A 74 anni, nel 2022, Janis Ian ha inciso quello che forse resterà il suo ultimo disco, The Light At The End Of The Line, uscito per l’autogestita etichetta Rude Girl. La canzone d’apertura è l’orgogliosa I’m Still Standing, in cui canta: «See these lines on my face? / They’re a map of where I’ve been / And the deeper they are traced / The deeper life has settled in / How do we survive living out of our lives?», a mezzo secolo di distanza dal suo folgorante debutto (da teenager) con Society’s Child, brano che nel 1967 la vide osteggiata per il fatto di aver raccontato — lei, appena quindicenne — un amore interraziale. Poi, nel 1975, At Seventeen che la portò al nr.1 delle chart USA e le fece vincere il primo Grammy (il secondo lo vincerà nel 2013, a testimonianza del livello qualitativo della sua lunga carriera). Nei ‘90, in polemica con l’industria discografica, fondò la sua Rude Girl e nel ‘93 fece coming out, dichiarandosi lesbica, attraverso l’album Breaking Silence. Negli anni ha sempre affinato il suo songwriting e oltre alle decine di dischi incisi col proprio nome, moltissime sono le artiste — Nina Simone, Joan Baez, Amy Grant, Roberta Flack, Shirley Bassey, Cher, Celine Dion, Julia Fordham — che ne hanno rivisitato il repertorio. Per tutta la vita si è sempre battuta per i diritti delle minoranze e per l’uguaglianza dei diritti sociali, anche attraverso l’associazione benefica Pearl Foundation. Recente testimonianza del suo impegno è la canzone One In A Million, scritta in ricordo della marcia di Washington e poi cantata insieme a Joan Baez, a San Francisco, in occasione dell’evento Fight The Right (trovate il brano, scaricabile liberamente, sul sito di Janis).
Ciao Janis, grazie del tuo tempo. Sono Andrea Trevaini del Buscadero, la più vecchia rivista di musica in Italia. Abbiamo compiuto 45 anni…
Questo è eccezionale!
Grazie. Ho recensito il tuo ottimo Live In Bremen 2004: From Me To You, apprezzando l’intelligenza del tuo entertainment, così come il magistrale fingerpicking chitarristico.
Oh, grazie. Devo il mio fingerpicking al fatto di aver ascoltato allo sfinimento le incisioni di chitarristi purissimi e musicisti straordinari come Joan Baez, João Gilberto, Chet Atkins, Django Reinhardt.
Cosa mi puoi dire del documentario Janis Ian: Breaking Silence (2024) di Varda Bar-Kar, basato sulla tua autobiografia Society’s Child? Penso sia una sorta di sommario delle tue infinite attività, ne sei contenta?
Il film è la storia della mia vita e del mio lavoro; è centrato intorno alla professione e alle sue regole, comprese quelle da infrangere. La sola cosa che ho chiesto alla regista è stata di far riflettere sui momenti storici durante i quali il mio lavoro si è sviluppato, in concomitanza con la nascita dei vari movimenti per i diritti civili, per i diritti gay, per il femminismo etc. Sono molto soddisfatta del film, anche se è bizzarro vedersi sul grande schermo. Un’esperienza larger than life: non l’ho ancora metabolizzata.
Hai fondato un’etichetta indipendente, la Rude Girl. Qual è la sua attività?
Sottoporre a licenza tutti i master delle registrazioni in mio possesso. Circa 22 album, più singoli e nastri. Possiedo anche materiale video, del quale proteggo ovviamente i diritti editoriali. Sono stata un’artista indipendente per decenni, autogestita, autoprodotta, auto-registrata. Il nome della società riflette quanto carattere mi è servito per fare tutto questo.
Sei nata in una famiglia musicale, cosa mi puoi dire del tuo background?
Mio padre suonava il piano e la chitarra. Durante la mia infanzia e giovinezza, tutta la famiglia cantava. Ho cominciato a suonare il piano all’età di tre anni, la chitarra a dieci.
Cosa mi dici di I Hear You Sing Again, testo di Woody Guthrie da te portato a termine con l’aiuto di sua figlia Nora?
Nora mi chiese se avessi voluto completare una lirica incompiuta di Woody Guthrie. Ho finito con il riscrivere l’intero testo e la melodia della canzone. Nora, di fatto, non mi ha aiutato, mi ha solo chiesto di occuparmi di quel frammento incompleto dell’opera di suo padre.
Sei stata impegnata anche in una collaborazione con Dolly Parton…
«Impegnata» è la parola sbagliata, in inglese potrebbe significare che ci saremmo dovute sposare! Comunque, ho capito cosa intendi. Quando ebbi finito la canzone My Tennessee Hill, mia moglie mi suggerì che avrei potuto farne un bel duetto con Dolly Parton, originaria del Tennessee e pure grande cantante. Il mio manager si mise in contatto con lei e, sebbene i consiglieri d Dolly insistevano affinché desistesse dall’idea, lei volle ugualmente duettare con me. È stato molto gratificante lavorare assieme, non avrei potuto desiderare una partner migliore.
Che musica ascolti abitualmente?
Un sacco di musica irlandese, un mucchio di cantanti e cantautori da tutto il mondo, molta musica classica e jazz.
Quali sono i cinque album che porteresti su di un’isola deserta?
Domanda difficile! Sicuramente, La Sagra Della Primavera di Igor’ Stravinskij nella direzione di Arturo Toscanini. Poi Rubber Soul dei Beatles, il Köln Concert di Keith Jarrett, le Complete Commodore Recordings di Billie Holiday e la colonna sonora dell’allestimento teatrale, a Broadway, di West Side Story.





