Francesco De Gregori live a Legnano (MI), 12/12/2025

Roberto De Benedetto
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Com’è vero che Francesco De Gregori è uno dei più importanti esponenti e interpreti della canzone d’autore italiana, è anche vero, forse, che chi come me è un po’ «datato» non potrà non lasciarsi attrarre, sospinto da nostalgia e sempiterna «ricerca del tempo perduto», dal titolo inequivocabile di questo suo ultimo tour. Rimmel 50 segna appunto il mezzo secolo tondo dall’uscita del suo disco più famoso, quello che i teenager più o meno «impegnati» dei ’70 conoscevano a memoria. In fondo, quell’album ruffiano ma riuscitissimo, solo in «lieve odor di naftalina» (per citare con parole diverse quanto fatto intendere dallo stesso Francesco al pubblico che ha gremito in ogni ordine di posto il teatro legnanese), resta la ciliegina sulla torta di una carriera di alto profilo, iniziata con il buon esordio di Alice non lo sa (1973), proseguita col difficile secondo album (omonimo benché noto come «la pecora») e alfine culminata nel grande successo di pubblico arriso a Rimmel (1975), appunto, opera oggi «festeggiata» e non «celebrata» (sono sempre parole di De Gregori).

Ovviamente, chi scrive non dimentica molti altri lavori che talvolta hanno raccolto molto meno di quanto meritassero, a partire proprio da quel Bufalo Bill (1976) molto controverso all’epoca sebbene si tratti, al tirar delle somme, della sua prova più matura e fresca (per quanto un po’ ostica all’orecchio medio), in grado di resistere alla prova del tempo quanto e più del suo illustre predecessore. Anche per Francesco il primo amore non si scorda mai e così, dopo l’intro di Cercando un altro Egitto, eccoci subito alle prese con Desolation Row di Bob Dylan a suo tempo ribattezzata Via della povertà (qualcuno se la ricorderà anche nel Volume 8 di Fabrizio De André). E in effetti, nella prima parte dello show, accompagnato da un gruppo — Guido Guglielminetti al basso, Primiano Di Biase a tastiere e fisarmonica, le chitarre di Paolo Giovenchi e Alessandro Valle tra gli altri — in gran spolvero, De Gregori si è cimentato spesso all’armonica, in un ennesimo link con il premio Nobel per la letteratura proveniente da Duluth, Minnesota.

Questa sezione della serata ha contemplato la splendida Atlantide, così come le altrettanto «minori» (ma solo nella fama) Compagni di viaggio e Deriva. Per molti dei presenti il bello deve ancora arrivare, eppure l’inizio è stato ottimo: De Gregori — ragazzo poco meno che settantacinquenne — canta molto bene, ha un bel carisma, dialoga e scherza col pubblico, per una volta evita di stravolgere i suoi brani più celebri (cascame, non sempre apprezzabile, ereditato dal solito Dylan). La leva calcistica della classe del ‘68, sempre un bel brano (ancorché debitore d’un vecchio e sconosciuto titolo di Elton John dell’inizio dei ’70), ha contrassegnato il momento del definitivo decollo, con partenza per la zona centrale dello spettacolo, dominata dai brani di Rimmel.

Si lascia da parte l’elettrica e ci si volge a un suono acustico, intelaiato su chitarra, piano e contrabbasso, perfettamente confacente al recupero delle notissime Piano bar o Quattro cani, per non dire di una bella versione di Pezzi di vetro eseguita per soli voce e pianoforte senza perdere nulla del fascino originale. Dopo Il signor Hood, a mandare in visibilio il teatro ci pensa il trittico costituito da Piccola mela (il preambolo parlato ne amplifica il pathos, ma era e resta uno dei brani migliori del disco), Le storie di ieri (forse la traccia meno immediata del famoso lotto, qui resa splendidamente, con una bella introduzione al contrabbasso di Guglielminetti che sembra omaggiare anche i vecchi Beatles di Day Tripper) e la celeberrima title-track, talmente nota e memorizzata da essere cantata all’unisono con il pubblico.

Subito prima, una versione davvero toccante di Pablo (composta da Lucio Dalla), quasi un inno nonché uno dei momenti più emozionanti della scaletta. De Gregori ricorda al pubblico come ogni tanto sia bello sfoderare qualche brano meno noto, e forse intenzionalmente la sequenza formata da La valigia dell’attore, I matti e Il panorama di Betlemme (per inciso, tutte belle canzoni) placa un po’ gli animi prima del gran finale. Assestato con tre classici intramontabili del valore di Alice, Generale e Bufalo Bill (e di nuovo ci viene da pensare al bellissimo album dallo stesso titolo). Un trionfo, a essere obiettivi più che meritato: De Gregori, come autore, sarà anche sparito da dieci e più anni, ma quanto di buono ha fatto — impossibile da ricondurre solo a un concerto d’un paio d’ore e a una ventina di episodi — è destinato a restare, senza nessuna ombra di retorica.

L’immancabile bis è riservato a due altri grandi brani come Sempre e per sempre e, soprattutto, La donna cannone, capolavoro senza tempo del cantautore romano e della canzone italiana tutta. L’invito al pubblico a unirsi e ballare un valzer finale, sulle note di Buonanotte fiorellino, viene raccolto da un buon numero di presenti e chiude un concerto totalmente riuscito. Non siamo nostalgici, ma contenti d’aver vissuto un tempo che ci ha regalato tanto; siamo persone fortunate che si augurano la stessa fortuna, nell’arte e non solo, vada presto incontro anche alle nuove generazioni, quelle i cui passi risuonano in questi tempi tumultuosi e confusi.

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