Florence & The Machine live agli I-DAYS Milano Coca Cola, 3/7/2026

Lino Brunetti
11 minuti di lettura
Tutte le foto © I-DAYS Milano Coca Cola 2026

Dopo l’apertura coi Maroon 5 del 25 giugno, gli I-DAYS MILANO COCA COLA 2026 entrano nel vivo con una serata che vede protagonista Florence Welch e i suoi Machine all’Ippodromo SNAI San Siro, prima di spostarsi nei prossimi giorni nell’ancor più capiente Ippodromo SNAI La Maura per i mega concerti di Foo Fighters, IDLES e Fat Dog (5 luglio) e System of a Down, Queens of the Stone Age e Acid Bath (6 luglio), con una ripresa poi a settembre con Tony Pitony, David Guetta e A$AP Rocky (rispettivamente il 4, il 6 e il 10, tutti allo SNAI San Siro).

Le temperature non sono magari altissime come quelle di settimana scorsa, ma il sole è comunque implacabile e, ahimè, zone d’ombra qui ce ne sono poche (a meno che non si abbia un biglietto che faccia accedere al cosidetto golden ring, dove è l’imponente palco a proiettare la sua ombra rinfrescante sugli astanti). L’organizzazione del festival, comunque (e per quanto è possibile), ha messo in campo delle soluzioni: intanto è possibile portare all’interno dell’area festival delle borracce in plastica o silicone con tappo (o, in alternativa, bottigliette da mezzo litro senza) riempibili gratuitamente in zone segnate sulla mappa; poi, sparpagliati un po’ ovunque, ci sono degli operatori con delle lance pronti a fornire del refrigerio vaporizzando addosso acqua fresca; infine, scontato dirlo, un po’ ovunque ci sono numerosi stand dove bere e mangiare, da quest’anno (finalmente) pagando non solo con i fastidiosi token (che permangono), ma pure con carta di credito o con l’app Orlay Pay, in modo che tutto sia comunque cashless.

Per il resto, almeno qui (a La Maura non sono mai stato, ma segnalo comunque che l’organizzazione parla di un implemento di schermi ad alta definizione – 800 metri quadri in totale – posizionati sia a lato palco che nel prato), l’ambiente è simile a quello delle passate edizioni, anche se sono abbastanza certo di poter dire che è stato senza dubbio migliorato l’impianto audio. Almeno dov’ero io si sentiva molto bene, con un suono opportunamente potente.

Cliffords

Detto ciò – tutte informazioni utili per chi frequenterà il festival nei prossimi giorni – passiamo alla musica. Ad aprire oggi, in pieno solleone alle 17:30, ci sono gli irlandesi, di Cork, Cliffords. Devo ammettere che non li conoscevo affatto, ma su palco il loro energico indie-rock non è parso niente male, pur senza far gridare al miracolo per originalità o per canzoni indimenticabili. Del resto hanno pubblicato solo degli EP (l’ultimo Salt of the Lee dell’anno scorso), sono ancora giovanissimi e, probabilmente, avrebbero reso meglio in una dimensione più raccolta, da club, che non su un palco gigantesco come questo. La frontwoman Iona Lynch però ha presenza, bella voce e grinta e, vista anche la firma con Sony, non è improbabile che di loro si sentirà parlare in futuro.

Con una mezz’ora di ritardo sui tempi annunciati – dopo un paio di brevi Dj set gestiti dagli sponsor della manifestazione – è la volta di autentici veterani della scena rock inglese, i Manic Street Preachers. Ho il sospetto che da noi non abbiano mai realmente sfondato a livello di pubblico, restando relegati (al contrario che in madre patria) al semplice culto. Dall’Italia mancavano da oltre dieci anni (e si trattava sempre di un festival), mentre per un tour a proprio nome bisogna tornare nientemeno che agli anni Novanta, quando, a Milano, suonarono nell’ormai da tempo defunto Rolling Stone, ricordato qui dal cantante e chitarrista James Dean Bradfield prima di suonare The Everlasting. Pur avendo una quindicina di album alle spalle, a dirla tutta non mi sembrano in molti, qui, quelli che ne conoscono le canzoni. Attorno a me, la gente applaude e tutto sommato sta anche attenta, ma non si respira quell’aria da evento che (almeno in teoria) dovrebbe essere. La band, ad ogni modo, qui in versione espansa a quintetto, fa il suo, proponendo una quindicina di pezzi tratti da svariati loro dischi. La voce svettante e impostata di Bradfield non è forse per tutti, ma il suono è pungente (con pure qualche assolo) e, soprattutto nella seconda parte, dopo aver carburato un po’, paiono darci dentro con più forza ed energia, portando a casa il risultato.

Manic Street Preachers

Com’è ovvio che sia, però, i trentamila di stasera, sono tutti qui per Florence & The Machine, e lo si capisce dal boato assordante che li accoglie appena salgono sul palco. Pubblico composito: tantissimi giovani, tante ragazze con ghirlande di fiori in testa e glitter, ma anche spettatori più maturi come il sottoscritto, a conferma di un gradimento trasversale. Del resto, la cantautrice inglese è in giro da almeno un ventennio e fin da subito i suoi album hanno raggiunto un notevole successo. Io, dovendo essere onesto, l’ho seguita a fasi alterne, perché spesso ho avuto la sensazione che sfociasse in una musica di valore, ma con soluzioni un filo troppo «mainstream pop» per il mio gusto, oltre che per un’enfasi sonora a tratti eccessiva. Roba mai mediocre, intendiamoci, ma se sono qui stasera è soprattutto perché, invece, senza remore mi sono innamorato dell’ultimo (uscito a fine ottobre dello scorso anno) Everybody Scream, album realizzato con la collaborazione di personaggi come Aaron Dessner (National), Mitski e Mark Bowen (chitarrista degli IDLES). Album musicalmente solido e asciutto, splendidamente focalizzato e con canzoni spettacolari. Insomma, ci tenevo a non perdermela, anche perché dal vivo non l’avevo mai vista e avevo sempre sentito parlare di concerti notevoli, la cui fama (ora posso dirlo) è del tutto meritata.

Florence & The Machine

Certo, l’approccio non è proprio quello da classico concerto rock: la scaletta è congegnata come se fosse uno spettacolo, sul palco ci sono delle ballerine e il tutto è millimetricamente coreografato e un pizzico teatrale, pure che questo non va a discapito del feeeling e dell’emozione trasmessa. Proprio Everybody Scream apre le danze con la sua energia catartica e liberatoria. La voce di Florence è sovrastata da quella di tutto il pubblico e, per ciò che mi riguarda, da quella di un tizio di fianco a me che mi urla letteralmente nelle orecchie. Per fortuna non va avanti così per tutto il tempo, perché se no ne sarei uscito sordo. Battute a parte, Florence Welch ha una voce soul potente e duttile. Non posso mancare di segnalare qualche coro di rinforzo in base, ma è innegabile quanto sia una cantante davvero straordinaria. Attorno a lei, la band si divide tra tastiere, chitarra, basso, batteria, arpa e violino, fornendo un suono che sa farsi avvolgente, ma anche pulsante e ballabile e persino urticante quando serve.

A testimonianza di quello che dicevo sopra, un brano come Shake It Out ha un piglio pop non del tutto estraneo a quello di una Taylor Swift (con la quale ha pure collaborato), mentre brani come Wich Wich o Spectrum portano quello che è una sorta di gospel soul in territori nettamente più modernisti e contaminati, non granché classici. Mi ritrovo più facilmente in un pezzo quale Rabbit Heart (Raise It Up), il quale mette in mostra l’ugola soul dalle inflessioni blues su un beat cadenzato e più rock o nella cover di You Gotta Love di Candi Staton.

Florence & The Machine

A partire da qui, il concerto s’impenna: Hunger non si discosta da quella linea, ma già King si coagula in un sound marcatamente rock, che prosegue nella ficcante Howl e nella chitarristica What Kind of Man. I momenti più autenticamente emozionanti, però, come previsto, per me arrivano con i pezzi del nuovo album, non tantissimi purtroppo, ma suonati in sequenza e tutti clamorosi: One of the Greats parte come una ballata, ma un po’ alla volta s’infiamma passionale e intensa, con l’esplosione deflagrante della band e una chitarra distorta a portare tutto verso un climax di forza straordinaria; Buckle commuove per la sua semplicità, con una melodia così forte che reggerebbe anche solo voce e chitarra senza perdere nulla; infine la lunghissima Sympathy Magic, la quale non rinuncia all’epica che caratterizza la musica della band, ma la riconfigura in una sorta di ritmato folk cameristico in continuo crescendo, che qui trova compimento in un finale per sola voce eseguito da Florence mentre si muove abbracciando i fortunati delle prime file, che in più di un caso (prevedibilmente) cedono alle lacrime.

Classico infine il finale, con la celeberrima Dog Days Are Over nella quale Florence ha chiesto al pubblico di tenersi in tasca il cellulare e godersi questo momento di gioia e amore con lei e le persone al loro fianco (in effetti, in concerti di questo tipo, gli smartphone sono una vera piaga) a la liberatoria Free, a chiudere l’ora e mezza di concerto senza bis. Bellissima serata, ne valeva la pena.

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