© Jack DeJohnette website Lo scorso 27 ottobre ci ha lasciati, a 83 anni, una figura gigantesca del jazz contemporaneo, il batterista Jack DeJohnette.
Prodotto della Chicago creativa dei Cinquanta (ma con un cognome di ascendenze francofone), all’inizio del suo percorso studiò con zelo il pianoforte, che adoperò più volte nei dischi dei suoi gruppi (specie nei Directions e negli Special Edition) ed esaltò in un suo peculiare disco — The Jack DeJohnette Piano Album (1985) — dove interagì con Eddie Gomez (suo sodale con Bill Evans) al contrabbasso e col sottovalutato ma eccellente Freddie Waits alla batteria.
Andrea Centazzo, nel suo aureo volume La batteria: Stili, protagonisti e tecniche (1982), sosteneva che DeJohnette aveva operato coi ritmi rock quanto Elvin Jones aveva fatto col patrimonio ritmico del jazz. Ciò è vero solo se si inquadra il lavoro di Jack in dischi davisiani come Miles Davis at Fillmore (1970), Live/Evil (1971) o nelle rare registrazioni del «quintetto perduto» (Paraphernalia del 1969, pubblicato nel ‘92). Ma basta prestare attenzione alle incisioni col quartetto di Charles Lloyd tra il 66 e il 69 (Dream Weaver, Forest Flower e Soundtrack), a Bill Evans at the Montreux Jazz Festival (1968) o alla recente scoperta del live di McCoy Tyner e Joe Henderson del 1966 — Forces of Nature (2024) — per capire che DeJohnette era tanto altro.
Il suo stile fondeva elementi r&b e d’avanguardia con la poliritmia ternaria di Elvin, l’intricato fluire di Roy Haynes e la tentacolare audacia di Tony Williams, i tre grandi del drumming organico post–bop. Fatti salvi i già menzionati album e Demon’s Dance di Jackie McLean (1970), numerose sono le testimonianze discografiche della sua eccellenza strumentale e della sua ricerca creativa. È stato, infatti, il batterista centrale nell’epocale Bitches Brew (1970) di Miles Davis, dove jazz, rock e open forms si son dati la mano. E ad alcune incisioni di quel nuovo verbo portò un decisivo contributo, come in Infinite Search (1969) di Miroslav Vitouš e in Life Is Round (1973) dei Compost.
Ma soprattutto vanno citati i lavori per la CTI, come Straight Life (1971) di Freddie Hubbard, Beyond the Blue Horizon (1971) di George Benson e Moon Germs (1973) di Joe Farrell, e quelli, più copiosi, per la ECM, dove spiccano gli album Ruta and Daitya (1973) con Keith Jarrett (conosciuto nel gruppo di Lloyd), Timeless di John Abercrombie (1975), 80/81 di Pat Metheny (1980), Triplicate di Dave Holland (1988) e Saudades del Trio Beyond (2007, con John Scofield e Larry Goldings).
Tra le opere a suo nome ricordiamo, per importanza e originalità, New Directions (1978), Album Album (1984), Irresistible Forces (1987), Parallel Realities (1990) e, non ultimo, Music for the Fifth World (1992), repêchage delle sue radici native american. Tra il 1986 e il 1987, DeJohnette incise due dischi importantissimi: Song X (1986), della «strana coppia» Ornette Coleman e Pat Metheny, e Michael Brecker (1987), primo album solista del miglior sax tenore sorto tra i ‘70 e i ‘90. E poi ci sono i tanti lavori con lo Standards Trio di Keith Jarrett (con Gary Peacock al contrabbasso), dove svettano Standards, Vol. 1 (1983), Standards, Vol. 2 (1985), Changeless (1989) e At the Blue Note: The Complete Recordings(1995).
La sua ultima testimonianza degna di nota è l’album Hudson (2017), in quartetto con Scofield, Larry Grenadier e John Medeski. Ha ceduto il suo cuore. Che conteneva tutti i suoni e i ritmi dell’universo.