Green Diesel, Onward The Sun

Raffaele Galli
3 minuti di lettura

GREEN DIESEL
Onward The Sun
Talking Elephant
***1/2

Alla ricerca di gruppi folk-rock che seguano le tracce di Fairport Convention, Steeleye Span, Albion Band, Mr. Fox e così via, mi sono imbattuto in un buon disco degli inglesi Green Diesel, band di 6 elementi originaria del Kent, «dalle radici ben salde nella terra natìa, che suona le proprie interpretazioni elettriche dell’antica musica inglese e crea pezzi in grado di adattarsi perfettamente ai brani tradizionali» (come scrive il mensile Shindig!).

Nati nel 2009, i GD hanno all’attivo quattro album elogiati da critica e pubblico. Onward The Sun – vivo, intenso, composto da canzoni di discreto pregio – è destinato a piacere agli appassionati del genere in quanto eseguito con passione ed entusiasmo. La voce femminile di Ellen Care, violinista di livello, fa pensare a quella di Celia Humphris dei Tree e risulta piacevole, ben inserita nel materiale eseguito dalla band. Spesso si accompagna con brillantezza a quella di Greg Ireland, chitarrista e mandolinista. Il solista Matt Dear è bravo e suoi interventi alla sei corde avvicinano i nostri alla psichedelia o al prog; degno di menzione, poi, il fisarmonicista Matthew Fraser, che riempie di colore molti dei brani. Basso e batteria sono appannaggio di Ben Holliday e Colin Ireland.

Le 9 tracce proposte contengono sei composizioni originali, ispirate alle relazioni dell’umanità con il mondo della natura e all’antico folclore (incluse apprezzate morris tunes). A queste si aggiungono un paio di traditional e la rilettura di un brano della colonna sonora di The Wicker Man, celebre horror inglese del 1973. Piacciono in particolare Venus Tree, ballata folk-rock con stacco di fiddle, e Hotspur, dallo scatenato finale strumentale (vi si racconta di Henry Percy, conte di Northumberland, che guidò la ribellione contro Enrico IV culminata nella battaglia di Shewsbury del 1403, durante la quale finì ucciso).

La più melodica Huntress Moon denuncia la caccia alle streghe, Hymn For The Turning Year (con violino e delicata chitarra in azione) riconosce la nostra impotenza di fronte al mondo della natura, Ring The Hill – squisita ballata – si rifà alle leggende della Cornovaglia su aldilà e stregoneria. Wild Wild Berry è un traditional somigliante allo scozzese Lord Randall, la title-track (pur piacevole) non impressiona, e così pure, nonostante l’intervento di chitarre acide e una seconda parte strumentale tirata, la cover di Maypole, il motivo (di Paul Giovanni) tratto dalla colonna sonora del film suddetto. D’effetto, come prevedibile, il medley tra Princess Royal Dribbles Of Brandy, un intreccio di sonorità che ci riporta felicemente ai Fairport e gruppi derivati nei loro momenti migliori.

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