Guardando al passato: intervista a Leo Lyons

Gudrun Esser
29 minuti di lettura

Leo, tu suoni ancora con i tuoi Hundred Seventy Split, da te messi in piedi dopo esserti «dimesso» dai Ten Years After.
Sì, circa 10 anni dopo. Abbiamo realizzato circa sei, sette album. Qualcosa del genere. Andiamo in tour. Purtroppo, il mio batterista è morto all’inizio del 2025, quindi ora siamo fermi, ma spero di riuscire a organizzare qualcosa entro l’anno. Questo è il piano. Mi piace suonare dal vivo, la sensazione del contatto con il pubblico. Una cosa fantastica. Quando un musicista sale sul palco, avviene una trasformazione. 

È l’eccitazione, l’adrenalina, o il fatto di essere di fronte a degli spettatori?
Credo sia un’energia condivisa. Dono energia e ricevo energia. È una cosa collettiva, questo è il bello. Spinge un musicista a fare molto meglio di quanto non potrebbe fare se fosse seduto in una stanza, da solo. Diventa una specie di dipendenza, proprio così.

Suoni il basso da più di sessant’anni, giusto? È vero che hai venduto la tua bici per comprarti un basso? 
Assolutamente vero. E poi, ai tempi, lo acquistai a rate, versando un acconto e saldando l’importo, con gli interessi, mese dopo mese. Non mi aspettavo di diventare un musicista. Il mio prozio era un cantante lirico, quindi credo ci fosse un po’ di DNA, da parte di mio nonno, ma allora nella seconda metà dei Cinquanta, ero solo un ascoltatore. In seguito mi sono appassionato alla chitarra, quindi al basso, e quando qualcuno mi ha chiesto di entrare in un gruppo, l’ho fatto. E non mi sono mai pentito. Cioè, mi sono ritirato diverse volte, pensando di essere diventato troppo vecchio [Lyons ha 82 anni, ndr], ma ho sempre finito col cambiare idea. So di essere troppo vecchio. Ma continuo a suonare.

I Ten Years After sono una delle band più importanti degli anni Sessanta e Settanta. Tu ne sei stato membro fondatore, quando all’inizio si chiamavano Jaybirds.
La mia prima band — quella in cui mi sono sentito qualcosa di simile a un professionista — si chiamava The Atomites. Ero convinto avremmo sfondato in 12 mesi. Addirittura risparmiavamo per migliorare costantemente il nostro equipaggiamento e tenevamo concerti, finché non siamo rimasti senza chitarrista. Il padre del nostro gli ha imposto di lasciar perdere. Così, ne abbiamo cercato un altro e a noi si è unito Alvin Lee. Alvin aveva 15 anni, io 16; alla fine cambiammo il nome da Atomites a Jaybirds e andammo a Londra in cerca di fama e fortuna. Ma fallimmo e ce ne tornammo nel Nottinghamshire. Certuni se ne andarono perché non incassavamo niente, per via delle pressioni dei genitori, delle fidanzate o semplicemente perché avevano necessità di guadagnarsi da vivere. Non volevano dormire sul pavimento: come dargli torto? Continuammo in tre e finimmo in Germania, ottenendo un certo successo allo Star-Club di Amburgo. Era il 1962; eravamo io, Alvin e un batterista di nome Peter Evans. Tornammo nel Regno Unito e le cose sembrarono mettersi bene, ma Pete decise di andarsene per ragioni di cuore e noi reclutammo Dave Quickmire. Con lui ci recammo di nuovo a Londra, senza cavare un ragno dal buco. Ce ne tornammo a casa con la prospettiva di accontentarci della routine locale. Ci mollò pure Quickmire, stanco di non fare un soldo, e noi ci rivolgemmo a Rick Lee, uno dei suoi allievi al corso di batteria. Con Rick sembrava andate tutto bene, perciò decidemmo di fare un altro tentativo nella capitale. Inizialmente, siamo andati a teatro: abbiamo preso parte a uno spettacolo nel West End dove interpretavamo il ruolo… di una band! Ma le musiche erano nostre, e anche quando ci siamo dedicati all’accompagnamento di alcune pop star dell’epoca, abbiamo sempre cercato di metterci del nostro. Si aggiunse a noi il tastierista Chick Churchill e ci rivolgemmo a un manager, il quale suggerì subito di cambiare nome. Stavo leggendo un giornale, e c’era la pubblicità di un libro intitolato 10 anni dopo Suez, sull’invasione del Canale di Suez del 1956. E ho pensato, mmm… «dieci anni dopo», interessante… Era il periodo in cui stava prendendo piede la psichedelia, e per un gruppo, un nome «strano» era la prima chiave per suscitare curiosità. Così siamo diventati i Ten Years After, «dieci anni dopo».

Un nome appropriato è un elemento importante.
Sì, lo è. Voglio dire, aiuta. È tutta una lotteria, in un certo senso, ma aiuta. Il duro lavoro conta, certo, ma occorre anche una bella fortuna. Io non provenivo da un contesto borghese, per anni sono a malapena riuscito a tirare avanti. Niente macchina, niente ragazza, niente casa di proprietà: vivevo praticamente alla giornata e non avevo granché da mangiare. Ci nutrivamo di passione, avevamo fiducia in quello che stavamo facendo. E una piccola percentuale del pubblico lo apprezza: il resto no, ma quella piccola percentuale è cresciuta. Non potevamo suonare in una grande sala da ballo o competere con artisti pop, ma potevamo suonare in un blues club nel Regno Unito e attirare un pubblico. E in Europa, in Olanda, Danimarca, Svezia; posti come quelli, più interessati a quel genere di musica blues, dove ci prendevano a cuore. Durante le vacanze estive, tutta quella gente è venuta in Inghilterra e si è unita a folle enormi, aspettando di entrare nei club per vederci suonare. Ed è stato allora che l’industria ha iniziato a interessarsi di cosa stessimo facendo, perché tutte queste persone venissero a vederci. Quand’ero più giovane, credo avessi circa 14, 15, forse 16 anni, ho letto una cosa sul retro di una scatola di fiammiferi: «l’uomo di successo è colui che si rialza una volta in più di quante volte cada». Ho seguito quel principio. È stato il mio credo, se vogliamo, e lo è ancora. Per questo abbiamo continuato. Soprattutto Alvin e io, eravamo determinati e alla fine ha funzionato.

Quando hai avuto la sensazione di avercela fatta? 
Più di una volta, in realtà. La prima, fu quando ottenemmo una residency al Marquee di Londra, che era un posto importante dove suonare. O quando abbiamo suonato al Windsor National Jazz and Blues Festival. Insomma, c’erano circa 10.000, 15.000 persone, ma per noi era un pubblico enorme. Non posso dimenticare il fax ricevuto da Bill Graham, il grande promoter americano che gestiva il Fillmore West a San Francisco: «Se venite in America, posso offrirvi di tenere un concerto. E sto aprendo un altro locale a New York, il Fillmore East». E grazie al suo invito, ha ascoltato il nostro primo album. La reazione, negli Stati Uniti, è stata buona e siamo tornati subito dopo, nel giro di poche settimane o un mese, credo, e abbiamo fatto un altro tour. Nel ‘67 o nel ‘68, forse il 1968.

Cosa puoi raccontarci di Woodstock? È stato davvero il grande concerto di cui si è raccontato, o è tutta narrazione? 
No, penso sia stato un grande concerto. Lo è diventato soprattutto grazie al film. Noi avevamo suonato al Newport Jazz Festival: per me era un evento importante, perché uno dei miei primi dischi acquistati era stato proprio il live di Muddy Waters a Newport. E all’improvviso mi ritrovavo lì anch’io. Al Texas Pop Festival di St. Louis, ci siamo esibiti con Nina Simone e Dizzy Gillespie. Stavamo vivendo un sogno. Poi è arrivato questo festival di cui non sapevamo assolutamente nulla, finché non siamo arrivati ​​in aereo da St. Louis, Missouri, e all’aeroporto il nostro autista ci ha detto, «È il caos, la strada è bloccata, c’è un sacco di gente». Solo quando siamo arrivati ​​a Woodstock e abbiamo dovuto concludere il viaggio in auto, perché la zona dei palchi si poteva raggiungere esclusivamente a bordo di elicotteri, mi sono reso conto di quanti spettatori ci fossero. Mezzo milione di persone con 26 bagni a disposizione. E poi c’è stato quel violento temporale, che si vede nel film. Il palco stava franando giù per la collina poco prima che ci salissimo noi. Arrivato il nostro turno, era tutto allagato, ma non abbiamo minimamente pensato ai rischi di salute e sicurezza. A 27 anni, ci si sente invincibili. Ci siamo detti, «Sì, andiamo avanti. Se uno di noi rimane folgorato, venderemo più dischi». E il pubblico è stato fantastico. È stato un concerto difficile perché, a causa dell’umidità, le nostre chitarre si scordavano e dovevamo fermarci di continuo per accordarle. Alvin ha rotto una corda. È stato come una scena di Mad Max: si vedevano tutti quei volti nel fango e in lontananza, fuochi, persone intorno ai fuochi. Dopo, abbiamo abbandonato la zona con grande difficoltà, siamo tornati a New York City dove si trovava il nostro hotel, per scoprire che la nostra stanza non era più disponibile. Finii per dormire in ufficio, su una scrivania, cosa che gentilmente mi lasciarono fare. Tornammo in UK, poi di nuovo negli USA, e tutti, ovunque fossimo, ci chiedevano di Woodstock. Dodici mesi più tardi, quando uscì il film, mi resi conto di come le immagini di quel festival avessero assunto un significato anche per i ragazzi dei paesi dove non era possibile ascoltare quel tipo di musica, dove ti arrestavano se venivi trovato con un disco «rock». I nostri disagi sono diventati di colpo insignificanti: è stato un privilegio essere lì. Siamo stati fortunati.

E comunque non c’era nessun lusso, nessuna ostentazione da rockstar.
Però c’erano tonnellate di droga! Pete Townshend degli Who mi ha visto, quando sono arrivato, e mi ha detto, «Non mangiare niente. È tutto condito con gli acidi». Alcune persone li prendono, altre li hanno presi e li prenderanno ancora, ma io non volevo salire sul palco e ritrovarmi all’improvviso da qualche altra parte. Quindi non ho mangiato né bevuto nulla. Ma c’è anche chi si è drogato a più non posso ed è ancora vivo! Era il periodo della guerra del Vietnam, e gli Stati Uniti erano polarizzati, o eri a favore o eri contro. Nel secondo caso, probabilmente eri un hippie, avevi la tua musica, i tuoi vestiti, le droghe psichedeliche, amore libero, la pillola. Era tutto un insieme. Ho visto tantissimi ex-soldati che erano andati in Vietnam e avevano preso l’acido, avevano dei flashback, degli incubi. Visioni. Io non volevo aver nulla a che fare con questo genere di cose. Nel mondo della musica, quella della droga è una questione ricorrente. Molti musicisti ne hanno fatto uso. Non so se, conoscendone in anticipo il prezzo, lo farebbero ancora.

Nel marzo del ‘72 hai tenuto un concerto in Alto Adige, in montagna. Ti ricordi? 
Di solito me li ricordo tutti. Dalla location agli spogliatoi! Mi ricordo di quel concerto perché mi piaceva suonare in Italia. Mi piace ancora: mi piace il cibo, mi piace tutto.

Non ci sono registrazioni inedite dei TYA negli anni Sessanta e Settanta?
Ci sono! Nelle ultime due settimane sono stato impegnato in un giro di promozione radiofonica, in America. Il nostro terzo album, Ssssh (1969) è stato ripubblicato in tutto il mondo come cofanetto di tre CD. Contiene la registrazione originale e un remix delle registrazioni del 1969, che per me ha mantenuto l’atmosfera originale, ma con maggiore chiarezza, più coinvolgimento. Oltre a questo, hanno aggiunto un CD extra, con la registrazione di un concerto a Helsinki, sempre del ’69. È un ottimo prodotto. Ci sono fotografie, ci sono storie, c’è un sacco di roba. Sono sempre un po’ diffidente verso queste operazioni, perché sono un tecnico del suono che produce se stesso, ma qui i tecnici sono rimasti fedeli all’originale e lo hanno reso più chiaro, quasi come se fossi nella stanza al momento della registrazione. Non so quanti ne venderanno né quanto si venda adesso, in generale. Ora c’è internet… Ma secondo me, i dischi sono imbattibili, non c’è digitale che tenga.

Avete in programma altre ristampe?
A dire il vero, bisognerebbe chiederlo alle case discografica… tu fai il disco per loro, che una volta recuperati i costi di produzione e assolte le tue royalty, diventano proprietari dei nastri. Quindi dipende da loro. Certo, se non hanno ancora ripubblicato A Space in Time lo faranno sicuramente. Questa volta hanno fatto un po’ di promozione, cosa saggia, perché ormai prima di Natale tutti fanno uscire dischi nuovi, registrazioni segrete, bootleg e cose del genere. Con le piattaforme digitali, come Spotify, i musicisti non guadagnano niente. A meno che tu non sia un fenomeno tipo Taylor Swift, ma chi lo è? Potrei fare 10’000 ascolti in streaming e non avere abbastanza soldi per comprare un pacchetto di sigarette. È un grosso problema, molto discusso. Molti musicisti non pubblicano più per questo motivo. Se sei un artista pop e pubblichi singoli, e ottieni passaggi radiofonici, e questi passaggi ti danno un po’ di visibilità, è un conto. Se nessuno ti conosce, si tratta di una forma di pubblicità. Ma i soldi, in questo momento, vengono dai concerti. Anche se sei un artista piuttosto famoso, devi andare in tour, perché le vendite dei dischi non sono più quelle di una volta. Vale per gli Aerosmith come per Bruce Springsteen. Le nuove generazioni pensano che la musica debba essere gratuita. Dovremmo però ricordarci di come dietro alla musica ci sia un grande impegno, economico ma non solo. 

Come mai i TYA si sciolsero all’apice della fama, nel 1975?
Dopo ci siamo riuniti e abbiamo fatto qualche data dopo, ma quello fu il primo scioglimento. Alvin non voleva più andare in tour. Dopo aver impiegato così tanto tempo per arrivare dov’eravamo arrivati ​​noi, ha deciso che per lui era troppo, non voleva più farlo. All’epoca, lo ammetto, non ne fui contento. Ma a posteriori, capisco quanto sia stato difficile. Al centro dell’attenzione c’era lui, e questo lo ha portato a compiere certe scelte. Quando uscì Ssssh, sulla copertina c’era una fotografia di Alvin, non della band. Era l’epoca dei guitar hero. E questo lo metteva sotto pressione ancor di più. Oltretutto, era un cantautore, voleva essere un autore. Anch’io ho lavorato come songwriter a Nashville, ma lui voleva essere l’autore unico. Da un punto di vista finanziario, guadagnava probabilmente quattro volte di più di me e non aveva bisogno di andare in tour. Mentre io, a fare tournée, mi divertivo.

Quando vi siete visti l’ultima volta? Lui è morto all’improvviso nel marzo 2013.
Quando è morto… avrei potuto cercarlo, prima, ma non… Forse cinque anni, non ci vedevamo da cinque anni. Avevamo fatto uno spettacolo in Spagna, in un’arena. Sono arrivato in aereo da Nashville per farlo; vivevo negli States e lavoravo come compositore. Sono arrivato in aereo per fare il concerto a tarda notte, per poi andarmene la mattina presto. E in Spagna, per chi è vegetariano, come me, era difficile trovare qualcosa da mangiare in orari normali… quella sera serpeggiava del nervosismo e io Alvin ci accalorammo in una discussione fin troppo cruenta. E ho mollato il colpo. Gli altri volevano continuare, ma Alvin non voleva farlo senza di me, e la mia defezione gli ha fornito un pretesto per l’ennesimo scioglimento. Tempo dopo mi ha detto di essere venuto a Nashville e di aver raggiunto il mio appartamento. Senza bussare alla porta, però. «Volevo venire a salutarti, ma ho pensato che avresti potuto picchiarmi». Abbiamo condiviso così tante esperienze, fin da piccoli… era come un fratello per me. Mi manca ancora. Ma litigavamo, discutevamo animatamente, e credo i nostri dissensi abbiano contribuito al feeling della nostra musica. Qualcuno ha scritto che nei TYA chitarra e basso sono sempre in conflitto. Era proprio così.

Era testardo?
Sì, o forse lo siamo stati entrambi, tutti e due nati sotto il segno Sagittario, quindi gelosi della propria libertà. Di sicuro, Alvin si sentiva come in prigione. In un’intervista disse di sentirsi «come un jukebox itinerante. Andiamo in tour, facciamo sette settimane negli Stati Uniti, poi torniamo, ci prendiamo due settimane di pausa, poi tre settimane in giro per l’Europa, poi torniamo». E poi il manager diceva, «Ho prenotato 15 giorni in studio, dovete fare un altro album». Entri in sala d’incisione, hai quei 15 giorni, poi torni per due mesi negli Stati Uniti. La pressione diventava semplicemente eccessiva. Dopo Woodstock, suonavamo per 20’000 persone, fino a 50’000 a sera. Ad Alvin non piaceva. E poteva permettersi di dire, be’, prendo i miei diritti d’autore, mi fermo. Certo, senza i TYA, quanto a «dimensione» del successo, non era la stessa cosa neanche per lui. Alcuni solisti continuano ad avere successo anche all’infuori delle band d’origine, ma questo capita agli «affamati» e affamato, Alvin, non lo era affatto. Tirarsi indietro era il suo sport preferito. Mi chiamava dicendo, «Non voglio fare quel concerto, sono cinque ore di macchina». E io, «Ma siamo sul nostro autobus, puoi dormire in cuccetta». All’epoca ne ero infastidito, ma sono arrivato a capirlo. Con l’età, soprattutto. Io sono sempre contento se qualcuno mi invita a suonare, ma se per farlo devo sobbarcarmi cinque ore di volo e poi altre cinque di macchina, forse non posso più permettermelo.

Allora, poi, c’era anche la questione del management. Chi vi aiutava? Chi era al vostro fianco per assicurarsi che nessuno vi fregasse?
Potrei raccontarti un’infinità di storie riguardo al fatto di non ricevere i soldi che avremmo dovuto in un contesto o in un altro. Same old story. Era un periodo molto complicato e ora, forse, le band sono un po’ più accorte. Hanno un commercialista, un avvocato e un manager, e questi si assicurano che almeno una parte del denaro arrivi all’artista. Una volta andavi dagli executive delle etichette chiedendo, «Potrei avere i miei diritti d’autore?». Per sentirti rispondere, «Purtroppo non abbiamo ancora trovato una soluzione. Cosa vuoi?». «Oh, vorrei comprare una macchina». Quanto costa un’auto? Diciamo 10’000 sterline. Ok, ecco 10’000 sterline. E magari te ne dovevano 100’000. Tutto questo fin dai tempi della Stax. Ma il nostro manager, per fortuna, non era un manigoldo. Era partito, in quel settore, nello stesso periodo in cui abbiamo iniziato noi con la musica, e probabilmente ha imparato — bene — da altri colleghi, imparandone le scaltrezze ma senza mettere da parte la correttezza. Pensa, in origine eravamo con l’etichetta Chrysalis, poi siamo riusciti a vendere il nostro catalogo alla EMI e cinque o sei anni fa il vecchio manager ha riacquistato il catalogo, ha rilanciato Chrysalis e all’improvviso ho iniziato a ricevere le royalties. Immagino che abbia un cuore, dopotutto! Da questo punto di vista, sono stato fortunato. Non c’è che dire. Per questo mi sono prestato con piacere alla promozione del box di Ssssh.

Robert Plant si vede, ora, in modo molto diverso rispetto a come si vedesse nell’apogeo dei Led Zeppelin. E tu? Ti identifichi ancora con il Leo Lyons dei TYA al loro culmine? 
Essenzialmente, amo ancora la musica, ha ancora su di me lo stesso effetto. A posteriori, ci sono cose che non avrei dovuto fare, ma questo riguarda tutti. Quando i TYA si sciolsero, ebbi l’opportunità di sfruttare diverse opzioni. Ho anche prodotto dischi, e con un certo successo. Tra gli altri, fu proprio Peter Grant, manager degli Zep, a dirmi, «Leo, se vuoi andartene, ti aiuterò a mettere insieme una band». Ma restai nonostante le criticità, e in ogni caso non mi pento: qualunque cosa sia successa, ho avuto la possibilità di scegliere e ho preso la mia strada, ho incontrato mia moglie, mi sono sposato, abbiamo avuto due figli e ora sono nonno. Ero single ai tempi di Woodstock, la strada era la mia vita. Ma a un certo punto costruisci, o hai la fortuna di poter costruire, situazioni alle quali ti preme fare ritorno. 

Ti rammarichi di non aver convinto Alvin Lee a tornare con la band per un periodo di tempo più lungo? 
Sì e no. Credo fossimo tutti stufi di andare in tour. E non c’è niente di peggio dell’essere in tour con chi non vorrebbe esserci. Due ore sul palco? Fantastico, e tutte le altre ore in viaggio, da uno spostamento all’altro, come passano? Essere in una band è come essere sposati con tre persone contemporaneamente, o più. Nessuno lo vuole, ma devi farlo. Ecco perché i miei Hundred Seventy Split erano un trio. Tre persone, tutte concentrate sullo stesso obiettivo, e nessun problema. Siamo andati d’accordo, nessuno si è lamentato. Dieci ore di macchina? Nessuno si è lamentato. Difficilmente troverai una situazione del genere tra normali amici o famiglie. Con Alvin, prima o poi, finivano per ripresentarsi sempre i soliti, vecchi e insormontabili problemi. Nel 2003 abbiamo suonato insieme per l’ultima volta.

Se dovessi lasciare un messaggio agli appassionati di musica, magari alle giovani generazioni, quale sarebbe? 
Goditi quello che fai. Ascoltate le critiche, ma non prendetele sul serio e suonate con il cuore. Questo è tutto. Per essere un musicista, non una pop star, un musicista, devi metterci l’anima. Ho fatto un’intervista con Bass Magazine, l’intervistatore mi faceva domande a raffica, ma non mi chiedeva nulla sul basso. Gli ho chiesto, «Sei un bassista?». E lui ha risposto di sì. «Suonavo la chitarra, ma ho pensato fosse troppo difficile, così ho deciso di suonare il basso». Ho pensato tra me e me, non sei veramente un bassista, perché la questione non è questa. Non è che avendo solo quattro corde, il basso dev’essere uno strumento. Sentite le parti per contrabbasso scritte da Vivaldi, o da Saint-Saëns. Ascoltate i virtuosismi incredibili di Giovanni Bottesini. È importante avere un basso, in una band: è ciò che fa muovere le persone. Mi è capitato di uscire per una birra e di suonare in un bar, con gruppi locali, solo per divertimento, perché mi piace movimentare il ritmo e vedere come la gente balla in modo diverso.

Incontri ancora chi è stato protagonista, con te, della fine dei Sessanta? Colleghi, altri musicisti?
Sì, con alcuni di loro sono ancora in contatto. E ricevo email da musicisti degli anni Ottanta e Novanta che mi dicono, «Ti ho visto quand’ero bambino e mi è piaciuto molto quello che facevi». Ecco perché mi sono dedicato alla musica, per potermi sentire orgoglioso di aver incoraggiato qualcun altro a iniziare! Fortunatamente, non i miei figli… Loro fanno parte del mondo del management, suonano entrambi, ma non per vivere.

Li hai dissuasi? 
Non li ho incoraggiati né dissuasi. Hanno capito da soli. Hanno visto gli alti e bassi. Ma sono musicisti, e questo è importante. Uno di loro è il manager di una grande star della musica country, è bravo dal punto di vista manageriale. Forse, essendo circondato dalla musica tutto il tempo, nella vita privata preferisce staccare. A tutti piace, prima o poi, prendersi una pausa.

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