I still sing the old songs: per David Allan Coe, 1939-2026

Gloria Tubino
8 minuti di lettura

Nel giorno — il 29 di aprile — in cui Willie Nelson ha spento 93 candeline, a 86 anni David Allan Coe ha arrestato la sua pazzesca cavalcata in quella parte di mondo governata dai fuorilegge della musica country, portando via con sé il fiume di critiche e contestazioni che la sua vita senza regole e senza filtri aveva suscitato per tutto l’arco della carriera.

David Allan Coe nacque nel 1939 ad Akron, Ohio, e già a partire dalla giovinezza si rese colpevole di numerosi crimini, dal furto con scasso alla rapina a mano armata. Nei 22 anni trascorsi in vari penitenziari d’America, sviluppò un profondo interesse per la musica, inizialmente blues, e quando venne rilasciato per l’ultima volta, nel 1967, iniziò a intravedere l’orizzonte del suo nuovo futuro: Nashville. Il ribelle senza pace decise di trasferirsi a Music City, dove aveva posteggiato il suo carro funebre adibito a domicilio (era senza fissa dimora) davanti al Ryman Auditorium, nella speranza di farsi notare da qualche produttore. Dopo poco tempo arrivò la firma del suo primo contratto discografico con la SSS International, che nel 1969 pubblicò Penitentiary Blues, una raccolta di brani funky blues (non a caso andò poi in tour con i Grand Funk Railroad) che lasciavano intravedere l’anima dannata del cantautore.

L’apoteosi arrivò col successivo Requiem for a Harlequin, due lunghi brani soltanto, composti da basi psichedeliche per rantoli spoken-word (composti dal titolare e dal padre adottivo durante il periodo di detenzione in un carcere di massima sicurezza) sulle proteste degli anni Sessanta, sui diritti civili e sulla «giungla d’asfalto» nella quale DAC asseriva d’esser cresciuto. Nei primi Settanta, Coe prese il sentiero della musica country e guadagnò consensi come cantautore, scrivendo successi quali Would You Lay with Me (In a Field of Stone) per Tanya Tucker e il potente inno della classe operaia Take This Job and Shove It, interpretato da Johnny Paycheck (altro ceffo niente male, che sarebbe finito in carcere per una sparatoria). L’album Once Upon a Rhyme conteneva quella che Steve Goodman aveva definito la canzone country western perfetta (poiché costruita sulla parossistica combinazione di tutti i luoghi comuni del genere), You Never Even Called Me By My Name, scritta dallo stesso Goodman e John Prine, il quale rifiutò i crediti considerandola troppo frivola e sciocca.

The Mysterious Rhinestone Cowboy consacrò Coe anima errante di una terra ruvida e inospitale dove il luccichio degli strass del suo vestito illuminava le vite dei solitari a ritmo di western swing: oltre a offrire la vetrina a Desperados Waiting for the Train prima che la interpretasse lo stesso autore (Guy Clark), il disco fece sfiorare a DAC il «movimento» di autori poi immortalato nei fotogrammi del documentario Heartworn Highways e mise in sequenza un pugno di canzoni in grado di fronteggiare capolavori quali 33rd of August di Mickey Newbury (qui rivisitata). Con Rides Again Coe si guadagnò un posto accanto agli esponenti del movimento outlaw Willie Nelson e Waylon Jennings, ma è da Longhaired Redneck e Texas Moon (infarcito di ruvidissimi omaggi a Billy Joe Shaver, Johnny Cash, Jackson Browne, Kris Kristofferson etc.) che scaturì la figura scomoda, ingombrante e controversa di artista sporco e cattivo, frequentatore di locali malfamati.

Dall’alto del suo metro e 93, con i suoi 365 tatuaggi, capelli lunghissimi e barba folta, DAC provava gusto nello scandalizzare e ci riuscì perfettamente pubblicando due album vietati ai minori (e infatti venduti solo tramite mail order), infarciti di satire politicamente scorrette, oscenità e goliardica omofobia, la cui promozione venne effettuata acquistando inserzioni sulle riviste per motociclisti. Nothing Sacred (1978) e Underground Album (1982), però, vennero presi alla lettera dai più e certuni addirittura accusarono DAC di essere l’autore delle canzoni di Johnny Rebel (al secolo Clifford Joseph Trahan), il cantante della Louisiana noto per le sue spregevoli canzoni razziste e per l’aperto appoggio al Klu-Klux-Klan.

In realtà, a DAC interessava soltanto consolidare la propria reputazione di piantagrane: aveva sempre suonato con musicisti di colore, la sua Nigger Fucker parlava della sorpresa e dell’invidia di George Wallace — il governatore segregazionista dell’Alabama — nel trovare la moglie a letto con un afroamericano molto più «dotato» di lui, era un amico personale di Screamin’ Jay Hawkins, non era più «scorretto» di quanto non lo fossero (sul palco) stand-up comedians incendiari della statura di Richard Pryor o Bill Hicks. Una cosa è certa, l’attività di DAC subì conseguenze non secondarie: il pubblico non era pronto ad accettare un interprete che sembrava soprattutto divertirsi a insultare e inveire.

Coe, però, non era solo turbolenza e volgarità; molte delle sue canzoni — Mona Lisa Lost Her Smile o Tanya Montana, dedicata alla figlia — si ricordano ancora oggi per la loro delicatezza e intimità. L’amore, tema cardine della musica country, è trattato nei suoi aspetti più intensi e dolorosi in What Can I Do, Whiskey and Women, She Used to Love Me a Lot e le struggenti Got You on My Mind e Pledging My Love (e del resto, una tarda antologia del nostro s’intitolerà proprio Songwriter of the Tear). Tra i brani più famosi della sua discografia non si può dimenticare The Ride, magnifica ballata dove il parlato amplifica la magia del testo (che rievoca lo spirito di Hank Williams), e Tennessee Whiskey, portata al successo da George Jones e successivamente da Chris Stapleton dopo essere stata clamorosamente rifiutata da George Strait: nelle mani di Coe risulta più autentica, per quel senso di appartenenza al mondo del country tradizionale.

Gli anni 2000 lo hanno visto avvicinarsi al mondo dell’heavy metal, trovando l’appoggio di alcuni membri dei Pantera (realizzerà Rebel Meets Rebel con Dimebag Darrell, Rex Brown e Vinnie Paul). Altre collaborazioni «eccentriche» (o forse no) erano state quelle con Kid Rock, i rapper californiani Moonshine Bandits e Hank III, nipote del suo idolo. Con lui aveva esordito Warren Haynes, giovanissimo chitarrista nel robusto D.A.C., prodotto con smalto sudista da Billy Sherrill.

David Allan Coe è stato un personaggio rumoroso, i suoi atteggiamenti e le sue posizioni discutibili, talvolta, hanno fatto più rumore delle sue canzoni, ma in fondo le personalità forti, dominanti e sovversive hanno sempre affascinato, perché nascondono lati provocanti che fanno abbassare lo sguardo ma non l’attenzione. Alla fine, questo vecchio cowboy che litigava con tutti e pretendeva di essere il vero, autentico fuorilegge, rubando la scena ai suoi amici Willie e Waylon, è sceso dalla moto e ha spento il microfono: il mondo sarà più tranquillo, ma anche meno colorato.

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