Ciao Bob, è un piacere per noi avere l’opportunità di intervistarti, dopo aver ascoltato e recensito il tuo ultimo Waysides: Unreleased Tracks and Demos, pubblicato in Svezia. Ci è piaciuto molto e siamo felici sia finalmente disponibile in CD grazie alla New Shot. Sappi che lo abbiamo «consigliato» ai nostri lettori. Com’è nato?
Beh, grazie! Apprezzo molto la generosità della recensione! Il CD vedrà la luce grazie al tuo connazionale Renato Bottani della New Shot, una persona deliziosa e, credo, molto simile al responsabile della pubblicazione dell’album in LP. Renato ha uno spirito affine a Jerker Emanuelson della Sound Asleep svedese. La storia è questa: Jerker mi ha chiesto se avevo altri brani inediti o se c’erano outtake dalle sessioni dei precedenti album. Lui aveva già pubblicato Lost Kerosene Tapes nel 2011, anch’esso un album di brani inediti registrati da Ray Kennedy — produttore dei Desire Road — nel 1999. L’uscita di quell’album ha portato a un tour scandinavo di un mese e all’opportunità di registrare The Year We Tried to Kill the Pain a Örebro, in Svezia, dopo il tour. Il che è stato un magnifico colpo di fortuna… poter lavorare con musicisti e produttori eccezionali come Fredrik Landh e Clas Olofsson, tutto grazie a una straordinaria forza della natura, a Örebro, di nome Anders Damberg. Ad ogni modo, Waysides doveva essere inizialmente solo un singolo 45 giri, con It’s All Over Now come lato A e altre outtake di Desire Road come lato B. Questi brani sono stati recentemente ritrovati da Ray Kennedy, ma abbiamo continuato a trovare altro materiale inedito che Jerker Emanuelson riteneva degno di essere pubblicato; quindi, alla fine è diventato un album. Jerker è stato senza dubbio la forza trainante che ha permesso a questo album di vedere la luce! Ho ricevuto poi un’e-mail inaspettata da Andrew Dansby, uno scrittore che anni fa aveva scritto un articolo su di me per Houston Chronicle, in cui mi diceva di essere stato contattato da un tizio francese di nome Jose Ruiz — scrittore e DJ di Radio France — che aveva letto il suo articolo online e gli aveva chiesto i miei recapiti. Il nome mi era familiare e, dato che non pensavo di dovergli dei soldi, ho detto ad Andrew di dargli il mio recapito. Per farla breve, il signor Ruiz aveva chiacchierato con un tizio in Svezia, di nome Jerker Emanuelson, proprietario di una piccola etichetta discografica chiamata Sound Asleep, e il mio nome era venuto fuori in un contesto del tipo, «chissà che fine ha fatto quel tizio?». Jose gli ha detto che quando era a Nashville per un servizio, nel 1999, gli avevo dato un demo registrato lì, sempre con Ray Kennedy, ai tempi in cui avevo firmato con Interscope circa un minuto dopo il fallimento di Imprint. Quel contratto e quelle canzoni non hanno mai portato a nulla, ma lui le aveva conservate e, dopo aver parlato con il signor Emanuelson in Svezia, gli ha mandato una copia. Jerker mi ha contattato dicendo che voleva pubblicarla su CD con la sua etichetta dopo tutti questi anni, e così hanno fatto. S’intitola appunto The Lost Kerosene Tapes, è uscito nel ’99, ha portato a un tour di grande successo in Scandinavia e all’opportunità inaspettata di registrare con alcuni ottimi musicisti svedesi — Fredrik Landh, Clas Olofsson e Mathias Lilja — in un signor studio a Örebro, Svezia, dove ho realizzato la maggior parte di The Year We Tried to Kill the Pain. Solo un paio di sovraincisioni sono state fatte qui, a Los Angeles, dal mio amico Rich McCulley (che ha suonato alcune parti di chitarra e un assolo) e dalla mia ragazza di allora, Heidi James (che ha aggiunto alcune armonie). Senza dimenticare Benmont Tench: era nei paraggi e ha avuto la gentilezza di suonare il pianoforte e l’organo in alcuni brani.
I demo sono brani che non ritenevi pronti per essere pubblicati?
Li consideravo una sorta di bozza per future registrazioni. Nel caso di Life Is Big, l’abbiamo effettivamente registrata di nuovo, ma sia Jerker sia io abbiamo ritenuto il demo originale fosse migliore della versione più rifinita. Non sempre so quali miei lavori dovrebbero o non dovrebbero essere pubblicati. Quindi è stato importante avere Jerker come «curatore» per Waysides e Lost Kerosene Tapes. Il suo entusiasmo incrollabile è stato ciò che ha portato alla loro pubblicazione!
Cosa mi dici della ballata elettrica Henry Poole Is Here?
È stata scritta e registrata in fretta per un film con lo stesso titolo in cui sarebbe dovuta apparire. Alla fine, nella pellicola non è stata utilizzata, ma così va il mondo dello spettacolo.
Anywhere USA ricorda un po’ i Byrds, e il tuo duetto con Lucinda Williams in There’s Something There è davvero notevole. Come l’hai conosciuta?
Grazie, adoro i Byrds! Sono stati sicuramente una grande influenza. Ho conosciuto Lucinda molto tempo fa. Alla fine degli anni Ottanta, credo. È sempre stata molto gentile con me e quando mi sono trasferito a Los Angeles, circa 20 anni fa, anche lei si era trasferita lì, quindi all’epoca ci vedevamo spesso. Ed è stata così gentile da venire a registrare quel duetto con me a L.A. La canzone è finita in un film intitolato Romantica Jeana (Her Minor Thing, 2005).

I’m Getting Over You è cantata da Randy Lee Hinderling, tuo caro amico e collaboratore a cui hai dedicato il disco. Mi parleresti di lui e della vostra amicizia?
Randy era come un fratello per me. Eravamo inseparabili dal giorno in cui ci siamo conosciuti, a Nashville, nel 1993. È morto improvvisamente nel 2022 e ancora non riesco a credere se ne sia andato. Ha avuto un ruolo importante nella realizzazione di Desire Road e ha co-scritto un paio di brani su Waysides. E sì, canta I’m Getting Over You, l’ultima canzone dell’album. Non dimenticherò mai il giorno in cui l’abbiamo scritta: era distrutto a causa di una ragazza che gli aveva spezzato il cuore e aveva scritto la musica, io ho solo aggiunto il testo raccontando la storia di ciò che era successo tra lui e questa ragazza. Qualche settimana dopo l’abbiamo registrata nel suo garage, su un piccolo registratore a 4 piste. Quando ascolto la sua voce, capisco che stava ancora soffrendo molto. La canzone si intitola I’m Getting Over You, ma non sono sicuro Randy abbia mai superato davvero quella storia. Sono felice che alla fine sia stata pubblicata, dopo tutti questi anni. Ecco cosa ho scritto per Randy sul mio Instagram e anche sulla copertina dell’album: «Sono profondamente addolorato nell’apprendere che il mio caro amico, collega e collaboratore Randy Lee Hinderling è venuto a mancare. È caduto da una scala a chiocciola nella sua abitazione e ha battuto la testa. Entrambi newyorkesi, ci siamo conosciuti a Nashville nei primi Novanta e siamo diventati subito amici, come fratelli. Era un eccellente chitarrista, leader di una band, compositore e arrangiatore. Un vero rocker, viveva e suonava con grande stile e fascino. Aveva un’aria spavalda, ma era uno dei ragazzi più dolci e affascinanti che conoscessi, senza dubbio il più grande fan degli Stones e di Keith Richards mai conosciuto, e abbracciava pienamente lo stile del rock’n’roll. A volte era un adorabile pasticcione, ma lasciava il segno ovunque andasse, intrattenendo e facendo amicizia con le persone che incontrava durante i nostri viaggi e tour in giro per il mondo. Ha avuto un ruolo fondamentale negli ultimi due album che ho registrato a Nashville, Desire Road e The Lost Kerosene Tapes. Mi ha presentato Ray Kennedy, produttore di quelle registrazioni, e credo anche lui penso sarebbe d’accordo sul fatto che Randy abbia contribuito in modo sostanziale alla riuscita di quei dischi. Se a qualcuno piacevano, sapevo di dover ringraziare Randy. Faccio fatica a credere che il mio amico non ci sia più. È davvero difficile. Il mio cuore va a sua moglie Jean, a Puce e Loretta Hinderling, a Jeanne e Russ Brodsky, ai Mangelosa e a tutta la famiglia e gli amici di Randy. Ti voglio bene, fratello. Ci vediamo dall’altra parte».
Dopo l’uscita di Waysides e i concerti in Svezia, hai in programma una nuova registrazione, magari negli Stati Uniti?
Vorrei registrare alcune nuove canzoni che ho scritto di recente, ma in realtà ho già pronto un altro album. Ci ho lavorato più a lungo di quanto voglia ammettere… per darti un’idea, durante la sua realizzazione ho perso tre case, quattro fidanzate e mi si è spezzato il cuore tre volte! Ma lo trovo buono, non è solo per i fan dell’Americana, penso anzi sia il mio album più universale e contenga alcune canzoni con del potenziale. Se così posso dire, credo abbia brani fatti apposta per spopolare alla radio. Nel complesso, lo reputo molto accessibile… come la California! Praticamente tutti, su questo pianeta, hanno provato almeno in parte il fascino di questo luogo, con tutta la sua bellezza, i suoi sogni e i suoi miti. In ogni caso, dopo aver vissuto a Los Angeles per tutti questi anni, è il primo album che ho realizzato lì dalla prima all’ultima nota. Ogni canzone è stata scritta e registrata in questo luogo e per me suona come la California. Spero di trovare presto un’etichetta che mi aiuti con la pubblicazione, perché non lo farei uscire se non trovassi il sostegno di una casa discografica e una discreta campagna stampa. È troppo prezioso, per me, per pubblicarlo senza dargli la possibilità di avere una vita.
Vieni da New York, come mai ti piacciono il country e il country-rock?
Il primo concerto a cui ho assistito è stato all’accademia di New York. Era Muddy Waters: mio fratello maggiore mi ci portò quando ero piccolo e non avevo idea di chi fosse, ma di sicuro mi colpì molto. Solo dal nome capii che stavo assistendo a qualcosa di potente ed essenziale, qualcosa con radici molto profonde.Il secondo spettacolo a cui andai, fu con mia sorella maggiore nello stesso auditorium. Souther, Hillman e Furay. Country-rock?Non so. Sono cresciuto nel cuore del Greenwich Village, in Thompson St, vicino a Bleecker Street, a due passi da locali come il Bitter End, il Bottom Line, il Gerde’s Folk City, il Village Gate etc. Quindi ero circondato da musica fantastica e, per qualche motivo, quando ho iniziato a scrivere canzoni, sono stato attratto dal country. Mi piacciono i testi e le storie. Segretamente credo volessi diventare un cantante soul, ma non avevo la voce giusta. Quindi, per me, il country era la cosa più vicina a quello che avevo in mente.
Quali sono i musicisti che ti hanno maggiormente influenzato?
All’inizio direi i Beatles, gli Everly Brothers, Dion DiMucci, Otis Redding, i Rolling Stones… in seguito, artisti come Bob Dylan, i Byrds, Merle Haggard, Hank Williams, Tammy Wynette o Elvis Costello, solo per citarne alcuni.
Prima di intraprendere la carriera da solista, avevi una band, i Fields.
I Fields erano composti da Eric Alterman, Nancy Polstein, Michael Papamihalis e me. Eravamo una band di New York piuttosto giovane, inesperta ma che lavorava sodo. Abbiamo firmato un contratto con la Restless di Culver City, in California, ma sfortunatamente l’album che stavamo realizzando non è mai stato pubblicato perché l’etichetta è fallita non appena iniziammo a registrarlo. Eravamo insieme da anni, suonando dal vivo, registrando demo, inviandoli occasionalmente alle etichette discografiche senza un manager o un avvocato specializzato in intrattenimento: quando l’accordo con Restless è saltato, la band ha perso il suo slancio. A volte vorrei fossimo rimasti insieme, perché li adoravo. Invece ho intrapreso la carriera solista, cosa di cui non mi pento del tutto, soprattutto perché ho avuto modo di lavorare con tanti professionisti della musica che amavo, persone che suonavano in dischi classici. Cose che mi hanno ispirato a fare musica io stesso, ma a volte essere un solista può essere solitario ed è più difficile andare avanti quando le cose non funzionano. Una band può essere come una squadra che si sostiene a vicenda e condivide il carico di quanto è necessario fare per andare avanti nonostante le avversità. Alcuni brani dei Fields sono stati finalmente pubblicati come bonus su The Lost Kerosene Tapes.
Hai debuttato come solista con Dreams & Saturday Nights nel ’94. Nonostante le belle canzoni, le recensioni positive, l’aiuto di Doc Pomus, il singolo Hard Liquor, Cold Women, Warm Beer in classifica, l’album non ha ottenuto il successo sperato. Come mai, secondo te?
Ero deluso dal fatto che non avesse avuto più successo. Non saprei dirti con certezza. Molti artisti (in effetti, molti dei miei artisti preferiti) non hanno avuto un successo immediato con il loro primo album. Un tempo esisteva una cosa chiamata «sviluppo dell’artista», per cui un’etichetta discografica rimaneva fedele a un artista e gli permetteva di incidere un altro disco o due prima di abbandonarlo, anche se il suo primo lavoro non aveva avuto successo. Credo fosse, e ora sia sicuramente, almeno a livello di major, tutta una questione di numeri. All’epoca ero frustrato, non tanto perché non ero diventato una grande star, ma soprattutto perché sentivo di essere solo all’inizio e di non aver ancora trovato il mio ritmo come musicista, cantante, autore e artista. C’erano così tante cose che volevo fare o pensavo di poter fare meglio, data l’opportunità e l’incoraggiamento derivanti dall’avere un pubblico in attesa del nuovo disco. E non sottovalutiamo l’entusiasmo e dalla pressione creativa che possono derivare dal sapere come una grande etichetta sia pronta a mettere a disposizione le risorse necessarie per aiutare davvero a realizzare e diffondere qualcosa di importante, potenzialmente rivolto a centinaia di migliaia di ascoltatori.

Il secondo Desire Road (1997), malgrado la sostanza, è andato incontro allo stesso destino.
Ho passato molto tempo in studio e mi sono divertito parecchio (forse troppo…) a realizzare quel disco con Ray Kennedy. Ci abbiamo provato davvero e pensavamo di avere alcune canzoni che potessero colpire nel segno, un po’ di potenziali singoli per le radio country fatti però come li volevamo fare noi. Sono stato il primo a essere messo sotto contratto dalla Imprint fondata da Roy Wunsch, ex amministratore delegato di Sony Music Nashville. Avevano un sacco di soldi e volevano fare qualcosa di diverso, e tutti noi nutrivamo grandi speranze, ma siamo stati sfortunati e, in termini di tempistica, è stato un disastro. Quando Desire Road è uscito, l’etichetta non solo aveva perso il coraggio, ma aveva anche finito i soldi. Non credo il mio disco fosse uscito da più di un paio di mesi quando l’etichetta è fallita. Non mentirò, è stato devastante.
In All That Love Has Worn Away, Paul Deakin e Raul Malo ti aiutano alla batteria e alla voce.
I Mavericks e io abbiamo iniziato contemporaneamente a Nashville, quindi li conoscevo tutti. Paul Deakin è uno dei migliori batteristi di sempre ed è stato perfetto in tutti i brani in cui ha suonato. Raul Malo non avrebbe potuto essere più adatto a cantare le armonie in All That Love Has Worn Away. In questi giorni penso molto a lui e prego, vederlo consumato dal cancro è stato terribile. Un giorno incontrerò di nuovo anche lui.
E poi c’è Joy Lynn White che armonizza in Perfect World…
Anche lei era una mia cara amica, ha iniziato la carriera nello stesso periodo in cui ho iniziato io con i Mavericks. Le voglio bene e penso sia una delle migliori cantanti di Nashville… o di qualsiasi altro posto, secondo me. Non capirò mai perché non sia diventata una grande star! Ha cantato anche in due brani di Dreams & Saturday Nights, in una canzone intitolata Caroline e nella versione originale, più country, di The Year We Tried to Kill the Pain.
In Desire Road suonavano anche James Burton e Bernie Leadon, e in scaletta reinterpretavi alcune canzoni di John Fogerty e Arthur Alexander. Puoi spiegarci le tue scelte?
James Burton era uno dei miei chitarristi preferiti, ho avuto la fortuna di potermene avvalere in ogni traccia del mio primo album e volevo che partecipasse anche alla registrazione di Desire Road, ma ha avuto un incidente mentre potava un albero nella sua proprietà ed è entrato in coma dopo un intervento chirurgico alla gamba fratturata, a causa di un’overdose di farmaci somministratagli accidentalmente in ospedale. Ero in contatto con sua moglie Louise e per un po’ sembrava che non ce l’avrebbe fatta. Non volevo mandare fiori perché appassiscono, così ho mandato a James un bonsai, insieme a un biglietto che diceva: «Quando starai di nuovo bene, ti prego, stai lontano dalla scala e se senti il bisogno di potare un albero, fallo solo con questo piccolo bonsai». Comunque, alla fine è uscito dal coma, ma Louise mi ha detto che non parlava. Dopo un paio di settimane, ricevo da lei una telefonata: «Oggi James mi ha urlato contro! Sono felicissima!». Stava migliorando, ma non voleva assolutamente riprendere in mano la chitarra. Le ho detto che avrei rimandato il più possibile la registrazione dei brani rimanenti, finché non fosse stato pronto a suonare di nuovo, e alla fine lo è stato. C’è una bella foto che immortala quella prima sessione dopo la sua esperienza premorte. Per quanto riguarda le cover, Ho sempre amato la canzone Almost Saturday Night di John Fogerty e pensavo potesse diventare una hit country. Sapevo che l’etichetta mi avrebbe appoggiato e credevo avessimo fatto un ottimo lavoro con quella canzone, mi aspettavo esplodesse dagli altoparlanti, ma sfortunatamente, quando è uscita, l’etichetta non aveva più alcuna influenza sulle radio. Mi pentirò sempre di non essere rimasto per incontrare Arthur Alexander dopo averlo visto esibirsi a Nashville nell’estate del 1993. Siccome avevamo lo stesso editore e la stessa casa discografica, ero convinto che alla fine l’avrei incontrato… Purtroppo quella performance a Nashville è stata la sua ultima, perché il giorno dopo ha avuto un infarto ed è morto nell’ufficio del nostro responsabile delle edizioni. Ho consumato diverse copie di Lonely Just Like Me, un suo album prodotto da Ben Vaughn per Elektra, e l’ho regalato a molti amici nel corso degli anni. Dato che sia i Beatles sia gli Stones hanno reinterpretato una canzone di Arthur Alexander nei loro album d’esordio, ho pensato di andare sul sicuro e includerne due nel mio, per scaramanzia: Everyday I Have to Cry e If It’s Really Got to be This Way, che è ancora una delle mie canzoni preferite di sempre. A volte penso che Arthur Alexander sia stato la più grande influenza di John Lennon.
Ho letto che hai attraversato un periodo difficile, ma grazie all’aiuto del Musicians Assistance Program di Los Angeles sei riuscito a superarlo. Vuoi raccontarci qualcosa al riguardo?
Beh, è una storia piuttosto lunga… Il grande sassofonista jazz Buddy Arnold, ormai scomparso, è stato un angelo e mi ha aiutato a entrare in tre centri di riabilitazione quando ero dipendente dall’eroina. Intorno al 1998, dopo il fallimento di Imprint, ho incontrato diverse etichette discografiche ed editori a Nashville, ma non ho ricevuto alcuna offerta. La Interscope di New York ha pagato alcuni demo che avevo registrato (12 anni dopo sono diventati l’album Lost Kerosene Tapes), ma non ne è mai venuto fuori un contratto discografico. Ho iniziato a disperare di poter mai registrare un altro disco o di poter vedere le mie canzoni ad altri artisti e sono caduto in una depressione piuttosto profonda. Sono tornato a New York City per stare più vicino a mia madre, che era molto malata, e ho trovato lavoro in un magazzino. Ho iniziato a fare uso regolare di eroina e quando mia madre è morta ne ero ormai dipendente. Ho fatto qualche concerto a New York e anche un tour in Svezia, ma dedicavo sempre meno tempo alla mia carriera musicale. Col passare dei mesi, la mia dipendenza è diventata un lavoro a tempo pieno. Ho provato molte volte a smettere di colpo, ma senza successo. Alla fine, sono entrato in un centro di disintossicazione, ho fatto diversi programmi di riabilitazione e ho anche seguito un paio di volte una terapia di mantenimento con metadone. Nel 2003 sono stato cacciato da una clinica di Long Island e ho iniziato una serie di tentativi di disintossicazione, tutti falliti, nelle case di campagna delle mie ex fidanzate lungo il paese. Sono stato così maleducato da andare in overdose nei bagni di molte di queste povere donne, il che non sembrava infondere loro molta fiducia nella mia sincerità o nella mia capacità di smetterla con le sostanze. Dopo un evento particolarmente straziante in Nebraska, quando i paramedici mi hanno costretto a bere diverse tazze di carbone liquido — una brodaglia viscosa e dal sapore sgradevole che ha neutralizzato e eliminato le droghe dal mio organismo e per circa una settimana mi ha permesso di dichiarare onestamente che la mia merda non puzzava — sono finito in un reparto di terapia intensiva a Omaha. Il compianto, quasi santo Buddy Arnold del Musicians Assistance Program venne contattato e, con la sua solita umanità, accettò di darmi un’ultima possibilità, a condizione che andassi proprio nella stessa comunità di recupero a Los Angeles dove lui, negli anni Settanta, era riuscito a ritrovare la sobrietà. Buddy, del resto, mi aveva già aiutato altre volte, sistemandomi in un paio di strutture sulla East Coast, inclusa quella da cui ero stato mandato via. Sai, ognuno combatte la sua battaglia. Io cerco solo di essere gentile e portare amore, non scoramento, in qualunque inferno ci capiti di attraversare. Ho bisogno di una pratica spirituale come un pugile ha bisogno di allenarsi per un incontro. Voglio dire, la vita è implacabile e ti scaglia addosso cose che non avresti mai chiesto. Eppure, se non fosse stato per l’oscurità, forse non avrei mai riconosciuto, né fatto diventare una pratica, la necessità di cercare qualcos’altro, quello che chiamo Dio, perché è una parola corta e credo che meno si dica di qualcosa che non può essere espresso a parole — qualcosa che va oltre ciò che la nostra mente può comprendere — meglio è. Bisogna provarci, certo, ma in fondo penso che parlare di Dio sia un po’ come danzare per descrivere l’architettura: non è così che la si sperimenta. Tutto quello che so è che, se non avessi attraversato la mia personale notte oscura dell’anima — le mie crisi — forse non avrei mai avuto l’opportunità, o sentito la necessità, di provare a rispondere alle sfide che la vita mi lanciava. O di fare lo sforzo per cercare di capire chi sono davvero, da dove vengo e dove sto andando. Forse sto esagerando con i dettagli, ma è così che sono finito in quella clinica di Los Angeles. E per fortuna, oggi posso dire di essere pulito ormai da quasi vent’anni.

Finalmente, nel 2011 è arrivato The Year We Tried to Kill the Pain, una conferma del tuo talento. Lo hai registrato in Svezia con una squadra di musicisti davvero solida, tra cui Benmont Tench al pianoforte e alle tastiere. La sua presenza dona al disco un’atmosfera alla Tom Petty, già evidente dall’apertura di Don’t Know, con quelle chitarre alla Byrds…Adoro il suono della chitarra elettrica a 12 corde e tutte quelle armonie. I Beatles influenzano quasi tutto ciò che faccio, in un modo o nell’altro. E i Byrds, come tanti grandi gruppi rock, soul o pop degli anni Sessanta, erano una sorta di risposta americana. Molta di quella musica degli anni Sessanta e Settanta è nel mio DNA. Sono fortunato ad aver vissuto in quella che considero davvero un’età dell’oro!
Il suono dei Byrds emerge anche in I’m the Train, mentre la title-track, con i suoi riferimenti a una vita rovinata da alcol e droghe, sembra autobiografica. È così?
Sì, parla anche del non riuscire mai a stare fermo o a essere davvero presente nella propria vita. Essere sempre in movimento, sempre alla ricerca di una casa o di una qualche forma di pace, senza però mai riuscire a trovarle.
Un altro brano interessante è Bayou Girl, che sembra uno swamp blues con un tocco boogie aggiunto da Benmont Tench.
L’ho scritta con il mio grande amico Micheal Smotherman, ci sono voluti appena 30 minuti per comporla. Ero appena tornato dal mio primo viaggio in assoluto in Louisiana e avevo un sacco di storie da raccontare. È stata registrata per il mio primo album circa due giorni dopo. E sì, Benmont è straordinario nella versione di Örebro finita su The Year We Tried To Kill The Pain! Purtroppo Micheal Smotherman è scomparso improvvisamente nel 2019. Ecco cosa ho pubblicato su Instagram su di lui quel giorno: «Accidenti, amico. Questo è un colpo al cuore. Micheal Smotherman ha lasciato questo mondo oggi. Gli volevo bene come a un fratello. Uno dei migliori e più unici autori di canzoni e una delle persone più speciali che io abbia conosciuto. Tra quelli che hanno registrato le sue canzoni ci sono molte leggende, tra cui Ray, Willie, Waylon, Dolly, Cher, Tom Jones e Glen Campbell, solo per citarne alcuni. Il mio cuore va alla sua famiglia. Ci vediamo dall’altra parte, amico, fino ad allora ricorderò le nostre avventure folli. Così tanti bei ricordi. Giorni pieni di risate e musica mi torneranno sempre in mente.
Domanda immancabile. I tuoi album prediletti?
Un mucchio! Help! dei Beatles, Let it Bleed degli Stones, The Immortal Otis Redding,What’s Going On di Marvin Gaye, un’antologia di Merle Haggard e una dei Bee Gees, la Essential Collection di Gladys Knight & the Pips, il Live at the Harlem Square Club 1963 di Sam Cooke, un best of di Al Green e uno di Tammy Wynette, ancora i Fab Four con Meet the Beatles e A Hard Day’s Night, Blood on the Tracks di Bob Dylan, Songs of Leonard Cohen…


