Fennesz O’Rourke Ishibashi live a Milano, 4/5/2026

Lino Brunetti
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Per il finale di stagione, la rassegna primaverile del Centro San Fedele di Milano Inner_Spaces s’è tenuta in serbo alcuni nomi di una certa rilevanza (non che in precedenza siano mancati), non a caso baciati da sold out annunciati o quasi: il 6 maggio Oneohtrix Point Never porterà nello splendido auditorium in pieno centro milanese il suo Tranquillizer, mentre il 18 sarà la volta di Alex Paterson degli Orb con un concerto di matrice ambient.

Non da meno era l’appuntamento del 4 maggio, per via della performance dell’inedito trio formato dal musicista e produttore Jim O’Rourke, dalla musicista e cantautrice Eiko Ishibashi e dal chitarrista e sperimentatore elettronico Fennesz. Se i primi due – essendo pure compagni nella vita – si erano già visti assieme non più di qualche mese fa, e il musicista austriaco non ha mancato in passato d’incrociare la sua strada con O’Rourke (anche su disco), come trio qui erano solo alla loro seconda performance di sempre (la prima la sera precedente), portata a termine (nelle parole di presentazione di Don Antonio Pileggi) senza neppure provare più di tanto.

Le comode poltroncine dello splendido San Fedele risultano pressoché tutte occupate (sold out anche stasera), quando sale sul palco la contrabbassista austriaca Helene Glüxam, chiamata ad aprire la serata. Sola sul palco col suo strumento – suonato sia con le dita che con l’archetto e con una serie di altri oggetti percussivi – ha dato vita a un set di una quarantina di minuti piuttosto minimale, dove le figure sonore tratteggiate sul contrabbasso (memori di un retaggio jazz, ma pure di un melodismo minimalista a tratti più marcato, altre tendente verso più impervi sentieri) si sono mescolate a piccoli vocalizzi wordless, non bastanti a rendere le sue composizioni vere canzoni, ma forse sufficienti a trovare un minimo appiglio in una musica comunque piuttosto impegnativa.

Come impegnativa (probabilmente anche di più) è stata la proposta dei tre. Tutti e tre al laptop e agli electronics, Fennesz ha come sempre imbracciato anche la chitarra elettrica, Ishibashi s’è divisa fra flauto e armonica, mentre l’ex Gastr Del Sol e (per un certo periodo) Sonic Youth (ma tra le tante cose, non possiamo dimenticare anche le sue collaborazioni coi Wilco) si è trovato a far scorrere le dita su un iPad (sul quale chissà quale programma era caricato).

Partendo da queste fonti sonore, i tre hanno dato vita ad un unico flusso sonoro che s’è protratto per circa 75 minuti. Fondamentalmente improvvisata al momento, la loro musica s’è configurata attraverso un iper minimale dialogo tra risonanze, echi, piccole rifrazioni, accenni di rumore crescente, piccoli droni fugaci, glitch, dissonanze, esposto attraverso un brulicare ondivago, non troppo serrato ma giocato invece su tempi lunghi, a tratti tendenti all’astrazione, quando non addirittura al silenzio (vedi l’ultimo semi impercettibile quarto d’ora).

Materiale molto ostico, che pochissimo ha concesso all’ascoltatore sia in termini di melodia (praticamente assente) che in termini di «agganciabilità narrativa» (i bordoni non sono mai stati abbastanza continuativi da potervisi abbandonare e, alla stessa maniera, anche i crescendo rumoristi venivano stoppati prima di poter assumere una qualche valenza catartica), lasciando il campo a un suono quasi puro, inevitabilmente astratto, algido e desolato. Non privo di un certo fascino, intendiamoci, ma ben poco appagante in termini tradizionalmente musicali. Di certo non per tutti.

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