Geese live a Segrate (MI), 19/8/2026

Lino Brunetti
13 minuti di lettura
Foto © Rodolfo Sassano

Quando nel 2021 uscì il primo album dei newyorchesi Geese (Projector), la band godeva già della nomea di possibile next big thing, visto che i singoli e le loro esibizioni live erano riusciti, oltre a procurarle un contratto con Partisan, ad attirare l’attenzione della stampa più attenta. La quale, pur con qualche piccolo distinguo, li inserì nel nutrito novero delle band (neo) post punk à la Fontaines D.C.. Due anni dopo, il successivo 3D Country sparigliava non poco le carte, mettendo in evidenza radici americane classiche, che l’esordio teneva relegate nelle retrovie. Ecco quindi le canzoni riempirsi d’echi blues e country, di deviazioni funky, psichedeliche e soul, con echi di riff zeppeliniani e stonesiani, il tutto inserito in una scrittura irriverente e laterale, che in quel momento faceva pensare (erroneamente) a un intento parodistico o (più azzeccato) propenso a prendere i generi classici per rivoltarli come un calzino e riproporli in un sound caustico e pungente. A chiarire le cose (o forse a complicarle ulteriormente), ci avrebbe pensato il disco solista del cantante della formazione Cameron Winter (Heavy Metal, uscito nel 2024), il quale esponeva tutte le peculiarità di un songwriting ora esplicitamente cantautorale e classico, eppure reso altro da un approccio originale, personale, cristallizzato in un modo di servire le melodie insolito e da un modo di cantare ondivago e passionale, con un sapiente utilizzo del vibrato e dell’allungo del fraseggio, considerato clamoroso da alcuni (c’è chi ha scomodato il mitico Van), insopportabile da altri. A chiudere il cerchio, nel 2025, il nuovo album della band, Getting Killed, non solo l’approdo e il frutto più maturo dell’ancora esiguo percorso fin qui effettuato, ma pure un disco capace di convincere ulteriormente da un lato la critica (è stato di fatto l’album più votato dell’intero anno), dall’altro il pubblico, aumentato enormemente con il suddetto disco.

Qui, come tutti saprete, la faccenda si complica. In base a un articolo pubblicato da Wired, la band avrebbe beneficiato di un’arguta campagna di marketing virale online messa a punto dall’agenzia Chaotic Good, tale da far apparire le loro canzoni in numerosissimi video pubblicati su Tik Tok o YouTube o da metterli al centro delle discussioni sui social. Ora, è inutile fare gli ingenui, sappiamo tutti come funzionano (ormai) certe cose: in fondo non sono altro che il sofisticato aggiornamento di tecniche promozionali e comunicative che, anche in campo artistico, in altre forme esistono più o meno da sempre. Probabilmente più pervasive, non sempre correttissime, ma meno nuove di ciò che fa comodo credere. Quello su cui forse bisognerebbe interrogarsi è altro: ma crediamo veramente che l’intera critica mondiale sia composta da gonzi o da gente prezzolata che parla bene di una cosa perché lo fanno tutti? E, ancora più importante, pensiamo sul serio che il pubblico sia sempre lì pronto a farsi abbindolare da ardite manovre di marketing (che poi non con tutti funzionano), senza essere in grado di decidere infine con la propria testa se una cosa vale o meno? Se della buona musica arriva a tanta gente attraverso canali i cui meccanismi capiamo fino a un certo punto, è davvero così un male o è così diverso da quando l’unico mezzo era essere martellati dalla mattina alla sera dagli stessi pezzi passati alla radio? Sono tutte domande che ci si deve porre quando si ascoltano i dischi e che è venuto facile porsi durante il primo concerto italiano dei Geese, sold out in pieno agosto, in una città di fatto «chiusa per ferie», con l’unica eccezione del centro e di quei pochi posti ormai quasi esclusivamente ad appannaggio dei turisti.

Perché ok, si può e si deve essere sospettosi quando senti definire una band «i nuovi salvatori del rock’n’roll» (comunque quel tipo d’iperbole che la critica rock ha sempre usato) ed è naturale chiedersi perché i Geese sì e (mettete qui il nome di una band a vostra scelta che ritenete non goda di altrettanto se non maggior meritata fama) no, ma queste sono cose che sono sempre esistite e che non devono condizionare (né in un senso né nell’altro) ciò che si sente e si vede. Se mi sono dilungato su questo aspetto, è perché più volte mi è capitato di avere discussioni con persone che mi parlavano di loro quasi esclusivamente attraverso il filtro di un pregiudizio al contrario: «ne parlano tutti bene, quindi fanno schifo», la qual cosa (detta a volte anche da persone intelligenti) mi manda fuori dai gangheri, perché ok il gusto personale, molto meno la superficialità con cui si approcciano le cose e i giudizi dati dopo mezzo ascolto, spesso favoriti da un’accessibilità (apparentemente) gratuita. Detto ciò, non vi dirò certo che i Geese siano i «salvatori del rock’n’roll» né che sono LA miglior rock band in circolazione, anche perché sono affermazioni perentorie che considero senza senso; sul fatto però che il loro concerto a UN ALTRO FESTIVAL, in quel del Circolo Magnolia, alle porte di Milano, fosse da non perdere, non ho dubbio alcuno. 

Solo a guardarsi attorno si respira l’aria del grande evento, si sente l’eccitazione che monta. Per arrivare al Magnolia, attraverso una città che, come detto, sembra lo scenario di un film apocalittico: zero traffico, tutto deserto, quasi tutto chiuso, tanto da far fatica, volessi farlo, a trovare un luogo dove mangiare o bere qualcosa. Il contrasto con la folla che trovo al Magnolia è totale: i cancelli hanno appena aperto, ma l’ampio parcheggio è già quasi pieno e la coda si allunga per un centinaio di metri. Davvero una marea di gente, con forte predominanza di ventenni e trentenni, ma pure con qualche cinquantenne (e oltre) appassionato o forse giustamente solo incuriosito e pronto a testare con mano il valore della band su palco (che poi è sempre il modo migliore per farsi un’idea precisa di come stanno le cose).

It’s our first show in Italy, primero, le prime parole dette da Winter. Io, però, i Geese li avevo già visti live all’epoca del loro secondo album, in Inghilterra, all’End Of The Road: un bel concerto, ma non di quelli che ti sconvolgono o che ricordi indelebilmente a distanza di anni. Sicuramente, stavolta, la curiosità sta anche nel vedere se la svolta sonora dell’ultimo disco e il successo hanno cambiato qualcosa. La cosa che noto subito è che il cantante ha mollato le tastiere in favore della chitarra elettrica, cosa positiva, che tra l’altro gli permette d’interpretare il ruolo di frontman con più efficacia. Il carisma e il phisique du role senza dubbio ci sono. Dietro i tasti bianchi e neri siede il tour member Sam Revaz, ma i suoi sono interventi apparentemente di sola coloritura, che solo a tratti diventano dirimenti. Il sound è infatti prevalentemente chitarristico: lo sferragliare ritmico di Winter se la gioca col lavoro solistico di una Emily Green non appariscente, ma sempre brava a tenere le fila di canzoni che sono tutt’altro che semplici e lineari. In questo, di grande aiuto è una sezione ritmica indubbiamente superiore alla media, sia per ciò che concerne il lavorìo al basso di Dominic DiGesù che (soprattutto) per via del carburante gettato con furia e feeling nel motore della band dal batterista Max Bassin, davvero ottimo.

Appena si spengono le luci e la band sale sul palco scatta un boato esplosivo e subito si capisce che il pubblico sarà protagonista quanto il gruppo della serata. Loro attaccano con Husbands e lo fanno con quella coolness tutta newyorkese che fa scena, ma che a volte vorresti fosse sostituita da un po’ di animalità in più. Il suono comunque è potentissimo e lo si sente subito in una Getting Killed che spinge i più giovani a confluire sotto palco per un pogo scatenato, almeno per quanto permesso da canzoni che vivono di esplosioni e rallentamenti, divagazioni e strappi improvvisi, insomma di strutture tutt’altro che ligie al pop di consumo. Forse questo  è l’elemento che rende maggiormente misterioso il successo che stanno avendo: le loro non sono canzoni facili o convenzionali, non lo sono per la forma e non lo sono perché non scelgono di seguire la via della melodia a pronta presa. Eppure, qui, tutti cantano i testi a squarciagola. Di fianco a me, un ragazzo canta incurante delle lacrime che gli rigano il volto, preso da un emozione che non può in alcun modo essere artefatta o frutto di una strategia di marketing. Mi ricorda quando io, da ragazzo, andavo a vedere Springsteen. Ecco, in questo i Geese sono importanti per il rock’n’roll futuro, per il loro sapere comunicare oggi, a una nuova generazione, una musica che troppo spesso si considera relegata al passato o del tutto ininfluente. In serate così, capisci bene che non lo è e che quindi è difficile ridimensionarne l’importanza. 

Dalla loro, poi, hanno canzoni che indubbiamente funzionano e che, man mano che il concerto procede, diventano sempre più vitali e intense, anche per via dell’interazione fortissima col pubblico, come più volte accennato. La parte del leone la fanno i pezzi di Getting Killed ovviamente, ma qualcosa arriva anche dai dischi precedenti, tipo una 2122 inframmezzata da Luna mezz’o mare tirata fuori dal cellulare di Winter o pezzi stupendi come Cowboy Nudes, Gravity Blues, I See Myself o Fantasies/Survival (unico estratto dall’esordio).

Qui e là danno l’idea di voler partire con delle jam (dimostrando la loro natura profondamente americana), ma su quello forse devono ancora lavorare un po’, perché il tutto rimane più che altro a livello d’intenzione. Piace comunque il loro non limitarsi a fare i pezzi esattamente come su disco, cosa che li rende particolarmente interessanti (ottima, ad esempio, la bellissima Trinidad dilatata e modificata, con la quale hanno onorato il rituale del bis). In Bow Down fanno salire sul palco un ragazzo del pubblico a suonare la batteria al posto di Bassin (e se l’è pure cavata assai bene), a dimostrazione del clima festoso ormai instauratosi. 

Un’ora e mezza di show promossa pienamente insomma, per una band colta in un momento di grandissima vitalità, che finora è sempre costantemente cresciuta. Qualcosa va ancora registrato (vanno ad esempio ridotte le pause per accordare, tra un pezzo e l’altro), ma quello visto l’altra sera è stato un grande concerto, stavolta difficile da dimenticare. Quale sarà il futuro dei Geese lo dirà il tempo, ma almeno per una sera ci hanno ricordato una verità incontrovertibile. E cioè che, per quanto piacevole possa essere l’ennesimo disco dei Rolling Stones, nella sua essenza il rock rimane una faccenda essenzialmente giovanile ed è lì, tra le giovani band, che va cercato.

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