Gong live a Borgomanero (NO), 11/4/2026

Andrea Tacchetti
5 minuti di lettura

Si sa, è maleducazione parlare degli assenti, ma quando la persona che manca all’appello risponde al nome di Daevid Allen e la band che suona sono i suoi Gong, diventa inevitabile farlo.

Infatti è innegabile che all’interno del Teatro Rosmini, riempito per la maggior parte da persone di una certa età nonché da qualche giovane che sembrava essere uscito da un concerto del 1972 o da un free festival presso Stonehenge, aleggiasse e riempisse l’aria lo spirito del fu folletto australiano. Ma se, normalmente, in situazioni di questo tipo il ricordo del guru volato in un’altra dimensione, crea una pressione anomala su chi decide di portarne avanti l’opera, nel caso di Allen e dei Gong di Kavus Torabi e compagnia, il discorso è completamente diverso. Infatti, il gesto compiuto in punto di morte dall’australiano è un atto dai molteplici e grandiosi significati; è innanzitutto qualcosa che mette  a tacere l’egocentrismo tipico di molti artisti e poi un atto di amore verso la propria creatura, alla quale dà la possibilità di continuare a vivere di vita propria invece che di ricordi. È poi un modo per proteggere la sigla Gong da tentativi di riportare in vita una sigla all’insegna del bieco sfruttamento autocelebrativo e infine, e arriviamo al concerto, un atto di fiducia nei confronti di coloro che vengono designati come portatori di un’eredità pesante e inimitabile. Se c’è una cosa che sicuramente il pubblico si è portata a casa è l’entusiasmo contagioso e il calore di un Kavus Torabi, leader spiritato ed errabondo sul palco (e pure fuori), che non si è risparmiato in parole, spiegando come, più che il peso dell’investitura, i musicisti sentano la fortuna di essere continuatori ma dotati di libero arbitrio di una saga potenzialmente infinita.

Coerentemente, dunque, la scaletta del concerto propone quasi esclusivamente brani dagli ormai quattro album in studio che. ovviamente. non sono al livello di Camembert Electrique o della trilogia di Radio Gnome Invisible, ma mostrano una band viva capace di bilanciare ispirazione e stile originario con la propria visione del pianeta Gong. Da una parte non mancano, quindi, atmosfere spaziali, accelerazioni rock psichedeliche, il pigolare del sax e l’inconfondibile glissando guitar, ma la scrittura evita scimmiottamenti affermando la propria identità autoriale che, senza nascondere l’ascendenza, si muove in territori personali, ad esempio, con inflessioni progressive, qualche scossa hard e qualche sonorità bucolica inedita per i Gong.

Dream Of Mine che apre il concerto e l’ultimo album della band Bright Spirit, cristallizza perfettamente la capacità di tenere il piede in due scarpe con un’attitudine, però, positiva, capace di sposare riff orientaleggianti e un sax alla Bloomdido con l’apertura melodica del ritornello.

La parte migliore del concerto è la seconda che si sviluppa in un lunghissimo continuum che parte dall’hard psichedelico di Sawtooth Wake (con echi di Porcupine Tree), continua con la spiritualità lisergica ed eterea di Lunar Invocation, per proseguire nello spazio profondo con la ballata cosmica di The Wonderment e concludersi trionfalmente con l’ossessività del raga hard di Master Builder, unica ma più che lecita concessione al passato del set.

E inevitabilmente, anche il bis non poteva che guardare al passato, ma anche all’etere invisibile dove in qualche forma probabilmente risiede Allen, con una torrida versione di You Can’t Kill Me.

I nuovi Gong viaggiano davvero come un missile interplanetario diretto verso la galassia del pianeta Gong, unendo affiatamento, impeto ed entusiasmo. E il pubblico, pur accogliendo ovviamente con più fervore le due puntate verso il passato storico, ha comunque tributato un’accoglienza davvero calorosa alla band, tra i quali, detto dell’instancabile Torabi, vogliano fare un plauso particolare per l’oneroso ruolo che ricoprono a Fabio Golfetti per la perizia con cui ha suonato, sia la glissando guitar che assoli degni di Steve Hillage e di Ian East che riesce a non far rimpiangere Didier Malherbe.

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