HARRY SKOLER
Echoes
Red Brick Hill
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Certi dischi sanno proprio conquistarti. È il caso di questo Echoes di Harry Skoler, clarinettista di squisita tecnica, allievo prediletto del grande Jimmy Giuffre e docente del Berklee, con alle spalle alcuni dischi di ottima fattura, tutti caratterizzati da attenzione per le sfumature e un dichiarato amore per le form(ul)e accademiche che, però, non penalizzano inventiva e feeling. Se ne esce adesso con questo Echoes, prodotto dal sassofonista Walter Smith III, che coinvolge tre belle anime come Bill Frisell alla chitarra, Dezron Douglas al contrabbasso e Johnathan Blake alla batteria.
Echoes come echi, risonanze/rimembranze di pezzi della gloriosa storia del jazz, ovvero omaggi a grandi figure del passato. Conquista le nostre orecchie il fatto che questa musica sia parimenti riflessiva, evocativa, trasognata e fortemente swingante. Cosa già palesata, dopo l’ouverture di Evocation, in Study in Orange (for Bill Evans), che a me ha rimembrato non poco il magnifico e poco noto album di Tony Scott Sung Heroes (1959), dove la backing band era, per l’appunto, il trio Evans-LaFaro-Motian, sebbene l’atmosfera sia qui un po’ più veemente.
Mentre la valzerata JW, Michelangelo & the 40 Cent Burger (for James Williams) evoca, ma in modalità modernissima, certa intenzionalità appartenente all’eleganza mainstream di un jazz oggi quasi scomparso: Frisell è straordinario, un Jim Hall passato dal deserto del Mojave, Douglas e Blake un garbato vortice supportivo. A seguire troviamo Everything’s Cool, Everything’s Cool! (for Rahsaan Roland Kirk), che ha il sapore di certe composizioni dell’omaggiato, ossia singhiozzante, dall’ordito mutevole e dallo sviluppo tematico dinamicamente screziato, a differenza di Marian (for Marian McPartland), dove la caratteristica chiaroscuralità pianistica della destinataria del tributo viene trasfigurata ottimamente.
Il tempo dell’interludio Reminiscence ed ecco Thank You (for Teddy Wilson), onirica e umbratile, a cui fa da contraltare lo swing esplicito, dal forte sabor latino, di Waiting Patiently (for Benny Goodman). Dopo un altro interludio, Counterpart, spunta Sea of Feeling (for Jimmy Giuffre), che riattualizza, scorticandoli, alcuni tratti di The Jimmy Giuffre Clarinet (1956), seguito da POW! (for Lionel Hampton), dalla parossistica carica ritmica e dalla ben celata suadenza melodica. Dopo la breve Overtone, giungiamo a Never Played in Syracuse! (for Miles Davis), omaggio semi-acustico al mood dell’ultimo Miles. Chiude l’elegiaca Allusion, come gli altri interludi anch’essa pennellata da clarinetto e chitarra.
Un disco da togliere immediatamente dal semi-oblio a cui sembra ingiustamente condannato.


