GREG FREEMAN
Burnover
Transgressive
***1/2

La musica di Greg Freeman è un viaggio turistico in moto lungo un passo di montagna, con curve a gomito che girano, su fondo sconnesso, intorno a strapiombi mozzafiato: non serve essere centauri per godere del vento, delle vibrazioni e delle pieghe regalate dalla strada. Figure retoriche a parte, il nostro quasi esordiente del Vermont non pare propenso a cercare scorciatoie e a noi, questa cosa, piace assai.
In perfetta continuità con il precedente I Looked Out, debutto del 2022, Greg mantiene sempre un’aura in contemporanea intellettuale e irriverente, e continua a volgere lo sguardo ai ‘90s, buttando un occhio all’indie-rock sofisticato e l’altro all’alt.country, senza mai cedere in via definitiva al bucolico richiamo della sua Burlington o alla scintillante tentazione della metropoli.
Ma quest’ultimo disco porta la combinazione a un livello di eccellenza e rimette on air sonorità che i più stagionati avevano appena riassaporato grazie all’Hard Quartet di Stephen Malkmus, nome cui riferirsi non per caso: il primo pensiero, ascoltando Burnover, non può non andare ai Pavement. Parliamo di un album che brilla per idee e suoni, irregolare, acido, ostinatamente classico ed elegantemente modernista, in cui il canto sgraziato di Greg è il perfetto strumento per esplicitare, in veste noir, il triste vissuto, le cronache perdute o l’attualità dei temi politico-sociali trattati. Una gran figura la fa certamente Benny Yurko, che firma la produzione con un gusto, uno sviluppo cromatico e una cura del dettaglio non certo aderenti ai dettami lo-fi, contribuendo a elaborare un paradigma di Americana fresco e multiforme.
Tutto ciò fa sì che ogni traccia abbia le sue peculiarità. Si passa dal country-rock anomalo e trasandato di Point and Shoot a Salesman, slowcore sincopato dal finale rutilante, dalle suggestioni indie-folk di Rome, New York e Curtain alla sfera del miglior cantautorato rock (Gone (Can Mean A Lot Of Things) e la title-track richiamano d’istinto Tom Petty o un Jesse Malin). Le ottime notizie continuano con Gallic Shrug (di matrice Jayhawks), con Sawmill (nello stile di Kevin Morby), con la debordante Gulch (che attinge dagli archivi dei Pixies) e con la conclusiva Wolf Pine, pigra elegia circolare, accesa dal dissonante commiato. Tutto sembra filtrare da una lente d’ingrandimento sfocata, come la foto di copertina, ma la realtà di Greg è falsamente distorta. La sua ispirazione è vivida, lucida e decisamente accattivante.


