Florist live a Milano, 11/9/2025

Lino Brunetti
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Foto © Lino Brunetti

Si è aperta l’11 settembre, coi concerti dei Florist e di Hannah Frances, la nuova stagione di appuntamenti live all’Arci Bellezza di Milano. L’abbiamo detto e ripetuto più volte: negli ultimi anni, grazie soprattutto all’acuta direzione artistica di Alberto Molteni, il Circolo Arci del capoluogo lombardo è diventato una delle venue più importanti della città, in termini di programmazione dal vivo di qualità, ma pure come luogo d’appuntamento privilegiato per tanti appassionati di musica. L’invito è quello di andare a dare un’occhiata al loro sito, ma dovrebbero bastare nomi come Kaki King, Lust For Youth, Any Other, L.A. Witch, Newdad, Σtella, mclusky, Morlocks, Chris Staples, Jehnny Beth, Heartworms, We Are Scientists, Water From Your Eyes, Paolo Angeli,  Turin Brakes, Wednesday e Sprints (giusto per citarne alcuni) per farvi capire di cosa parliamo e di cosa ci aspetta nei prossimi mesi.

Ma torniamo al concerto dell’11. Ad aprire la serata la bravissima cantautrice di Chicago Hannah Frances, sul palco da sola con la sua chitarra elettrica. Con tre album, una raccolta di demo e un EP alle spalle – da ricordare l’ottimo Keeper of the Shepherd dell’anno scorso – fresca di firma con la Fire Talk, sta per tornare con un disco nuovo in uscita il 10 ottobre, intitolato Nested In Tangles. Bella e duttile la sua voce dall’intonazione perfetta e ottima la tecnica chitarristica in fingerpicking. Durante il suo set, Hannah ha anticipato un paio di episodi del suo nuovo lavoro che, devo dire, da quello che abbiamo sentito promette bene. Di fronte a un pubblico davvero attento, in un silenzio quasi religioso, Frances ha rispolverato anche alcuni dei suoi vecchi brani, emozionando non poco con asciutte versioni da brivido, anche per chi, come il sottoscritto, non era granché a conoscenza del suo repertorio.

Il mood è rimasto intimo e raccolto anche con l’esibizione dei Florist che, in questa nuova tornata europea, anziché in quartetto, si sono presentati solo in due. Con Emily Sprague (a voce e chitarra acustica) c’era il solo Felix Walworth, il quale, però, per l’occasione si è diviso tra batteria, chitarra elettrica e tastiere. Quella della band di Brooklyn è musica gentile, intima, suadente. Il loro è un indie-folk che non ti verrebbe da associare a una grossa metropoli come New York, bensì a paesaggi più rurali, immersi nella natura. Basate sulla voce delicata di Sprague, le canzoni dei Florist sono confessioni fatte in punta di dita, riflessioni personali intime sussurrate a un pubblico che, anche in questo caso, per nulla ha fatto fatica a ritrovarsi in esse, accordandovisi.

Attorno alla voce, il tessuto musicali dei loro pezzi si configura tramite arpeggi ipnotici, un ritmo spesso appena spazzolato, una frasetta di tastiera lunare, il piluccare evanescente di una chitarra elettrica. Nulla arriva a disturbare l’introspezione accorata delle liriche e la dolcezza delle melodie, in un viaggio malinconico fatto percorrendo i sentieri tratteggiati dall’ultimo Jellywish (con brani come Our Hearts in a Room, Sparkle Song – dedicata al suo cane – o This Was a Gift), ma anche dai dischi precedenti come Florist ed Emily Alone. Proprio un pezzo estratto dall’ultimo citato, I Also Have Eyes, in origine una pepita acustica lo-fi, ha dato luogo all’unico momento veramente movimentato della serata, visto che è stata eseguita in una versione più spinta e dinamica. Definirla rugginosa magari sarebbe eccessivo, ma comunque la cosa più rock della serata. Serata incantevole.

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