FATHERS
Fathers
Blue Note
***1/2

C’è jazz e jazz. E ogni generazione ne porta avanti la propria variante, ossia il proprio modo di sentirlo, indissolubilmente legato al tempo e alle contraddizioni che si vivono. Tra i musicisti emersi nell’ultimo decennio, di sicuro valore sono questi FATHERS (sì, scritto tutto in maiuscolo), combo guidato dal produttore Kenny Beats (al secolo Kenneth Blume) che mette assieme personalità come il tastierista e pianista Kiefer (di cognome, Shackelford) e il bassista e produttore CARRTOONS (anche qui, tutto in maiuscolo: sarebbe il nick di tale Ben Carr). Gente più o meno trentacinquenne, intenta a vivere da protagonista il suono-che-gira-intorno.
A essi si è aggregato il super-batterista — un assoluto groove master — Nate Smith, cinquantunenne ma perennemente à la page (domandatelo ai Fearless Flyers, il fantasioso spin-off dei Vulfpeck!). Inoltre, prestano servizio qua e là anche il chitarrista Paul Castelluzzo (conosciuto come HETHER), il sassofonista Nicole McCabe, la cantante Genevieve Artadi dei Knower e Yasmeen Al-Mazeedi, che fornisce alcuni tappeti d’archi.
Questo jazz proteiforme e aggiornatissimo fonde e trita tutto ciò che il black sound contemporaneo offre, ovvero trap, hip-hop, nu soul e funk, ma con un approccio che è, appunto, da jazzisti. Dato che ogni membro di questo progetto vanta collaborazioni con figure come Kenny Burrell, Dave Holland, Pat Metheny, Chris Potter, James Newton e Roy Ayers. E a fare la differenza è pure l’avvertibile ammontare di ascolti (davvero ampio quanto l’equatore) che hanno alle spalle i tre (quattro!) musicisti qui operanti. Esempio lampante è Eye Level, dove i mondi di Anderson .Paak, Alfa Mist, Jimi Tenor, D’Angelo, James Francies e Theo Croker fanno unicum: un greasy funk davvero arioso e solare. E similare atmosfera sbarazzina (ma in depth!) è altresì presente in Patchwork, dove l’eco dello Stevie Wonder più sperimentale (cioè quello che da Talking Book del 1972 giunge a Journey Through “The Secret Life of Plants” del ‘79) è tangibile, sebbene perfettamente calata nella binarietà ritmica attuale.
Ben altro mood si coglie in Pearl, dove sembra che certo raffinato loungin’ italiano (quello di Umiliani, Piccioni, Trovajoli, Cipriani, Ortolani, etc.) collimi armoniosamente con l’allure dei brasiliani Azymuth. Più dalle parti del mondo dei Drumhedz di Chris Dave sono, viceversa, sia la «dritta» Stub sia l’«ondulante» The Leak (con un Kiefer irresistibile e trasognato alle tastiere). Invece, un ritmo simile a quello storico della Use Me di Bill Withers regge l’impalcatura di Tomorrow Again, con tastiere e basso che bazzicano alcuni territori cari al Bill Laurance più cool, mentre Front Yard sposa bene l’estetica di un’arcaica drum machine a quella di J Dilla su un ordito alla Cédric Hanriot (ma sfrondato). Termina il disco Figure 8, brano che orbita tra Glasper e Kamasi e incespica meravigliosamente su un infectious drunk feel.
Un bizzarro e vario esempio di nu jazz!


