FLYING MOJITO BROS
The Swamp Fox
Ubiquity
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L’espressione che ho assunto ascoltando le prime battute di The Swamp Fox dei Flying Mojito Bros era identica a quella di chi mi sente magnificare quanto sia buona la polenta con il pesto: sopracciglia inarcate e sguardo dubbioso. Non è detto, però, che una combinazione inconsueta debba per forza condurre a un giudizio negativo, e infatti, a un secondo e più attento ascolto, ho capito perché a Jody White, figlio di Tony Joe, sia parso questo uno dei metodi più indicati per valorizzare l’immenso tesoro musicale del padre (in parte ancora inedito): una scossa calda, secca e improvvisa, che crea scintille nella famosa «palude» in cui la «volpe» ha vissuto per anni.
I Flying Mojito Bros — Ben Chetwood e Jack Sellen — sono due DJ londinesi che, seguendo la loro passione il country-funk anni ‘70, i ritmi e la acid house, hanno saputo donare una nuova veste ai brani di TJ White. Lavorando all’ombra dei saguari, sono diventati i maestri della desert disco e, percorrendo strade secondarie, sono giunti alle paludi di White, dove ad attenderli hanno trovato Jody, pronto a riportare alla luce vecchi successi e intriganti inediti del padre. Benché fosse un ottimo narratore, abile nel far scivolare pensieri e sentimenti lungo le corde della sua Strato, TJ ha trascorso mezzo secolo di carriera nelle retrovie, incurante della fama. Preferiva osservare da un angolo il successo ottenuto dai suoi brani per tramite altrui: com’è accaduto con Polk Salad Annie, diventata una hit nelle mani di Elvis, o Steamy Windows, interpretata tra gli altri da Tina Turner, Kenny Chesney e John Anderson.
Lo schivo TJ sapeva far rallentare le melodie, rilassare i suoni, lasciar dondolare la voce su linee di chitarra spartane, cercare il blues in quei ritmi che tutti hanno definito paludosi, ma si spingono oltre il bayou, perché troppo grandi per restare chiusi lungo il Mississippi. Il riecheggiare di quel funk ipnotico è arrivato fino ai FMB, che hanno avuto cura di brani come Alligator Stomp o Swamp Rap asciugando il sudore provocato dall’umidità della costa con sferzate di echi provenienti dell’elettronica, stordendo con lampi dal ritmo psichedelico.
Certo, all’inizio si rimane spaesati, si può considerare inutile rimaneggiare brani di per sé perfetti come Grounded, dove si capisce cosa intendesse TJ quando affermava che in una buona chitarra cercava suono e vibrazione. Il modo in cui la chitarra vibra contro il corpo mentre il suono si fa strada dal profondo ha reso White un incantatore esperto nell’usare riff ripetitivi, martellanti e concilianti allo stesso tempo.
In ‘Bout to Dance (In My Pants), la creatività dei FMB prende il sopravvento, il ritmo si fa incalzante, escono tutti i colori delle luci stroboscopiche, la desert disco corre veloce. Può non piacere, ma è difficile da arrestare: prima di giudicarlo, The Swamp Fox è un album da ascoltare più volte, con la mente aperta, immaginando il vecchio alligatore che si muove silenziosamente, a pelo d’acqua, per colpire all’improvviso con un movimento secco… come l’aria del deserto.


