengo uno dei suoi brani migliori. È una canzone che ha scritto a sedici anni, di una profondità che era già indicativa di quello che sarebbe diventata. E a risentirla oggi non suona per nulla acerba anzi, è perfettamente inserita nel resto del repertorio. Si tratta anche del primo pezzo che ha scritto in italiano, e l’ha raccontato subito dopo, che avrebbe sempre voluto scrivere in inglese, che il suo sogno era di trasferirsi in Inghilterra, (era una grandissima fan di Bon Iver, quindi si muoveva all’interno di un folk alternativo di cui nel primo disco è rimasto ancora qualcosa). Le è venuta la voglia e la passione di scrivere in italiano quando un’amica le ha consigliato di ascoltare Una somma di piccole cose di Niccolò Fabi. 

E a quel punto Niccolò in persona si è palesato sul palco, ospite di entrambe le date. È stato un momento veramente toccante. Hanno suonato insieme Una somma di piccole cose, accompagnati dalla band: un’esecuzione bellissima, per un brano che è tra i più amati del cantautore romano e con cui tanta gente si è identificata, stasera lo si è visto ancora una volta. Poi è stato ovviamente il momento di Punto di vista, la canzone di Nuovospaziotempo a cui Fabi ha partecipato. Questo momento ha suggellato in qualche modo un’amicizia ed un rapporto di lavoro: Emma ha lavorato sull’ultimo disco di Fabi, e lui ha registrato la sua voce su un brano del suo album. Sicuramente si ritroveranno ancora. L’abbraccio con cui si sono salutati dal palco alla fine ha avuto anche il sapore di un’investitura. 

Il set si è chiuso con le nuove, Siamo in tanti e Quello che deve essere sarà, entrambe hanno fatto capire che il prossimo disco sarà più o meno su questa falsariga e sarà senz’altro un grande disco. Purtroppo non sono stati presentati inediti, come invece accaduto in alcune delle date precedenti. Conclusione senza bis, scelta che ho personalmente apprezzato (ultimamente è diventato un teatrino inutile) con il ritornello di Nero Ardesia. Speravo di sentirla per intero: è il primo brano suo in assoluto che ho sentito, quello che mi ha fatto innamorare di lei e mi ha fatto capire che sarebbe andata lontano, un pezzo straordinario che di solito c’è sempre nei suoi concerti. Stavolta ne ha cantato solo il ritornello e il finale, una versione molto piena e satura, piena di effetti. Personalmente avrei preferito ascoltarla tutta ma non è comunque un caso che una canzone che parla di amicizia abbia chiuso un concerto che è stato soprattutto un grande atto di amicizia. 

Si chiude così il tour 2026 di Emma Nolde, con una prova superlativa, in linea con quello che lei e la sua band hanno dimostrato di saper fare dal vivo. Bisognerà aspettare il prossimo disco, che non credo tarderà molto. A quel punto si vedrà, ma credo che il meglio debba ancora arrivare. Se lo merita, perché è un’artista validissima, tra le migliori autrici che abbiamo in Italia, e non ho timore di esagerare. È anche la perfetta sintesi tra la dimensione più urban, più It pop della musica italiana (lei con l’It pop non c’entra nulla, lo dico solo per far capire una categoria generale) e la tradizione cantautorale: affonda in entrambe, ed è questo che la rende interessante, la rende grande. 

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