Francesca Palamidessi, Wisteria

Ernesto D Angelo
3 minuti di lettura

FFRANCESCA PALAMIDESSI
Wisteria
PLUMA Dischi 
***1/2

Il panorama italiano ci offre con una certa regolarità degli artisti che brillano per unicità. Come la cantante, pianista e compositrice romana Francesca Palamidessi. Vocalist e strumentista attiva nel pop di qualità (Elisa, Mengoni, Brunori Sas e Calcutta) è già presente sulla scena da anni con progetti propri e con qualche disco notevole già alle spalle (Amber Haze, 2017 e Madreperla, 2023). Nella sua musica convivono sprazzi di jazz, pennellate espressioniste, inventiva elettronica e laborioso onirismo. Il suo stile, grosso modo, è situabile in una bolla spazio-temporale tra Sam Gendel, Melanie De Biasio, Blonde Redhead, Bugge Wesseltoft e Guy Blakeslee.

Adesso ha prodotto un curioso e interessante EP dal titolo Wisteria, pubblicato da PLUMA Dischi, dieci tracce i cui titoli sono mutuati da due passi (incollati) tratti dal romanzo La campana di vetro di Sylvia Plath, cioè «I saw my life branching out before me (…) because I couldn’t make up my mind». Il titolo, wisteria, ossia il glicine, non si riferisce a Pasolini (ammetto di averci pensato!) ma al fiore che simboleggia tanto la femminilità quanto l’intimità e che è, pure, uno dei due caratteri han (di origine cinese) che in Giappone danno vita alla parola Kattō, termine che indica il conflitto interiore. E tale conflitto riguarda il riconoscersi/individuarsi in un mondo foriero di molteplici costrizioni.

I saw è una meraviglia sussurrata che sembra uscita fuori da meditate visioni di Laurie Anderson, collegata senza soluzione di continuità a my life, discesa nei meandri più profondi della coscienza dell’artista che s’interrompe bruscamente nel graffio elettrico che apre branching, dove singulti di ritmicità sintetica incontrano febbrili zigzag d’avanguardia sakamotiana. Da parte sua out, ctonio canto (in italiano) su inevitabili sommovimenti dell’anima, è declamato con una voce distorta, quasi a rivendicare un’estraneità che il clima sincopato e ossessivo di before me consolida. Because, invece, ricorda, ma in maniera più linearmente groovy, le scarne architetture di Christian Fennesz per il Blemish (2003) di David Sylvian, mentre I couldn’t, su un tappeto noise rock, diviene una rasoiata che reclama la necessità vitale dell’essenzialità.

Annunciata dalla ieratica e aeriforme make, ecco giungere up, che sembra la trasposizione in musica, in stile post-Deerhoof, di alcuni pensieri dell’antipsichiatra Ronald David Laing (per quanto il testo prenda le mosse, of course, dalla Plath). La finale my mind è il logico epilogo, ancora con la centralità della voce, dell’inesauribile dialettica – tra smarrimento e scissione interiore – che non intende arrendersi alla compiutezza. Diceva Thelonious Monk che «(…) Un genio è colui che più assomiglia a sé stesso». Tra mille lotte, la Palamidessi lo ha capito benissimo!  

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