Il cielo come santuario: una conversazione con Jonathan Richman

Francesco Calazzo
20 minuti di lettura
Foto © Driely S (from Bandcamp)

Avere a che fare con Jonathan Richman è sempre affascinante. Non solo perché attraversa cinquanta e più anni di cultura popolare con la naturalezza di chi non ha mai chiesto il permesso, ma perché continua a farlo in un modo del tutto proprio, laterale, disarmante. Scrive canzoni in più lingue, si esprime in forme diverse, e da anni ha scelto una vita appartata in California, dove a tempo pieno si dedica alla costruzione artigianale di forni per il pane. Non è folklore: è lavoro. L’unico modo per raggiungerlo, oggi, è accettare le sue regole. Niente e-mail, niente smartphone, niente contatti diretti: Jonathan vive in un mondo dove non si può chiamare qualcuno mentre si sta spostando. Bisogna aspettare che arrivi. Me ne sono reso conto quando ho provato, qualche giorno prima del suo concerto, a invitarlo a casa. Sapevo che sarebbe passato nella mia città (stava arrivando dal New Hampshire per recarsi ad Halifax, in Canada), ma era partito e non c’era modo di raggiungerlo finché non fosse arrivato a destinazione. Quando finalmente è giunto in albergo — un luogo chiamato, con perfetta coerenza, Stardust Motel — la sua road manager gli ha detto che sarei venuto per incontrarlo. A quel punto, lui le ha risposto che aveva finito di rispondere alle mie domande scritte e avrebbe avuto piacere di consegnarmele personalmente, magari passando un pomeriggio insieme.

Così è andata. Mi hanno dato il nome dell’albergo, il numero di stanza e ho provato a chiamarlo. Mi ha risposto lui. Aveva la chitarra in mano. Mi ha cantato Nel blu dipinto di blu al telefono, mi ha chiesto un paio di cose, e ha concluso: «Ci vediamo domani». Il giorno dopo salto in macchina e guido fino ad Halifax, riascoltando tutta la sua musica che mi aveva accompagnato nell’adolescenza, e una volta giunto a destinazione mi presento allo Stardust Motel. Jonathan mi accoglie interrompendo la lettura dei Cinque romanzi brevi di Natalia Ginzburg (edizione italiana Einaudi) e la compilazione di uno dei suoi quaderni viaggio dov’è sempre impegnato a prendere appunti. Aveva preparato la sua intervista scritta, che mi ha consegnato con gentilezza e umiltà, e abbiamo trascorso insieme tutto il pomeriggio. Come? Andando a occupare, di fatto, un negozietto di prodotti mediterranei dietro l’angolo dove abbiamo chiesto se fosse possibile avere un tè libanese. Ci siamo seduti a un tavolino e abbiamo chiesto anche qualche dattero e della frutta secca, e così, ci siamo trovati tra il Sahara ed il medio-oriente senza alcuna forma di premeditazione. Molte delle cose di cui abbiamo parlato in quelle ore sono rimaste off the record, per sua scelta. Non per distanza, ma per rispetto: Jonathan non ama le conversazioni incasellate. Ama lo scambio, l’attenzione, l’istante. L’intervista che segue è composta da domande scritte a cui ha risposto, una per una, con l’essenzialità che lo caratterizza. Alcune risposte sono fulminee. Altre, dense come certi suoi versi. Tutte, però, portano la sua voce — quella autentica, chiara, e ancora luminosa come il cielo che continua a cantare.

Gli chiedo innanzitutto se canzoni come Not Yet Three e I’m Just Beginning to Live siano scritte dal punto di vista di un bambino. Non in modo infantile, specifico, ma pieno di quel candore infantile che non si perde. Pensa forse che gli artisti debbano proteggere il loro bambino interiore, o debbano invece aiutarlo a crescere? Giovanni Pascoli — gli dico — credeva che il poeta non dovesse mai smettere di essere bambino. Jonathan mi corregge subito, spiegando come Not Yet Three fosse effettivamente scritta dal punto di vista di un bambino, ma non I’m Just Beginning to Live. Aggiunge che anche Pasolini scrisse, «Adulto… mai!» e afferma di non conoscere molto bene Pascoli, ma di credere nel concetto del «fanciullino».

Domando allora quale sia la sua favola preferita, se conosca La gatta Cenerentola dal sud Italia e se apprezzi Peter Pan e Pinocchio, messe in musica da Edoardo Bennato. Jonathan racconta di aver incontrato Bennato a Napoli, quando Edoardo era andato a prenderlo, alla fine di un concerto, e l’aveva portato a cenare fuori. Rimasero a parlare sulla spiaggia (Bagnoli?) fino alle cinque del mattino. Una di quelle notti che non si dimenticano. Jonathan ha voluto dedicare un piccolo «videosaluto» a Edoardo: avendo io il suo contatto WhatsApp, gliel’ho inoltrato. Bennato ha risposto con affetto «arcobaleno»: perché quando ama qualcosa, manda come emoji un arcobaleno.

Only Frozen Sky Anyway sembra un album sulla mortalità — anche se affrontata con leggerezza e chiarezza. Hai concepito questo disco come un disco sulla fine delle cose? O è solo una proiezione dell’ascoltatore?
Non intendevo fare altro se non registrare. È così che sono entrato in studio. Non sapevo cos’avrei registrato, ma sono contento del risultato.

Uno dei tuoi nuovi testi parla di persone che se ne vanno «per tornare con un’altra missione». Vedi la morte come una trasformazione — o come una pausa, un silenzio?
Credo che sia una trasformazione. È per questo che in Only Frozen Sky Anyway parlo di transizione — è una trasformazione. Non credo nella reincarnazione, perché non credo l’anima entri davvero in un altro essere. È solo una trasformazione dell’essere, e l’energia è intorno.

Hai cantato in italiano, francese, napoletano e sardo — spesso con fraseggi emotivi profondi. Cosa ti attrae delle lingue che non sono le tue? È il suono, l’anima, o la resistenza al significato facile?
Nelle diverse lingue, posso esprimere i miei sentimenti in modo diverso. È per questo che amo le lingue — mi aiutano a esprimere lati diversi dei miei sentimenti.

È qui che la conversazione si è fatta più intensa. Quando ci siamo incontrati, nel negozio di alimentari mediterranei, Jonathan è diventato un fiume in piena. Eravamo seduti lì, e lui ha iniziato a intrattenere anche le persone che entravano a fare la spesa. Io ero accompagnato da mia moglie e mia figlia: non sono più volute andar via. Siamo rimasti lì tutti assieme. Durante il pomeriggio, tra una domanda e l’altra, Jonathan ci ha dedicato degli intermezzi musicali. Ha suonato I Was Dancing in the Lesbian Bar per mia figlia June (è la sua canzone preferita), poi Les Étoiles e Place Pigalle per mia moglie, con la quale si è intrattenuto a parlare in francese di Maurice Chevalier e Charles Aznavour. Momenti rubati, spontanei, che hanno reso quella giornata ancora più preziosa. Jonathan ha una passione vera per le lingue, e pensa che differenti parti della sua personalità escano fuori nelle differenti lingue. Me lo ha detto più volte, in modi diversi. È come se ogni idioma aprisse una porta su una stanza diversa di sé stesso.

Negli anni passati hai tradotto poesie di Pier Paolo Pasolini e le hai lette ad alta voce sul palco. Cosa hai imparato da quell’esperienza — e ti senti ancora connesso al mondo di Pasolini oggi?
Ho imparato che Pasolini comprimeva molto pensiero in ogni paragrafo. A volte non si tratta della quantità di parole, ma della quantità di pensiero che ci è stata messa dentro. Era molto deliberato.

Poi Jonathan mi racconta di come sia stato Jack Hirschman — famoso poeta e dottore in filosofia di San Francisco — a suggerirgli di tradurre Pasolini. Così ci provò, e lì è iniziata la sua passione. Quando si trasferì in California parlava un po’ d’italiano, ma non l’aveva mai studiato. Grazie all’offerta di Hirschman si rese conto di non essere in grado di portare a termine la cosa come avrebbe voluto; quindi, chiese più tempo e s’iscrisse ai corsi dell’Istituto di Cultura Italiana di Frisco. L’insegnante gli aveva chiesto, al termine del corso, di preparare una dissertazione su un libro: gli fu assegnato un testo di Erri De Luca, facendo nascere in lui una passione per la letteratura napoletana. Attraverso De Luca, ha iniziato a cercare poeti napoletani, trovando Salvatore Di Giacomo, Ferdinando Russo. All’epoca la poesia era anche sinonimo di libretti, nel senso che si scrivevano i testi delle canzoni napoletane. Jonathan ha affrontato la produzione di Pasolini in maniera non letterale. È un artista, riteneva che Pasolini fosse un poeta e un artista a suo modo. Di conseguenza, ha voluto comunicare l’arte e la poesia dietro i testi tradotti. Questo lo ha portato anche a fare ricerche, per esempio, sul poeta prediletto da Pasolini: Ignazio Buttitta, scrittore dialettale nato in quel di Bagheria, a Palermo. Il libro con le traduzioni pasoliniane di Jonathan uscì nel 2011 per i tipi di City Lights, la grande casa editrice di San-Fran fondata da Lawrence Ferlinghetti. Hirschman, che ne era il curatore, aveva chiesto a dieci traduttori diversi, tra i quali appunto Richman, di cimentarsi con alcune poesie di Pasolini. Il libro ha avuto un certo seguito, specialistico ovviamente. Nel tempo, Jonathan, sempre più che onesto nelle sue missioni artistiche, ha ritenuto di non aver saputo rendere in modo appropriato alcuni concetti: ha chiesto pertanto a City Lights di inserire, nelle nuove stampe del volume, un’errata corrige. Dovrebbe farmi pervenire una copia di questa rinnovata edizione una volta rientrato in California, il che, nel suo caso, significa al termine di un coast-to-coast in vettura, perché da molto tempo, dove possibile, Jonathan preferisce non viaggiare in aereo. Chiaramente, invito tutti a procurarsi una copia di In Danger: A Pasolini Anthology (2010).

Nelle tue canzoni napoletane, come ‘A Nnammurata Mia, c’è un senso di amore antico, un linguaggio più vecchio dell’ironia. Vedi il napoletano come una lingua del sentimento?
Assolutamente sì, vedo il napoletano come una lingua del sentimento, della tenerezza, e di cadenza e rima meravigliose.

Napoli — dico — appare nel tuo lavoro con un certo peso emotivo, Nineteen in Naples viene subito in mente. Sebbene molti luoghi geografici trovino spazio nelle tue canzoni, la presenza di Napoli sembra particolarmente intrigante, come se fosse allo stesso tempo lontana dal tuo mondo e profondamente interiorizzata. C’è una connessione particolare? Un ricordo, una strada, una notte che ti è rimasta dentro? Hai cantato ‘A Nnammurata Mia (resa famosa da Fred Bongusto), e c’è un certo tono mediterraneo notturno in parte del tuo suonare. Conosci altri poeti o canzoni napoletane — come Pianoforte ‘e notte di Salvatore Di Giacomo? C’è qualcosa che vorresti condividere con il tuo pubblico italiano — e con i tuoi fan napoletani in particolare? Jonathan mi dice di aver già sentito una canzone o due di Edoardo Bennato. È stato lusingato che lui sapesse chi fosse. Si sono divertiti molto e hanno avuto una conversazione affascinante in una pizzeria. Il messaggio per i suoi fan italiani è che, per lui, ammore, con due «m», suona più intenso e passionale di quanto non accada con una sola. Uno dei primi brani che Jonathan ha suonato per noi, durante il nostro tè mediterraneo e dopo averci deliziato con Domenico Modugno (per suggellare il nostro incontro all’insegna dell’Italia), è stato Pianoforte ‘e notte di Salvatore Di Giacomo, bellissima poesia musicata che io ricordo di aver studiato alle elementari: l’insegnante ce la propose abbinata con ‘A Livella di Totò. Jonathan è saltato subito sul mio ricordo e mi ha detto di essere un estimatore dell’arte di Totò, ma di non conoscerne bene la produzione poetica, che a questo punto si era già ripromesso di scovare quanto prima

Jonathan, una volta in un’intervista hai detto che preferivi cantare in francese perché ammorbidiva le tue vocali. Ogni lingua modella la tua voce in modi diversi?
Sì. Sono un cantante un po’ diverso in ognuna.

Alcuni dei tuoi album — incluso questo — sono pieni di suoni ambientali: passi, vento, un cane che abbaia… Li registri consapevolmente?
Lascio spazio al mondo.

Il tuo canto spesso evita l’intonazione «corretta» o la tecnica del bel canto. È sempre stato il tuo approccio — o qualcosa in cui sei cresciuto?
È sempre stato così per me. Non saprei cantare in maniera differente.

Molti artisti, in studio, inseguono la «perfezione». Tu sembri inseguire l’opposto: la crepa umana, la pausa non scritta. Come fai a sapere quando una take è finita — quando è abbastanza reale?
Ero un pittore prima di essere un musicista. E un pittore deve assolutamente sapere quando smettere.

I tuoi primi incontri con i Velvet Underground ti hanno plasmato profondamente. Senti ancora la loro influenza oggi?
Sì, sento ancora la loro influenza sul palco. E anche in studio di registrazione, a dire il vero.

I tuoi testi spesso includono piccole scene — un tavolo, una camminata silenziosa, una voce sentita per caso. La scrittura di canzoni, per te, è una forma di micro-cinema?
Non scrivo davvero. Ho solo idee. Le mie canzoni sono collage di idee che sembrano prendere forma solo con il processo creativo.

C’è una canzone non tua che avresti voluto scrivere?
Ce ne sono diverse.

Il tuo modo di suonare la chitarra usa spesso armonie minimali, fraseggi quasi flamenchi. È consapevole?
So quello che faccio. Ma è anche come se le mie mani volessero muoversi in autonomia.

Il nuovo album è stato registrato in soli cinque giorni. Com’è stato?
I miei album sono stati quasi sempre fatti in circa una settimana, forse due. Difficilmente molto di più.

Hai mai sognato di fare un album con archi completi, ottoni, un coro?
No. Perché voglio che i dischi siano proprio come sono

Credi che, in un mondo così usa e getta, così algoritmico, la musica possa ancora cambiare le persone?
Sì. Ancora. Immediatamente. E nel tempo.

Vivi senza telefono, senza internet. Ti senti più libero in questo modo? O più vulnerabile? O entrambe le cose?
Sono libero.

Cammini ancora?
Sì, cammino molto.

Infine, il cielo. In questo album, è «comunque solo cielo ghiacciato». Cosa significa il cielo per te — ancora, dopo tutti questi anni passati a guardare in alto?
Il cielo è stato un santuario da quando avevo cinque anni. O forse appena l’ho visto. Non riesco a descriverlo completamente.

Jonathan & Francesco

Quando ho lasciato lo Stardust Motel, Jonathan non mi ha salutato con un addio definitivo. Mi ha dato il suo indirizzo postale — l’unico modo per restare in contatto con lui — e ci siamo detti che avremmo scambiato qualche libro di poesia napoletana. Mi ha promesso, come raccontavo in precedenza, di inviarmi l’errata corrige del libro su Pasolini di cui ha parlato durante l’intervista. C’era la sensazione di aver condiviso qualcosa di vero. Nel negozio mediterraneo, tra il tè e i datteri, tra Pianoforte ‘e notte e i ricordi di Napoli, tra I Was Dancing in the Lesbian Bar e le conversazioni in francese con mia moglie su Chevalier e Aznavour, Jonathan ha continuato a essere quello che è sempre stato: un artista che vive nel presente, guarda il cielo come un santuario, canta in lingue diverse perché ogni lingua gli apre una porta diversa su sé stesso. Ha anche una società di costruzione in muratura secondo le più antiche tradizioni: piccoli lavori, ma in particolar modo costruzione di forni per pane e pizza. Questo è Jonathan Richman: un uomo e un artista dalle tantissime sfaccettature. Avrei voluto chiedergli ancora tantissime cose. Gli anni ’60 a Boston, le collaborazioni con Lou Whitney e gli Skeletons, Ernie Brooks e tantissimo altro, ma alla fine mi dico di essere stato comunque fortunato. Niente press agent, contatto diretto e disinibito per 4 ore circa. Decido di non lamentarmi e aspetto il concerto della sera, per godermelo assieme agli altri appassionati della sua musica. Prima di andarmene, gli ho chiesto se avesse mai pensato di tornare a Napoli. Ha sorriso, ha detto che forse sì, un giorno. E poi ha aggiunto una cosa che non dimenticherò: alcune città non le scegli tu. Sono loro a scegliere te. E Napoli, in qualche modo, lo aveva scelto.

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