GRAHAM COXON
Castle Park
Transgressive
***1/2

E chi se lo aspettava che Graham Coxon tenesse nel cassetto questi dieci piccoli gioielli? Il nuovo Castle Park viene infatti dalle stesse session di A+E, il suo album del 2012, ma rispetto al sound di quel disco, più scorticato e rumoroso, si presenta molto più rotondo e pop. Insomma, un trionfo di melodie Sixties, vibrazioni mod e bella calligrafia. Tenuto nel cassetto per circa quindici anni, il disco viene dunque pubblicato oggi, in un momento particolarmente felice per Graham. Il quale, dopo la felice reunion dei Blur e gli ottimi dischi a nome Waeve, in coppia con la compagna Rose Elinor Dougall, sembra ormai godersi il suo ruolo di classico riconosciuto della musica inglese degli ultimi 35 anni.
Sfilano così il beat beatlesiano, alla Rubber Soul, di Billy Says, con la sua melodia accattivante e deliziosamente naif; caratteristica che ritroviamo anche nella seconda Alright, capace di far risalire tutto in superficie, mentre le chitarre fischiettano placide e serene le loro melodie. C’è spazio anche per il power pop più vintage, pescato direttamente dai classici del genere, con When You Find Out, cover dei Nerves, mentre Isn’t It Funny rallenta il ritmo con atmosfere rétro, riverberi e un vago sapore da crooner.
Si torna a saltellare con There’s a Little House, che sa di Kinks ed è impreziosita dal duetto con Lucy Parnell (impegnata in un delizioso call and response); Easy parte cantautorale e intimista, ma viene irrobustita dalle chitarre elettriche, fino a diventare una ballata Brit, calda e avvolgente, con le slide di Coxon a far bella mostra di sé. Dripping Soul vanta acustiche arrembanti e una melodia che potrebbe appartenere ai Coral, oltre a un lungo peregrinare acustico, divertente innanzitutto per Graham e per noi ascoltatori. Forget Today è un’altra ballata rétro, che si distende indolente come un gatto tra coretti, fiati e chitarre avvolgenti come un comodo maglione. Mélodie pour Christine è uno strumentale classicheggiante: un’oasi di 3 minuti e mezzo per archi, arpa, violino, pianoforte e cori femminili cinematografici. Certamente fascinoso, ma forse un po’ fuori contesto nella dinamica della scaletta… che si conclude con una All the Rage per chitarra acustica e voce, entrambe disperse tra riverberi e armonizzazioni gassose.
Una voce, quella di Graham, che non ha mai potuto vantare chissà quali singolarità, ma si ripresenta puntuale, confortevole come quella di un vecchio amico, per cantare le proprie canzoni e regalare 36 minuti di rilassata bellezza.


