FATOUMATA DIAWARA
Massa
No Format
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Dall’espansione alla ridefinizione: questa la differenza che passa tra il penultimo lavoro di Fatoumata Diawara, London Ko (uscito tre anni fa), e il nuovo Massa. Dalla volontà di ampliare al massimo le possibilità sonore della musica maliana, spingendosi a lambire territori elettronici e hip-hop — punte estreme di un sound ricco, che frullava la radici mandinka con il funk, l’afrobeat e il jazz — a una nuova, decisa caratterizzazione della propria dimensione artistica, cresciuta in maturità, sicurezza e controllo. Quest’ultima parola è cruciale: in un’epoca di saturazione, dove il formato canzone canonicamente definibile come pop-rock è costantemente occupato in ogni suo spazio, sia esso appannaggio della voce o della chitarra, Diawara opera in controtendenza. Pur con un suono ricco, le sue canzoni «respirano» e tutto viene messo al loro servizio: la voce, i cori e l’utilizzo della chitarra, mai virtuoso né fine a sé stesso, ma raffinato, creativo, dritto allo scopo.
Ne è uscito un disco di livello altissimo, curato in ogni minimo dettaglio, il cui punto focale è, come dichiarato dall’artista stessa, presentare il Mali sotto una vesta sonora inedita, partendo dalla tradizione ma rielaborandola in qualcosa di moderno e, soprattutto, personale. Un suono costruito passo dopo passo, dagli esordi solo voce e chitarra alle prime aperture di Fenfo, dal citato globalismo intelligente di London Ko a una dimensione oramai assolutamente propria, distintiva e autorevole sancita da Massa. Album nel quale brilla anche la direzione artistica del musicista francese Matthieu Chedid (in arte -M-), capace di amalgamare tutti gli impulsi di questa artista comasca di adozione — il disco è stato registrato a Fino Mornasco, pochi chilometri fuori Como — in un suono caldo ma essenziale, moderno senza però soffocarne le radici, anzi, valorizzando ancora di più stile e peculiarità.
Si può affermare che in questo caso il dialogo tra culture si è concretizzato in una cifra stilistica riconoscibile e universale. La doppietta iniziale, composta da Djanne e Mogo, è puro groove, tra funk e afrobeat, poi arriva una ballata ariosa come Tcheba a rallentare il ritmo ma alzando ancora, se possibile, il feeling. In Lahidou, prima delle due canzoni dedicate al padre scomparso, compare un piano di grande effetto, ma è nell’altro brano, Tati Bakary, che si materializza uno dei capolavori del disco: una melodia donsogoni (musica tradizionale cantata dai cacciatori Donso del Mali) innestata su un giro blues dove le chitarre di Diawara e -M- — lui all’elettrica — dialogano a meraviglia, sorrette da un pregevole impianto ritmico costruito, nell’occasione, da Marilena Montarone (basso) e Matteo Marchese (batteria).
La title-track, Fala e la conclusiva Djo sono altri esempi di delicatezza e forza espressiva. Tra i top del 2026, quanto meno per chi non si limita a pascolare in un solo campo.


