Sono la sola che cerca di capire perché il rock and roll e le sue infinite derivazioni abbiano una predilezione speciale per i luoghi fuori fuoco? Prendete Chiari, provincia operosa di Brescia, centro giovanile di San Bernardino. Cento anni di ortodossia salesiana che, mercoledì sera, ha ospitato l’atto conclusivo del Chiari Music Festival. Il miracolo lo firma l’ADMR: un’organizzazione che da trent’anni, con oltre 500 concerti alle spalle, porta avanti una missione culturale straordinaria (basti pensare che in questa nona edizione sono passati da qui giganti come la Robert Cray Band, i Del Fuegos e Samantha Fish). L’evento, che gode dell’eco e della risonanza dei grandi circuiti, grazie alla sinergia implicita con colossi del booking nazionale come Barley Arts, dimostra come la passione locale possa dialogare perfettamente con i massimi sistemi del rock internazionale.
L’antipasto, di quelli che riconciliano con l’artigianato nobile della musica del diavolo, lo serve la Roberto Formignani Band. Un trio che bada al sodo, senza quella fastidiosa tendenza al barocchismo che affligge molti contemporanei. Telecaster alla mano, Formignani intrattiene il pubblico con una classe cristallina e cover di ottimo gusto: si viaggia dalle radici di Robert Johnson fino a una versione squisitamente country di Got My Mojo Workin’ (Muddy Waters), impreziosita dalla slide. Una performance solida, trascinante, capace di convincermi all’istante ad acquistare il loro album a fine serata. Promossi, senza riserve.
Poi, il proscenio cambia padrone. Sul palco sale uno degli organizzatori dell’ADMR per introdurre l’eroe della serata. Le parole sono piene di orgoglio: «Abbiamo sul palco un artista che non ha bisogno di presentazioni. Qualcuno lo ha definito il ‘Machiavelli’ della chitarra. Una persona meravigliosa e di un’umiltà rara». Peccato che l’illustre fiorentino di Austin, Texas, non sia dell’avviso di spaccare il secondo.
Johnson si fa attendere. Un minuto abbondante di vuoto pneumatico che avrebbe mandato nel panico una band di dilettanti, ma non la sezione ritmica di stasera, che decide di trasformare l’imprevisto in una saporita jam d’attesa. Al basso c’è Daniel Kimbro, uno che ha prestato i servizi a gente come John Hiatt e Clapton, mentre dietro le pelli siede Tal Bergman, un veterano dal curriculum enciclopedico (da Billy Idol a Joe Bonamassa). I due mettono in piedi un groove di una densità spaventosa, finché Eric non si palesa, liquida il contrattempo tecnico con una spalluccia molto british (e tanto savoir-faire), imbraccia la Stratocaster e spazza via i dubbi con l’attacco di Righteous. Il grande professionismo è questo qui, prendere o lasciare.
Il suono è quello dei giorni migliori: quel clean cristallino, quasi liquido, che fluttua su Forty Mile Town. Ma il concerto deve fare i conti con le bizzarrie dei nostri tempi. Non appena una foresta di smartphone si solleva per catturare il barlume di un evento che mancava da un’era geologica, ecco materializzarsi un addetto alla sicurezza che ribattezzeremo amabilmente Robocop. Con la delicatezza di un manuale di disciplina prussiana, quest’uomo (che probabilmente stava facendo solo il suo lavoro), comincia a sbraitare contro l’uso dei dispositivi. Ne segue un delizioso siparietto di retroguardia con un indomito spettatore, il quale fa notare, non senza una punta di sacrosanta ironia, che non vi è ombra di cartelli proibizionisti e che, dopotutto, siamo pur sempre in un oratorio, non al Festival di Bayreuth.
Fortunatamente la musica ha il volume più alto delle nevrosi della vigilanza. La band regala una versione da infarto di Caravan (sì, il duca Ellington), accelerata e imbastita con una perizia quasi jazz-rock. Johnson ricama come un ballerino che sfiora le corde in punta di piedi, subito imitato da un Kimbro in stato di grazia, che si inventa un assolo di basso da antologia.
La scossa prosegue con il tributo dovuto a Stevie Ray Vaughan (S.R.V.) e con una travolgente Friends, dove Bergman picchia duro e con precisione geometrica. Poi, improvvisamente, si stacca la spina. Johnson si siede al centro del palco con l’acustica, Kimbro ammansisce l’amplificatore e si entra in una dimensionale intima, quasi domestica, che dura sei brani. L’omaggio a Chet Atkins con Chester è un piccolo gioiello di calligrafia, ma è Kimbro a rubare la scena: durante un’improvvisazione agguanta un giro blues talmente universale che la platea si risveglia dal torpore e comincia ad accompagnarlo con il più classico dei battimani, traghettando il set fino ai saluti di Song for George.
Il terzo atto segna il ritorno all’elettricità, ma con un’infedeltà cromatica: una Gibson Les Paul per Stella by Starlight. È qui che il concerto registra l’unico, vero passaggio a vuoto. I suoni diventano scuri, impastati, e la batteria finisce inevitabilmente per cannibalizzare le sfumature della chitarra. Un peccato veniale che penalizza anche E Flat Groove e Trueheart Blues. La restaurazione dell’ordine costituito avviene quando Eric si riappropria della fidata Stratocaster. Steve’s Boogie è un saggio di country-rock suonato a velocità supersonica, mentre On Green Dolphin Street si trasforma in una splendida arena per un dialogo serratissimo tra basso e batteria.
Ma la vera “ora di religione” della serata arriva con i classici. Desert Rose è solo il preambolo a una versione monumentale di Cliffs of Dover, introdotta da Johnson con un soliloquio solitario di ben 8 minuti. Un’escursione solistica che porta il brano a sfiorare il quarto d’ora complessivo. C’è tempo solo per il bis d’ordinanza, la hendrixiana Bold as Love, suonata con deferenza e maestria davanti a un pubblico clarense che, per qualche misterioso protocollo locale, decide di rimanere rigorosamente e compostamente inchiodato alle proprie sedie fino all’ultima nota.
A sipario calato, Johnson si conferma il gentiluomo d’altri tempi descritto in apertura: foto di rito, autografi elargiti con pazienza e poi il meritato riposo. Un gran bel sentire, di quelli che fanno passare in secondo piano persino il salasso autostradale della BreBeMi.
L’ultimo capitolo del reportage, tuttavia, si scrive sulla via del ritorno, in un autogrill della A4. L’area di servizio è presa d’assalto da una marea antropologica di giovanissimi tra i 16 e i 21 anni, reduci dal concerto di Sfera Ebbasta, consumatosi a pochi chilometri di distanza. Due Italie musicali separate da un guardrail e qualche casello di troppo. Eppure, mentre la radio del locale rimastica l’ennesimo ritmo sintetico per le masse, nella testa continuano a rimbombare quegli otto minuti di intro solitaria a Chiari. Ognuno ha i suoi santi a cui votarsi. Noi, stasera, abbiamo scelto la Bibbia elettrica di Austin. E non abbiamo rimpianti.


