L’annunciato cambio di venue, visto anche il clima torrido delle ultime giornate, non ha fatto altro che favorire la riuscita di un bellissimo concerto, senza dover sottostare a temperature poco sopportabili, sia pur in compagnia di buona musica. La serata meneghina vede un Alcatraz riempirsi un po’ alla volta, mentre i Destroy Boys infiammano lo spazio a loro dedicato (una buona mezz’ora) presentandosi sul palco puntuali, con un’attitudine mordace e uno spirito hardcore tra i più convincenti del momento. Catapultati nel presente da quegli anni che plasmarono un concetto musicale insubordinato e viscerale, la band di Sacramento, dalla componente femminile carica ed esplosiva, monta un suono di chitarre in overdrive, voci vive e urlanti e un’urgenza dirompente. Antipasto piccantissimo il loro set, con finale ad alto tasso adrenalinico, introdotto al grido di Viva viva Palestina, fuckin fascism, incarnando il più autentico significato punk in chiave moderna.
Cambio palco moderatamente lungo, in attesa di una fra le band più iconiche degli anni novanta, immagine di una generazione cresciuta quando il rock ancora era materia popolare, appassionante e appassionata. Senza una produzione esagerata, gli oltre trent’anni di musica sulle spalle dei Garbage hanno sigillato una lunga storia che, a quanto sembra, sta per chiudersi con l’ultimo tour, una dignitosa fuoriuscita dalle scene, accompagnata dal grande affetto di quel pubblico che li ha sempre sostenuti.
Luci spente alle 21.30, l’attacco poderoso di There’s no Future in Optimism annuncia quello che sarà un concerto, per la sottoscritta, fra i più belli degli ultimi tempi.
Non si poteva proprio fare a meno di essere presenti a questa loro tournée d’addio. Insieme al cuore e alle parole di un’artista poliedrica come Shirley Manson si respira un’incredibile atmosfera: il suono pieno (che si innesta sulle luci governate da un’impeccabile regia) si modella tra svisate elettriche delle chitarre e cambi melodici improvvisi e repentini. I Garbage mostrano gli artigli come fossero gli stessi impertinenti ragazzini degli esordi: una voce che esibisce ancora incredibile potenza (per nulla scalfita dal passar degli anni), con Butch Vig, alla batteria, che conduce le battute fra stacchi metronomici e ritmi possenti, a seconda della situazione.
Forse «non saranno una band facile da proporre in Italia» (come ricorda Shirley ringraziando il suo promoter) ma il pubblico li ama, si diverte e canta insieme a loro ogni canzone. La band americana (ma orgogliosamente un po’ scozzese) sa come viaggiare nelle dimensioni della musica e non ha mai avuto alcun timore nel prender posizione: «stiamo assistendo alla più abominevole violazione dei diritti umani dell’intera storia», dice Manson, «mentre ogni Paese, ogni governo resta guardare!”».
La doppietta I Think I’m Paranoid/Stupid Girl ha un fortissimo sapore anni novanta, dominato dal suono corposo delle corde. Abbondanti le linee di basso, disegnate da Nicole Fiorentino, mentre i colleghi alle chitarre (Steve Marker con la sua meravigliosa Gretsch e Duke Erikson) intrecciano ritmiche imperiose e linee melodiche alternando i ruoli, col secondo che ogni tanto molla lo strumento per dedicarsi alle tastiere.
Governando i saliscendi, dalla tonalità più scure di brani come Vow ai percussivi riff di Right Between the Eyes, la formazione del Wisconsin devia su una più gioiosa When I Grow Up, col boato di un Alcatraz felice, fino alla bellezza struggente di It’s All Over but the Crying. La presenza scenica autorevole di Shirley Manson, che si aggira sopra al palco come un ologramma dentro a fasci luminosi, mantiene uno strettissimo contatto con il pubblico, sostenuta da una voce versatile e grintosa. L’alchimia fra i musicisti si respira ogni secondo: armonie stratificate, crude e aspre, tra balli ipnotici e mescola di fantasie elettroniche, le quali organizzano i giochi psichedelici, tra synth, bassi penetranti e dimensioni parallele, a materializzare le visioni eteree di Have We Met (The Void) o i beat propulsivi di The Day That I Met God, dal recente album (dello scorso anno) Let All That We Imagine Be the Light, prima di lasciare spazio agli encore.
Sul finale, il pubblico canta nostalgico la Special di quel Version 2.0 che li ha fatti innamorare, forse, per la prima volta di questa formazione, e assorbe l’energia di Only Happy When It Rains, accompagnata da un contagioso Poooouuur your misery down on me, intonato da tutto quanto l’Alcatraz.
I Garbage sono una band da vedere dal vivo. Assolutamente.


