Full of Life: il jazz a tutta vita di Valentina Cenni e Stefano Bollani

Lorenzo Costa
14 minuti di lettura
Tutte le foto © Azzurra Primavera

Tutta vita. O forse, più semplicemente, tutte, tante vite. Quelle che si sono incontrate per una settimana in una sorta di comune jazzistica, condividendo musica, idee, risate, improvvisazioni. Da quella residenza creativa è nato un progetto che ha preso forma in un film documentario, in un disco e in un tour capace di confermare la forza di quell’esperienza anche davanti al pubblico. La pellicola racconta i giorni condivisi da Enrico Rava, Paolo Fresu, Roberto Gatto, Daniele Sepe, Ares Tavolazzi, Antonello Salis, Matteo Mancuso, Christian Mascetta, Frida Bollani Magoni e Stefano Bollani. Con quest’ultimo e Valentina Cenni abbiamo parlato del dietro le quinte di Tutta vita: del rapporto tra regia e improvvisazione, di ispirazione, del concetto di «democrazia perfetta» applicato al jazz ed evocato da Rava, immaginando Miles Davis come special guest del progetto e del legame tra alcuni dei più importanti protagonisti della scena italiana di ieri e di oggi.

Valentina, in una precedente intervista hai raccontato di avere avuto, inizialmente, un atteggiamento quasi «prussiano» verso le riprese, già piuttosto definite sin dalla vigilia, ma di aver poi cambiato approccio. Il jazz e l’improvvisazione sono entrati anche dietro l’obiettivo: quanto è stato importante lasciare che fosse il film stesso a suggerire il modo in cui andava girato?
Valentina: Per mia natura tendo a immaginare tutto quello che potrebbe accadere e tutto quello che vorrei vedere. Così mi ero scritta e immaginata il film. Poi, una volta raggiunta dai musicisti, seguirli è diventato irresistibile. La libertà che ogni istante mettono in pratica è talmente coinvolgente ed entusiasmante che viene spontaneo assecondarla. Ho provato ad ascoltarli, proprio come accade, meravigliosamente, tra loro, mettendomi anch’io in ascolto e cercando di dialogare, restando il più possibile nel presente. 

In Tutta vita sembra che il tempo diventi un vero personaggio: quanto conta, quanto è importante il tempismo di una regista nel riconoscere l’istante? Faccio qualche esempio: penso all’imitazione collettiva di Enrico Rava che è partita da Stefano o al tema di Febbre da cavallo evocato durante una passeggiata…
V.: Credo che il fatto di conoscerli bene mi abbia avvantaggiata. Li ho scelti anche perché hanno un’intelligenza che permette loro di essere molto spiritosi e, soprattutto, molto svegli, attenti e perspicaci. Proprio perché li conosco, a volte ho cercato, senza forzature, di accompagnarli verso ciò che avrei voluto vedere. Non ricordo esattamente come sia successo, ma è probabile che sia stata io a innescare questa battle di imitazioni tra musicisti. Credo che la conoscenza e la profonda stima nutrita verso di loro mi abbiano aiutata a comprenderli e a cogliere le dinamiche stabilitesi di volta in volta. 

Enrico Rava definisce il jazz una «democrazia perfetta», dove ogni musicista ha voce ma nessuno prevale davvero sugli altri. Chi racconta quella musica attraverso il cinema diventa, in un certo senso, un interprete e un testimone di quella democrazia…
V.: Enrico alla fine, in quella riflessione sulla democrazia perfetta, ha enucleato quello che interessava a me. Quello è un punto centrale del film: per me i jazzisti rappresentano un mondo ideale. Un mondo abbastanza orizzontale in cui nessuno, almeno tra i musicisti che conosco io e soprattutto tra quelli coinvolti in Tutta vita, impone agli altri delle cose. C’è un dialogo vero, autentico. Mettono in campo un ascolto e una voglia di giocare, di farlo insieme, di affidarsi all’altro, di non aver paura di quello che accadrà. Una democrazia perfetta per me è una comunità perfetta dove si sta insieme con uno sguardo libero sul mondo.

Se aveste potuto aprire la porta della residenza e far entrare un grande protagonista del passato, chi avreste voluto avere con voi per una settimana e perché? Un Jobim [il cane di Stefano e Valentina immortalato nella pellicola, ndr] c’era già…
V.: Magari Tom Jobim! Sarebbe stato bellissimo. Io avrei fatto entrare Miles Davis proprio per la sua capacità di gestire il gruppo in modo differente. Sarei stata curiosa di vederlo interagire con questi dieci, fantastici musicisti. 
Stefano: Io avrei preferito di no, perché è uno dei musicisti che amo di più in assoluto. Però non credo che mi sarei divertito a suonare con lui: il suo approccio e il suo modo di dirigere il gruppo non credo sarebbero stati adatti a me. Un po’ come Frank Zappa: era molto severo con i suoi musicisti e non avrei mai voluto suonare con lui. Non amo la severità, anche se il risultato era fantastico. Esistono musicisti che hanno suonato con Frank Zappa: meno male! Per chiuderla, però, io avrei voluto Louis Armstrong.

Perché?
S.: È molto semplice. Lo avrei scelto per due motivi. In primis, perché ci saremmo fatti delle grandissime risate e sia Enrico Rava sia Paolo Fresu avrebbero avuto gli occhi a cuore per quei sei giorni… anche con Miles, a dire il vero. Il secondo motivo è che, esattamente come Davis, credo sia una delle figure più importanti della storia del jazz. Con il tempo, quella di Armstrong è diventata anche un’immagine iconica, con il rischio di sminuirne la rilevanza come artista e come ambasciatore del jazz nel mondo.
V.: Mi ricollego a quello che dicevamo prima. Il motivo per cui, da regista, ho indicato Miles Davis, è esattamente lo stesso per cui Stefano non lo avrebbe scelto. Tra Davis e gli altri musicisti si sarebbe probabilmente creato un contrasto, una tensione, e proprio quella tensione, da regista, sarebbe stata interessante da esplorare 

John McLaughlin ha raccontato che Davis, durante le registrazioni di In a Silent Way, gli aveva chiesto di occuparsi della chitarra come se non la sapesse suonare. Quant’è importante, per un musicista, «imparare a disimparare»?
S.: Ho iniziato a suonare molto presto e con il desiderio di diventare un virtuoso. Mi ero innamorato di Oscar Peterson, mi piacevano i brani veloci, le mitragliate di note. Fin dall’inizio, però, mi sono trovato a suonare con persone molto intelligenti che, non solo nel jazz ma anche nel pop (per esempio durante il mio primo tour con Raf, quando avevo vent’anni), continuavano a dirmi: «Suona meno». Suonare meno è un conto, suonare come se non si sapesse suonare è un altro passaggio, ed è quello che mi interessa. Il mondo è pieno di musicisti che amo e non hanno studiato. Per questo mi affascina l’idea di dire: «Ok, ho studiato, conosco le regole dell’armonia, so più cose di John Lennon, però devo dimenticarle per riuscire ad accedere a quel canale di ispirazione a cui accedeva Lennon».

Molti degli interpreti di Tutta vita erano già con te in Shades of Chet, un disco che considero ancora oggi il vertice di più discografie nell’atto di incontrarsi. Com’è stato ritrovarsi con Enrico Rava, Paolo Fresu e Roberto Gatto, anni dopo, in un progetto così diverso?
S.: Lo stesso effetto che ha fatto ritrovare anche Ares Tavolazzi e Antonello Salis. Ci sono tre giovani [Matteo Mancuso, Christian Mascetta e Frida Bollani Magoni, figlia di Stefano, ndr]. C’è Daniele Sepe, che per quanto mi riguarda è un’amicizia relativamente recente, maturata negli ultimi 10 anni. Gli altri sono decisamente i musicisti più importanti con cui ho avuto a che fare. Quelli che mi hanno insegnato di più senza insegnare «ufficialmente». Perché il jazz è una musica in cui si è alla pari quasi sempre, tranne in alcuni casi. Tra le eccezioni abbiamo citato Miles, oppure penso a un grande leader di big band che deve tenere insieme una trentina di persone. Duke Ellington non può ragionare come ragioniamo noi in un piccolo gruppo. Questo fa sì che ci sia del cemento tra me e i singoli, ma per motivi evidenti c’è il cemento, ad esempio, fra Paolo e Antonello, fra Enrico Rava e Roberto Gatto, ma anche tra lui e Ares. Ultimamente suonano insieme. Non c’è fra Sepe e Ares, che non si erano mai visti, molto divertente e bizzarro essendo due protagonisti della musica dei Settanta e degli Ottanta. Per me era un regalo meraviglioso, ma la cosa più bella che mi si è confermata è questo senso di tribù per cui ognuno ha la sua storia, ognuno fa le sue cose, non c’è gelosia se, ad esempio, Ares suona con un altro pianista o se io suono con un altro bassista.

In uno dei passaggi più significativi del film, Valentina chiede a Christian Mascetta cosa sia l’ispirazione. La sua risposta è che si studia tanto solo per essere pronti quando la musica viene a bussare. Partendo da questa riflessione, vi giro la domanda: cos’è, per voi, l’ispirazione? 
V.: Ha risposto talmente bene che la firmeremmo, anzi spesso la citiamo. Siamo in sintonia con Mascetta.
S.: Siamo d’accordo con l’idea che uno studia, studia, ma nel momento chiave, quando sta suonando, deve «dimenticare» quello che ha suonato, come dicevamo prima, e concentrarsi sull’aprire quella porta mentre l’ispirazione bussa. C’è una cosa bellissima che diceva Michael Jackson, nel suo biopic visto da poco. Era in meditazione, ma era incalzato da altri a fare cose diverse. «Devo restare qui, non posso muovermi potrebbe arrivarmi una canzone meravigliosa da Dio, ma se io sono distratto, Dio poi la dà a Prince». È un’estensione dell’idea di Mascetta, più Americana perché tira fuori  subito un competitor; quella di Mascetta, invece, è più spirituale, ma è lì vicino, è quell’idea lì.

Se dovessi indicare un album di Miles che il pubblico ha capito davvero solo con il passare degli anni, quale sceglieresti e perché?
S.: Non è facile, Miles è un uomo di successo… All’inizio i vari tentativi di jazz-rock venivano trattati male dalla critica, ma sono stati giustamente rivalutati per la loro grandezza. Però posso dire i miei dischi preferiti di Davis.

Volentieri…
S.: Ho una preferenza per i dischi del quintetto di Woorkin’, Cookin’, Steamin’ e Relaxin’, usciti su Prestige. Credo sia uno dei punti più alti della storia del jazz e della musica. C’è un’eleganza, una poesia e una ricerca — al tempo stesso — difficile trovare in un progetto jazz. Questo genere spesso dà un senso di libertà e di ricerca, ma magari è poco arioso o melodioso o intenso o poetico. Lì sento tutto quello di cui ho bisogno dalla musica. Mi cura, mi fa star bene, mi commuove e mi diverte.

In questo senso, la versione e il giro di piano It Never Entered My Mind sono eloquenti.
S.: Esatto. A proposito di semplicità. È una cosa semplicissima, ma è bellissima perché c’è un clima che dopo è difficile ritrovare. Adoro le cose fatte con Herbie Hancock e Wayne Shorter, ma qui c’è un’eleganza d’altri tempi che per me è eterna.

C’è un episodio nella discografia di Stefano Bollani che andrebbe rivalutato, forse perché non uscito nel momento giusto, o magari perché troppo avanti rispetto al sentire del pubblico?
Stefano: Sono tutti figli miei. Ci tengo che tutti siano valutati molto bene [ride, ndr]. Sono soddisfatto di come vengono recepiti. Non saprei, forse ti potrei dire che i due dischi Concertone e El Chakracanta: Live in Buenos Aires mi piacerebbe vederli più in giro. Concertone è fuori catalogo temo, è un disco Label Bleu di vent’anni fa. El Chakracanta forse si poteva far notare di più. Sono due lavori a cui tengo, frutto di uno sforzo compositivo molto più alto rispetto ad altri dischi in cui l’improvvisazione era predominante.

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