(Farewell to) my Tennessee Mountain Home: Dolly Rebecca Parton, 1946-2026

Giorgio Burreddu
10 minuti di lettura

Nessuna sapeva portare la chioma come Dolly Parton. Per i costumi di scena scintillanti, ricoperti di strass, e le forme generose, si era guadagnata un paragone con la Big Rock Candy Mountain, simbolo di abbondanza dell’epoca della Grande Depressione, ma dietro quell’immagine costruita e ritoccata c’era molto di più. La voce, certo. E un senso di libertà feroce. «Volevo essere libera. Avevo le mie canzoni da cantare, avevo un’ambizione e mi ardeva dentro», disse a Rolling Stone. Era il 1977. «Sapevo che mi avrebbe portato fuori dalle montagne. E sapevo che avrei potuto vedere mondi al di là dei Monti Smoky». E fu così.

Le sue canzoni hanno parlato, a milioni di persone, di privazione e perdita, ma anche di possibilità e speranza. Dolly Parton è morta a 80 anni, a Nashville, dopo una breve lotta contro il cancro. Le preoccupazioni per la sua salute erano emerse già lo scorso anno, quando aveva posticipato una serie di concerti a Las Vegas, e si erano intensificate al punto che in ottobre aveva annunciato sui social: «Non sono ancora morta». A maggio di quest’anno aveva cancellato le date, spiegando però di aver risposto bene alle cure dopo i problemi al sistema immunitario e digerente.

Dolly Rebecca Parton era nata il 19 gennaio 1946 nella contea di Sevier, Tennessee, quarta di dodici figli. Il padre, Robert Lee, era un mezzadro che non sapeva né leggere né scrivere. E la madre, Avie Lee, cantava ballate e inni mentre lavorava in casa. La famiglia viveva sul Little Pigeon River, in una stanza senza acqua corrente, elettricità e riscaldamento. Erano così poveri, raccontò Dolly, che il medico responsabile della sua nascita fu pagato con un sacco di farina di mais. Ma non amava la retorica della sua miseria. «Eravamo poveri, ma mia madre diceva: non siamo poveri solo perché non abbiamo soldi. Siamo ricchi nello spirito, nell’amore».

La musica, per Dolly, arrivò prestissimo. A cinque anni, scrisse Little Tiny Tasseltop, un testo dedicato a una bambola fatta con una pannocchia. A dieci, cantava alla radio e alla televisione di Knoxville. A tredici, salì sul palco del Grand Ole Opry, presentata da Johnny Cash. «La maggior parte di noi, in famiglia, ha imparato a suonare fin da piccola», ha raccontato Dolly. «E ogni volta che arrivava qualcuno, uno zio o una zia che sapeva suonare uno strumento, mi facevo insegnare a suonare un po’ il banjo, la chitarra, l’autoharp o qualsiasi altro strumento ci fosse in giro».

Nel 1964, appena diplomata — la prima della sua famiglia — partì il mattino dopo per Nashville con le sue canzoni e la chitarra. La svolta arrivò nel 1967, con il Porter Wagoner Show. All’inizio il pubblico, che rivoleva la precedente cantante Norma Jean, la accolse persino con i fischi. Poi Dolly diventò una star: tra il 1967 e il 1993 fu la cantante donna più trasmessa dalle radio country, con 25 singoli al numero uno. Con Wagoner incise decine di duetti, ma quando decise di lasciarlo nel 1974 fu un dramma. E comunque gli scrisse un addio dolce: I Will Always Love You. La canzone sarebbe tornata al numero uno country due volte, con lei, e più tardi, nel 1992, sarebbe diventata un fenomeno mondiale nella versione di Whitney Houston.

Intanto erano arrivati brani come Joshua, Coat of Many Colors (racconto del cappotto cucito dalla madre con pezzi di stoffa e deriso dai compagni di scuola) e ovviamente Jolene, nata dalla gelosia per una bella impiegata di banca che aveva fatto gli occhi dolci a suo marito Carl Dean (sposato nel ’65). Poi 9 to 5, numero uno country e pop e inno alle donne schiacciate dai capi negli uffici, scritta per il film con Jane Fonda. Con Kenny Rogers portò Islands in the Stream in cima alle classifiche, mentre con Linda Ronstadt ed Emmylou Harris incise Trio e Trio II.

In quasi sessant’anni ha pubblicato circa tremila composizioni, registrate da moltissimi artisti: da Merle Haggard a Tina Turner, dai White Stripes a Norah Jones. Scrivere, diceva Dolly, «mi viene naturale come alzarmi e preparare la colazione». E aggiunse, in un’intervista al New York Times del 2002: «Non mi allontano mai da una matita e un foglio di carta o da un registratore. Scrivo tutti i giorni, anche quando sono in aereo, nella vasca da bagno o sull’autobus. È una passione che mi brucia dentro. Scrivere canzoni è il mio modo di incanalare i miei sentimenti e i miei pensieri». Non era dissacrante, al contrario. Amava la musica e il talento. E sapeva che non sempre le cose vanno nel verso giusto, l’aveva imparato sulla sua pelle: «La mia testa esploderebbe se non riuscissi a sfogarmi. Non tutto quello che scrivo è buono, ma per me è tutto positivo, come una terapia».

In Halos and Horns, l’album del 2002, portò avanti operazioni ardite e geniali: canzoni arrangiate nello stile montanaro più moderno, con tanto di violino, banjo e mandolino, strumenti che aveva già utilizzato nei suoi tre album precedenti. Proprio lì aveva ripreso If, il successo pop dei Bread (targato 1971), e Stairway to Heaven, l’inno dei Led Zeppelin. «Bread Zeppelin», scrisse con una certa sufficienza un critico recensendo il progetto di Dolly. «Tutti dicevano: ‘Oh, non puoi farlo, è un classico’. Ma non avevo paura. Ero davvero orgogliosa di come sono venuti fuori i due brani». Poi Parton sorrideva e usava uno dei suoi famosi dollysmi: «Certo, preferisco le altre 12 canzoni dell’album. Sapete, quelle che ho scritto io». Contemporanea, ironica, sempre un passo avanti ai tempi. O comunque dentro al flusso delle cose senza paura. Dolly era riuscita a conquistare generazioni giovani e nuove, anche se il suo stile era distante anni luce dal rap o l’hip-hop. Ma era sempre stato così.

Nel 1979 la scrittrice Gerri Hirshey scoprì che la cantante offriva anche alle donne molti spunti per fantasticare. «Ti spiego perché la adoro», le disse una casalinga del Wisconsin. «Dolly è tutto ciò che non ho mai osato essere. Certo, ha un aspetto stravagante. Ma non ti è mai venuta voglia di fare qualcosa di stravagante, almeno una volta, senza preoccuparti di cosa avrebbero detto gli altri?». Lo stesso era accaduto con la GenZ, i ragazzi nati con il cellulare tra le mani. Miley Cyrus, di cui era madrina, la fece conoscere a un pubblico giovanissimo. Kacey Musgraves, Kesha e molte altre nuove star del country e del pop la indicavano come un modello. Nel 2019, ancora il New York Times osservava che aveva quasi cinque milioni di follower su Twitter e la descriveva ormai come una celebrità intergenerazionale, a suo agio persino tra meme, social network e strambe collaborazioni. Quando il rapper Lil Nas X chiese su Twitter se sarebbe mai riuscito a convincerla a partecipare a un remix di Old Town Road, Dolly gli rispose con l’emoji dell’unicorno. Venne giù l’internet.

Superstar planetaria, ma anche attivista, imprenditrice e filantropa: Dollywood, aperto nel Tennessee nel 1986, e soprattutto l’Imagination Library, nata nel 1995 per spedire gratuitamente libri ai bambini, luogo nato anche dal ricordo di quel padre molto intelligente ma che non aveva mai potuto imparare a leggere. Country Music Hall of Fame, Songwriters Hall of Fame e dal 2022 Rock and Roll Hall of Fame: Dolly Parton era riuscita a entrare dappertutto con quel biondo così appariscente. «Sono nata con un cuore gioioso, ma sono estremamente sensibile», raccontava. Ricordando a tutti che «soffro profondamente e ho sofferto molto nella mia vita: provo emozioni intense per tutto ciò che vedo».


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