Hunter As A Horse, Paradise Lost

Roberto De Benedetto
4 minuti di lettura

HUNTER AS A HORSE
Paradise Lost
Metropolis
***

Etichettare generi e stili è sempre stato un pallino dei giornalisti musicali. L’avvento del punk e la successiva ondata post- hanno rappresentato forse, in questo senso, l’apice di detta tendenza: nuove onde e nuovi romantici, nessuna onda, indie, alt.country rock alternativo, dark, gotici e chi più ne ha, più ne metta. Questo incipit deriva dall’ascolto di Paradise Lost, prima prova sulla lunga distanza per Hunter As A Horse alias di Mia van Wyk, artista sudafricana in giro da tempo, la quale ha ottenuto un certo successo, alcuni anni fa, con brani passati in serie televisive e film USA, sempre a sfondo drammatico.

Ecco, la proposta di HAAH potrebbe essere catalogata come un intreccio di elettronica, sfaccettature dark e risonanze gotiche. Il primo elemento è assolutamente prominente (giusto avvisare il lettore, specie quello non particolarmente avvezzo a sonorità sintetizzate) e i brani del disco sembrano sovente spuntare dai primi anni Ottanta, quando una schiera di gruppi o solisti utilizzarono a profusione synth e vari device elettronici. Non sbaglia chi associa van Wyk a proposte (più recenti) come i Lamb, ma età e ascolti mi inducono mettere il lavoro di HAAH in parallelo a Depeche Mode e Cure: i suoni di Martin Gore e soci hanno fatto storia, mentre per quanto riguarda i Cure, con loro si entra nell’aspetto più concettuale e distintivo di HAAH, e cioè quel regno oscuro della mente dove fantasmi, depressione e ricerca di una via alla luce vengono espressi con testi a volte spietati e con sonorità cupe, dove non è quasi mai possibile scorgere il sole oltre le nuvole.

HAAH è attratta dal buio, dall’ombra — l’archetipo dell’inconscio, secondo Carl Gustav Jung — entrando nella quale l’individuo cerca di esplorare gli antri più oscuri della propria anima. Quelli dominati dalla paura, dai tabù imposti, da eventi traumatici irrisolti; insomma, una sfera di questi tempi esplorata da molti «devoti» (Ethel Cain, per esempio). Con Here’s to All the Ones si tocca con mano quanto detto: sorpresa ulteriore, la musica è decisamente radio friendly, ballabile. I suoni, in questo «paradiso perduto», sono spesso da dancefloor e il fantasma del giovane Robert Smith aleggia sulla decisamente tirata Kiss of Death, mentre un accenno di chitarra acustica introduce la più riflessiva Object. L’atmosfera resta tenebrosa con Obey, così come negli altri brani (interessanti il singolo Leviathan e la dura Dark Sky).

Il suono e il cantato si dipanano omogenei lungo tutto l’album. Ma questo è anche il suo punto debole, una ripetitività forse voluta, per accrescere il fascino da concept (lo ammette l’autrice), che finisce però con l’appiattire il tutto. Per gli interessati a questo tipo di proposta, non un brutto disco. Tutt’altro. Il consiglio, in questo caso scontato, è di suonarlo a volume sostenuto.

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