David Tattersall, voce e chitarra dei Wave Pictures, parla chiaro: Gained/Lost è un album registrato in una settimana, vivo, imprevedibile, senza perfezione digitale, per il puro gusto di suonare. Per quasi trent’anni, Tattersall, Franic Rozycki (basso) e Jonny Helm (batteria) hanno mescolato garage, indie e classic rock, lasciando che le canzoni nascessero dall’inconscio, dai pensieri sparsi, dai quaderni pieni di appunti, sul palco come in studio. Nell’eterna ricerca del flusso d’ispirazione, tra testi che affiorano come cartoline dall’universo e melodie istintive, intente a costruirsi sul momento, la band mostra cos’è davvero suonare insieme: fratellanza, spirito, follia, magia. Bob Dylan? «Il più grande autore di canzoni che sia mai esistito!». David Bowie? «Per me è sempre stato solo una brutta imitazione di Lou Reed, non male ma di livello inferiore». Taylor Swift? «È il Terminator: una cyborg venuta qui per sterminare la razza umana». Nell’intervista, Tattersall svela il proprio metodo creativo e un punto di vista radicale sulla musica contemporanea che tocca anche questioni epistemologiche: cosa sia davvero una canzone, dove risieda il suo significato, e perché non coincida mai con la sua registrazione. In un’epoca dominata da streaming e intelligenza artificiale, ma anche popolata da migliaia di poser con velleità artistiche, Tattersall rivendica una musica fatta di anima e corpo, imperfezioni e interazione umana. Sparate Gained/Lost dalle casse, e perdetevi nel lunghissimo racconto di David Tattersall

Ciao David, siete pronti per il prossimo tour?
Non vedo l’ora. Amo suonare insieme a Jonny e Franic. Ho tante canzoni vecchie e nuove che voglio suonare.
Vorrei partire dal vostro ultimo lavoro. Gained/Lost è stato registrato in una sola settimana da Jim Riley ai Ranscombe Studios di Rochester, senza rifiniture ossessive né sovrastrutture. Eppure, ascoltandolo, non si ha mai una sensazione d’incompiutezza: al contrario, qualità, coesione e intensità ne risultano rafforzate. Istinto o consapevolezza?
Sai, ho impiegato moltissimo tempo a scriverlo. E abbiamo provato a lungo. Poi, la registrazione è stata velocissima. È il modo in cui mi piace lavorare. Così si ottiene una freschezza particolare.
In un’epoca in cui molti dischi vengono costruiti pezzo per pezzo al computer, il vostro sembra un gesto controcorrente.
Penso che sia davvero un approccio controcorrente. Un mio amico, di recente, mi ha chiesto cosa ne pensassi dell’intelligenza artificiale che crea musica. Per me non fa alcuna differenza, perché le persone si sono già trasformate in robot anni fa. Per il modo in cui fanno musica: hanno reso possibile a un robot fare musica e farla risultare indistinguibile da quella che gli esseri umani facevano già. Il mio gusto musicale è l’esatto opposto. Amo di tutto: dai vecchi field recordings del folk e del blues americano, al jazz e al country degli anni Venti e Trenta, passando per il rockabilly e il R&B degli anni Cinquanta, fino al rock della controcultura degli anni Sessanta e al punk rock degli anni Settanta. È tutta una questione di persone che suonano insieme in una stanza. Di freschezza, spontaneità, performance. È esattamente ciò a cui puntiamo anche noi. Non si tratta di perfezione. Si tratta di spirito. Riesci a catturare lo spirito? È l’unica cosa che conta. Per me, è questo che significa «anima», in musica: l’interazione tra individui. Con tutti i loro difetti, le loro idiosincrasie e le loro personalità. Non si tratta di turnisti che suonano come robot per poi togliere ulteriormente la vita alla musica in fase di editing. Noi siamo una band vera, nel bene e nel male. Quindi sì: tutta la storia della musica che amo, queste semplici canzoni a tre o quattro accordi che le persone hanno sempre scritto, con testi interessanti e infinite variazioni di ciò che puoi suonare e di come puoi farlo… è una gioia e una felicità lavorarci. Sai, dovrebbe essere divertente. E in fondo si tratta di trovare se stessi, di capire che suono hai, quale sia il tuo piccolo contributo a questo immenso oceano di canzoni. In un certo senso è qualcosa di cosmico. Come dice un altro mio amico, devi «canalizzare l’universo»… fare un bel respiro profondo e buttarti. Non essere troppo pretenzioso o autocritico. Impegnati nel momento. È questo il punto, che tu sia Louis Armstrong, Bill Monroe, i Seeds, i Black Flag o i Wave Pictures. Devi metterti in sintonia con l’universo, non cercare di imporre la tua volontà all’universo.
Come nasce, oggi, un brano dei Wave Pictures? Il tuo metodo di scrittura è cambiato nel tempo?
Prima,scrivo sempre i testi. Scrivo tantissimi, tantissimi testi. Quando parto, sono come Jack Kerouac, almeno nella mia testa! Pagine e pagine di appunti. È come aprire un rubinetto. Colgo un’idea e poi riempio quaderni su quaderni. All’inizio, può entrarci qualunque cosa. Sogni. Qualcosa che sento dire a qualcuno sull’autobus. Qualcosa in TV. Ricordi e cose inventate. Qualsiasi cosa. Quello è il materiale grezzo. Più tardi arriva l’editing. È lì che devo cercare di tirare fuori, da tutto quello che ho scritto, ciò che posso cantare su accordi semplici.

E una volta che hai scritto tutto, come scegli quali brani diventano effettivamente canzoni dei Wave Pictures?
Di solito scrivo un intero mucchio di canzoni alla volta. Non mi siedo a scrivere una canzone sola: ne scrivo tante. Poi le provo con Jonny e Franic in sala prove. Se la canzone funziona, se loro riescono a suonarla e io riesco a cantarla, allora sarà una buona candidata. Se non funziona, me ne vado e la riscrivo, la cambio. Metto le parole su una musica diversa. Oppure prendo una strofa che mi piace e la infilo da un’altra parte. Così tutto prende forma molto lentamente. E poi, quello che mi piace è che quando la registriamo e la riascolto, penso: «Ma da dove diavolo è uscita questa cosa?». Mi diventa completamente estranea. Come se venisse da un altro mondo. È come scavare in cerca d’oro. È difficile credere che si possa partire dal nulla e arrivare a qualcosa. È un processo magico. Cerco di ingannare me stesso per sorprendermi di quello che riesco a tirare fuori. Se qualcosa non funziona, la butto via e basta. È quasi come scolpire con suoni e parole. Viene modellata e rimodellata, aggiustata, riscritta. Non c’è pressione in nessuna fase. È solo gioco. Poi, quando la scrittura è finita, arriva anche il momento di divertirsi con i ragazzi. Non amano nemmeno loro il lavoro troppo duro: o le cose funzionano, oppure no. I testi mi dicono cosa fare, e poi la musica dice a tutti noi cosa fare. In gran parte si tratta di farsi da parte, lasciare che il processo prenda il controllo. È una questione di flusso.
Una curiosità. Cosa ha ispirato l’uso di quel violino in Samuel, che richiama immediatamente il lavoro di Scarlet Rivera su Desire di Dylan?
Hai colto nel segno! Ho detto al mio amico Richard: «Conosci quel violino su Desire?» E lui ha risposto: «Scarlet Rivera, è la mia violinista preferita! Grande!» E poi l’abbiamo fatto. Non si è detto altro. Se Richard non fosse stato disponibile quel giorno, avremmo semplicemente registrato quel brano senza violino, come lo facciamo dal vivo.
Dal vivo, le vostre canzoni spesso cambiano e si trasformano.
È un processo al centro della mia idea di musica. Tu hai una canzone. E una canzone non è come la suoni: per me una canzone sono le parole e gli accordi. Tutti i miei brani puoi suonarli da solo, con una chitarra acustica. Poi la band li prende e li suona insieme. Il nucleo resta sempre lo stesso, ma negli assoli c’è spazio per l’improvvisazione. Non è roba da jam band, non è quello. Però devi aprirle, lasciarle respirare. Essere liberi e naturali. Se una canzone c’è davvero, alla base, allora puoi farci quello che vuoi. Inoltre, noi suoniamo senza scaletta. Saliamo sul palco e iniziamo a suonare, facendo quello che in quel momento mi viene di fare. Odio le setlist. Dovresti suonare cose diverse ogni sera. Odio quelle band che fanno lo stesso identico concerto tutte le sere. Ci abbiamo anche girato in tour insieme, con band del genere. Loro vivono il live come se stessero mettendo in scena uno spettacolo teatrale. È noiosissimo. Io non potrei farlo. Mi annoio mortalmente se c’è troppa ripetizione, ho una soglia di tolleranza bassissima per queste cose. E poi non è questo il senso della musica. Amo i Grateful Dead. E amo i Fall, che erano spontanei in un modo completamente diverso. Deve essere tutto un po’ sgangherato, aperto, divertente. Non dovrebbe mai sembrare uno show in cui tutto è deciso in anticipo. Dovresti salire sul palco senza sapere esattamente cosa succederà.
In una vecchia intervista hai detto che una canzone esiste indipendentemente dalla sua registrazione. In un’epoca dominata dallo streaming, in cui i brani vengono spesso consumati in una forma fissa, quest’idea ha ancora senso? Io, personalmente, sono d’accordissimo con te. Seguendo da anni Bob Dylan dal vivo, sentire una canzone cambiare ogni sera, mi dà i brividi. Ma so che non tutti la pensano così.
Be’, se c’è qualcuno che sa cosa sono le canzoni, quello è Bob Dylan, il più grande autore di canzoni mai esistito! Una canzone non è la registrazione di una canzone. Ci sono molte persone che non sanno nemmeno cosa sia una canzone: pensano che una canzone sia la sua registrazione. Ma una canzone è una canzone. Puoi farla in un modo, poi qualcun altro può registrarne una versione reggae o una versione heavy metal. C’è quella band, di cui ora mi sfugge il nome, che fa versioni bluegrass delle canzoni degli AC/DC [Hayseed Dixie, ndr]. Alla fine, lo stile non è altro che come fai una canzone. La cosa grandiosa delle canzoni, è che usano tutte gli stessi accordi. Sono gli stessi accordi che ha usato Hank Williams, hanno usato i Police, i Pearl Jam, i Joy Division, Jimmie Rodgers, gli Undertones, Otis Redding. Come canta Leonard Cohen, It goes like this, the fourth, the fifth, the minor fall and the major lift… ecco, quelle sono le canzoni. Kylie Minogue e un «Leonard Cohen che ride» usano gli stessi accordi.
Tutto il resto non è altro che il «vestito» di una canzone, quello che chiamiamo stile. Lo stile, di per sé, non mi interessa. Devi essere semplicemente te stesso. Allora diventi il tuo stile. È una cosa che ho imparato da Jonathan Richman, crescendo: sii te stesso e lo stile verrà fuori da solo.
Molti artisti invece partono dallo stile, costruendo tutto il resto attorno.
Le persone mettono sempre il carro davanti ai buoi. Formano band e poi sistemano tutto partendo dai dettagli. Lavorano dall’esterno verso l’interno, invece che dall’interno verso l’esterno. Si vestono come i Joy Division, fanno una parte di synth come i Joy Division, mettono a punto le parti di batteria e basso alla maniera dei Joy Division, tutto in modo estremamente meticoloso, un pezzo alla volta. Ci mettono un anno a scrivere una canzone, due anni a provarla e un altro anno a registrarla. E cosa ottengono? Solo una debole imitazione dei Joy Division. Il mio consiglio è: non fatelo! Dimenticate lo stile. Le canzoni sono cose meravigliose. Chiunque può scrivere una canzone. Imparate le canzoni di Jimmie Rodgers, di Robert Johnson. Scrivete i vostri testi. Va bene, probabilmente non sarete Bob Dylan: unitevi al club! Tanto, lui è il migliore. Non si può puntare a quello. Ma potete comunque fare ciò che ha fatto lui. Oppure prendete semplicemente quello che faceva Lou Reed, dal Re al Sol, e cantate quello che avete mangiato a colazione. È un inizio! È meglio che partire dallo stile. Parti dalle canzoni, e lascia che lo stile emerga naturalmente da te. Organico, semplice, spontaneo. Lasciati guidare dall’universo: non puoi sbagliare! È una buona domanda questa sullo streaming, sai. Mi dicono che ha cambiato tutto. Ma penso si debba restare fedeli alla propria arte. Non preoccuparsi del mondo. Io penso alle nostre registrazioni come a un messaggio in bottiglia. Quando sei su un’isola deserta, metti un messaggio in una bottiglia e la lanci in mare. Forse qualcuno la troverà. Probabilmente no. Per me, una «pubblicazione» è questo. E se là fuori c’è anche solo una persona che si fuma una bella, grossa canna, o apre una buona bottiglia di vino rosso, si mette comoda e ascolta il tuo disco dall’inizio alla fine, allora ne vale la pena: devi farlo per quella persona. So che non sarei sopravvissuto a questa vita se le persone non avessero fatto dischi, se non avessero messo cuore e anima nella loro musica. Alcune delle persone che mi hanno salvato con la loro musica sono famose, altre sono sconosciute, ma per me è importante che tutti lo abbiano fatto. Sono uno da vinile. Non ho mai neanche guardato Spotify. Non uso internet. Non ho nemmeno un computer mio. Non ho uno smartphone. Ho preso in prestito il computer della mia ragazza adesso, solo per parlare con te! Quindi, in un certo senso, non sono «nel mondo moderno». Ma mi sento vivo adesso, semplicemente non sono cambiato. Non posso portarmi il mondo intero sulle spalle.
In brani come Faded Wave Pictures T-Shirt e Samuel emerge una dimensione intima, quasi autobiografica, mentre altri (per esempio Sure and Steady o Sparklers) la vita quotidiana diventa poesia. Come si è evoluto il vostro approccio nello scrivere di esperienze personali?
Ti dico la verità. Non ci penso affatto a queste cose, ma io sono cambiato. Quindi cambia anche la musica. Anche se non ho mai cercato di cambiare. Non ci ho mai riflettuto davvero. Alcune delle canzoni che abbiamo fatto in passato sono ancora le mie preferite, in assoluto. Altre le odio, non le sopporto. Sai, le canzoni prendono vita da sole. A volte quelle che sembrano più personali sono completamente inventate, e a volte quelle che sembrano più finzionali sono pura autobiografia. È una cosa magica! Non pianificata in anticipo. Nasce da una specie di nebbia. Dal nulla! Le canzoni mi dicono delle cose. Non sono io a dire loro cosa devono fare, in un certo senso. Poi, in un altro senso faccio editing, scelgo, prendo decisioni. Quindi è una combinazione strana tra lasciar succedere le cose e prendere il controllo. Questo è il problema. Idealmente, non dovrei essere troppo coinvolto. Al meglio, sono solo un testimone. Ma se non lo facessi io, non ci sarebbero affatto canzoni dei Wave Pictures! Non sono un cantautore vero e proprio, come quelli che hanno sempre tutto pianificato. Io non pianifico nulla!
Molti tuoi testi traggono ispirazione da scrittori come William Burroughs, Franz Kafka e Jack Kerouac, mescolando immagini oniriche a ricordi vividi.
Amo quegli scrittori. Sono stato completamente influenzato da loro. Le frasi. Il mistero e la magia che contengono. Qualcosa di concreto e qualcosa di etereo. Qualcosa che intravedi con la coda dell’occhio. Qualcosa messo sotto un microscopio. Anche Raymond Chandler. L’influenza degli scrittori su di me è grande quanto quella dei musicisti. Tratto i testi come scrittura vera e propria. È il momento in cui sono quasi più felice di qualsiasi altro momento, quando lo faccio.
Ti capita mai di sentirti sopraffatto durante la scrittura?
Be’… Fino a quando non ne posso più, quando mi arrivano troppe informazioni in testa e non riesco ad andare avanti. Tutto sembra potenziali testi e non riesco a leggere un libro o fare altro. Allora mi fermo e non scrivo niente per un anno. Smetto di fingere di essere uno scrittore e torno a non esserlo affatto. Ma adesso ho un quaderno pieno di sciocchezze da cui posso lavorare. È un inizio!
E quando porti questi testi nella musica, come funziona il passaggio dalla scrittura alla canzone?
La musica, in un certo senso, è questa cosa immensamente vasta, per far diventare enorme e cinematografico ciò che è piccolo e specifico, almeno per me. È una fase completamente diversa. Posso semplicemente ritagliare qualsiasi cosa dalla fase di scrittura, usarla con la musica, o buttarla via. Un quaderno può avere materiale per quattro o cinque album. Un’altra volta, hai quattro o cinque quaderni e non c’è niente. Niente che possa trasformare in una canzone.
Invece come vivi un assolo di chitarra rispetto ai testi?
Per me, un assolo di chitarra è completamente diverso: pura emozione. I testi, invece, sono come la mente che chiacchiera tra sé e sé. Qualcosa «in testa». La musica rappresenta le emozioni, il corpo.
Quindi cerchi che testi e musica si completino?
Esatto. Vuoi che queste cose si aggreghino, diventando molto più della semplice somma delle loro parti. Non puoi avere un piano e poi limitarti a eseguirlo. Devi lasciare che sia il processo a mostrarti cosa fare! Può sembrare un po’ folle, ma è proprio così.

Ti viene in mente un artista che incarnasse questo spirito?
Prendi un tipo come Lou Reed. Un assoluto maestro, milioni di anni luce migliore di me. Ha tutto. È divertente. È un grande scrittore. E poi c’è la bellezza assoluta di quelle semplici sequenze di accordi. È quasi incredibile ciò che ha fatto. Qualcosa a cui aspirare! Ma quando pianifica le sue grandi dichiarazioni, i suoi dischi «seri», i concept album, le cose in cui vuole essere «preso sul serio» — è una totale schifezza. Lo rovina. Quando è semplicemente se stesso, senza cercare di conquistare i critici, è al suo massimo. Proprio per come fa le cose.
Secondo te cosa lo rende così efficace, quando è se stesso?
È perché ha passato la vita a imparare, come un maestro zen del rock’n’roll: leggere, scrivere, lavorare… e così, quando decide di agire, è meglio che il suo gesto sia molto semplice. Ecco perché Coney Island Baby è un capolavoro. Perché Set the Twilight Reeling è un capolavoro, o il terzo album dei Velvet è un capolavoro. Ma è anche per questo che i dischi più arty e auto-consapevoli, come quelli con John Cale, o Berlin, o Songs for Drella, sono molto brutti. Va in autosabotaggio quando pensa di essere un «artista» o cerca di far ammirare il disco ai critici. I critici sono stupidi. Lou Reed è al meglio quando è semplicemente se stesso. La sua vita è l’opera, e l’opera dovrebbe essere semplice.
Quindi il problema è quando l’artista cerca di controllare troppo?
Sì, non può fare a meno di essere un artista quando fa il buffone, facendo rock’n’roll stupido. Ma quando cerca di essere un artista, è un vero pazzo. Questo perché ha passato tutta la vita a pensare. La vita del pensare è assolutamente fondamentale. Poi la canzone può essere molto semplice: Rock and Roll Heart. I Love You, Suzanne. Eccetera. Questo è Lou Reed al massimo delle sue possibilità. Il maestro zen del rock’n’roll. Il vero genio. Non il tipo da «Sono un artista, prendimi sul serio, Lou Reed» o da «Guarda i miei piani per raccontare una storia d’arte seria nel mio album, Lou Reed». Quel secondo tipo è un vero pazzo. Non sta canalizzando l’universo, sta semplicemente imponendo la propria volontà su di esso.
A chi ti riferisci?
Tutta la faccenda di David Bowie è così. L’artista-pazzo che fa un piano e pensa di avere il controllo. «Ho dei pantaloni nuovi, sono un artista. Ho un sintetizzatore nuovo da Berlino e dei pantaloni nuovi, sono un artista». È un idiota. E la gente lo ama per questo! Ma per me è sempre stato solo una brutta imitazione di Lou Reed. Non male, ma di livello inferiore. L’ho visto a Glastonbury negli anni Novanta e sembrava i Simply Red, per l’amor del cielo! Tutti quei piani, e per cosa? Solo per suonare come i Simply Red in qualche pantalone ridicolo. Sai, la domanda che mi hai posto prima è buona. Tutte queste domande hanno un senso. La parola chiave è «equilibrio». Devi saper bilanciare tutte queste cose. Alla fine, nel mondo della musica c’è così tanta posa e atteggiamento. Alla gente piace, a me no. Devi liberartene. Apri un canale. Lascia che l’universo scorra attraverso di te!
Quanto è importante per te, essere un «impressionista» della chitarra anziché un virtuoso?
Fare faville tecnicamente, per me non c’entra proprio nulla con l’essere un chitarrista. È questione di emozione. Suonare la chitarra è pura emozione. Cose che non puoi esprimere a parole. È il momento di usare il linguaggio della musica. Amo la chitarra, ma è utile solo nella misura in cui trasmetti la tua personalità attraverso lo strumento. Le tue emozioni, il tuo senso dell’umorismo. Non è interessante di per sé. La musica è o un portale o un muro di mattoni. La maggior parte della musica, mi sembra solo di avere il naso premuto contro un muro di mattoni. Molti mi dicono che non amano gli assoli di chitarra. Neanche a me! Sai, presi da soli, non sono interessanti. Ma ascolti Rory Gallagher e lì ci sono così tante idee e così tanta umanità, più di quanto ce ne sia nel suo canto o nella sua scrittura! Magari non ti piacciono gli assoli di sassofono, ma quando senti John Coltrane è tutta un’altra storia. Lì ha davvero intercettato l’universo. Moltiplicato all’infinito!
Nel tuo suono si possono percepire echi di Mark Knopfler, Jerry Garcia, Tom Verlaine, Neil Young. Oggi ci sono chitarristi che ti emozionano ancora allo stesso modo?
Amo tutti questi chitarristi! Direi che sono tra i miei musicisti preferiti in assoluto. Oggi, però, non c’è nessuno che suoni e mi piaccia, devo ammetterlo con tristezza. Nessuno come i nomi che hai citato. Là fuori ci sono un sacco di musicisti robotici. Il punk degli anni Settanta, a quanto pare, ha diviso i chitarristi in due fazioni: o virtuosismi tecnici noiosi e meccanici, oppure persone che non fanno assoli, che non vogliono esprimersi con lo strumento, limitandosi a suonare accordi o a pizzicare qualcosa ogni tanto. Sembrava già accadere prim’ancora che io nascessi. C’è un mondo di «chitarristi da rivista», e poi ci sono tutti gli altri, e a nessuno dei due tipi viene in mente di esprimersi davvero con lo strumento. Una metà si mette in mostra, l’altra è timida. Ecco i chitarristi di oggi, per quanto posso osservare.
Non ti viene in mente proprio nessuno di contemporaneo?
Pensandoci, J Mascis! Lo adoro. L’ho visto dal vivo l’anno scorso ed è stato fantastico. Ho tutti i suoi album. È stato sicuramente una grande influenza per me, è un raro esempio di qualcuno che, dopo il punk o che esce dal punk, suona la chitarra solista in modo melodico ed emotivo. Senza esclusione di colpi. E scrive anche canzoni brillanti. Adoro le sue canzoni. Adoro il suo modo di suonare. Non è un tipo tecnico. Ma non è nemmeno timido. Si esprime attraverso la sua chitarra. Nella sua musica si ottiene un equilibrio molto netto. Le canzoni e i testi parlano spesso dell’incapacità di comunicare. Ma suonare la chitarra è una pura esplosione di emozioni! Suona pezzi del classic rock, pezzi di Rory Gallagher, pezzi alla Rolling Stones, e ha molto di Neil Young nel suo stile. È emotivo e cantautorale. Ma è anche totalmente punk rock. È favoloso.
In passato hai parlato della differenza tra musicisti e semplici performer. Oggi questa distinzione è ancora più evidente?
Non so nemmeno con certezza cosa intendessi davvero: dico un sacco di stronzate! Però sento che viviamo in un’epoca pop, quindi forse era questo il punto. È sicuramente un’epoca di pop meccanico. Musica da ballo e musica robotica. Non è un’epoca organica, dal punto di vista musicale. Persino il folk oggi suona robotico, non suona come gli Stanley Brothers. Non dà la sensazione di farti bene. Anzi, sembra qualcosa di negativo. Sembra ci siano un sacco di attori che fanno musica: si mettono addosso vestiti diversi, ma restano robotici. Mi fanno paura. Una volta, a un festival, avevo preso troppe droghe e sono rimasto spaventato da tutti i gruppi. Vestiti diversi, sì, ma era tutto pop robotico. Basato sull’immagine. Più sui vestiti che sulla musica. Forse è questo che intendevo. Ma dove c’è potere, c’è anche resistenza. I Wave Pictures non sono gli unici a proporre qualcosa di reale e umano: là fuori c’è molta musica valida. Però, sai, Taylor Swift è il Terminator. Basta guardarle gli occhi. È una cyborg venuta qui per sterminare la razza umana! Sicuro al cento per cento!
Il rapporto tra voi tre è uno degli elementi centrali della vostra forza. Come riuscite a mantenere fiducia reciproca e capacità di sorprendervi?
Adoro Jonny e Franic. Entrambi hanno dei fratelli. Io, invece, non ne ho. Per me loro sono come i miei fratelli. Penso che per loro io sia un po’ un rompiscatole, ma mi sopportano con molta gentilezza. Sono un po’ pazzo, il mio umore va su e giù. Passo spesso momenti difficili. Ma loro sono entrambe persone veramente sincere, buone, gentili, oneste e creative. Una rarità. Poco ego. Tutti sanno fare il loro lavoro e lo fanno con piacere.
Nel corso degli anni avete collaborato con artisti affini come Herman Düne, Darren Hayman, Jeffrey Lewis, Turner Cody. Quant’è importante per voi sentirvi parte di una comunità?
Non è così importante. Non so se sto prendendo la cosa troppo alla lettera, ma non sento che esista davvero una comunità underground in senso stretto… Mi piace però avere amici. È bello uscire e bere qualcosa con persone simpatiche. Alcuni dei miei amici sono nel mondo della musica, altri odiano la musica, e tutto quello che sta in mezzo. Alcuni li conosco giocando a biliardo, altri ai concerti, altri tramite la mia ragazza, altri guardando il calcio. Mi piacciono le persone. Hai citato Jeffrey: ecco stavo giusto parlando con lui poco fa. È un deadhead [fan dei Greateful Dead, ndr] come me, stavamo parlando del concerto al Fox Theatre del ‘71. È bello avere dei punti in comune con altri nerd della musica, questo sì! Anche Turner Cody è un grande amico. Un classico cantautore alla Kris Kristofferson. Faremo un tour con lui. Non vedo l’ora.

Turner Cody l’ho intervistato di recente. Ti piace la sua musica?
Moltissimo! Intratteniamo grandi dibattiti su film, libri e altre cose via email. Quindi non vedo l’ora, non vedo l’ora di sedermi e parlare davvero con lui faccia a faccia, ridere e bere qualcosa insieme. Siamo amici da venticinque anni, ma per la maggior parte del tempo lui ha vissuto negli Stati Uniti e ovviamente io a Londra. È un vero talento, un autentico cantautore della vecchia scuola. Ma soprattutto, per me, è un amico. È un uomo saggio sotto molti aspetti.
Ripensando ai Blind Summit, ai primi cd-r autoprodotti, alle serate nei pub, fino ai dischi di oggi: sentite una linea di continuità emotiva tra quel periodo e Gained/Lost?
Sì, in un certo senso sì. Mi chiedo sempre: cosa penserebbe la versione di me quindicenne di questo? Allo stesso tempo è vero che cresci e cambi, diventi una persona diversa alla mia età rispetto a quando ero adolescente. Ma in un altro senso, sei senza età: la voce nella tua testa che ti parla ha sempre la stessa età. Sento sempre di essere guidato dalle idee che avevo sulla musica da adolescente. Non farei mai nulla che avrei odiato a quindici anni. Emotivamente, c’è una vera continuità. L’atteggiamento è sempre lo stesso, le convinzioni. La musica cambia, e anche la mia voce è cambiata sorprendentemente. Ma il cuore e l’anima, in un certo senso, sono gli stessi. Per me, più di ogni altra cosa, conta essere con Franic. Da sempre. Più di tutte le risposte che sto dando, più di tutte le chiacchiere e tutte le cose che dico. È fare musica con Franic. Lo conosco da quasi quarant’anni e faccio musica con lui da quasi trenta. È il miglior musicista che abbia mai conosciuto. Il suo modo di suonare il basso è geniale. Di un altro livello. Non riesco a credere a quello che fa con il basso. La maggior parte delle persone non fa nulla con il basso.
Nonostante una discografia vastissima e una fedeltà rara, non avete mai raggiunto il mainstream. Questo vi ha mai fatto sentire sottovalutati, o è stata la vostra salvezza?
Me lo chiedo spesso. Cormac McCarthy diceva: «Non sai mai da quale sfortuna peggiore ti abbia salvato la tua cattiva sorte». Ecco, me lo domando continuamente. Certo, in alcuni momenti ci siamo sentiti poco apprezzati e sottovalutati. Ma è anche possibile che, in realtà, siamo stati dei ragazzi estremamente fortunati. Ci penso spesso. La cosa importante è che amiamo ancora quello che facciamo e che esista un pubblico, una comunità, che ama la nostra musica.
Se dovessi spiegare oggi a un ragazzo perché vale ancora la pena formare una band, provare in una stanza, suonare senza scorciatoie digitali, cosa gli diresti?
È la cosa più bella e divertente del mondo. È stata la mia più grande felicità e gioia fare tutto questo.
Infine, cosa succede dopo Gained/Lost? C’è già in mente un nuovo progetto, una direzione sonora o un’idea folle che vi frulla in testa?
Nella mia testa ci sono sempre un sacco di idee folli, questo è sicuro!



