Ogni eroe che si rispetti necessita di un compagno per portare a termine le proprie imprese e districarsi nelle trappole che si frappongono sul suo cammino. Ci vuole una figura che stia al suo fianco per aiutarlo, sostenerlo, consigliarlo, stimolarlo, talvolta persino toglierlo dagli impicci — un amico, un assistente, uno scudiero. Penso a Don Chisciotte, che non sarebbe mai riuscito ad attraversare il suo mondo fatto di illusioni e sogni senza il pragmatismo popolano dello scudiero Sancho Panza. Lee Underwood, scomparso il 14 luglio scorso all’età di 87 anni, è stato l’uomo che ha accompagnato Tim Buckley nell’arco del suo percorso creativo più fulgido.
I due si conobbero nel 1964 a New York, durante un’audizione di giovani talenti folk: l’agente che ascoltò Lee quel giorno non aveva spazio per lui, in città, e gli propose un lavoro a Baltimora; fu Tim, presente allo stesso provino, a offrirgli di accompagnarlo quella sera stessa al Night Owl. Da lì, la strada percorsa insieme fu lunga: dall’esordio del 1966, quando il cantautore californiano mosse i primi passi ancora incerti alla corte Elektra, fino alle due vette assolute del suo percorso, Lorca e Starsailor, entrambi del 1970, nei quali Buckley arrivò a sfiorare con la sua voce le volte celesti, per poi bruciarsi le ali e ricadere nel buio del mainstream degli ultimi album.
Per Buckley, Underwood è stato più di un amico e di un fedele chitarrista: è l’uomo che lo ha assecondato e incoraggiato a spiccare il volo. È stato lui ad avvicinarlo al mondo del jazz, spingendolo in quell’anno di svolta che fu il 1968 a lasciare che la libera improvvisazione si impossessasse di lui, fino a trasformare la sua voce in uno strumento capace di attraversare cinque ottave. Anche il suo modo di suonare rifletteva questo spirito. In anni dominati dal culto del chitarrista-virtuoso, Underwood seguì la strada opposta: il suo era un linguaggio discreto, fatto più di ascolto che di esibizione, aperto alle suggestioni del jazz e capace di sostenere le vertiginose esplorazioni vocali di Buckley senza mai reclamare il centro della scena. Non accompagnava semplicemente le canzoni: ne ampliava lo spazio, lasciando che respirassero. Lee ha raccontato così quel passaggio: «Non era programmato né studiato a tavolino, era tutto naturale, tutto spontaneo» — un metodo che, dopo le prove estenuanti del primo album, con Happy Sad diventò quasi interamente improvvisazione, in studio come dal vivo.
Proprio durante quelle registrazioni, Buckley riconobbe il contributo del suo chitarrista sussurrandogli all’orecchio: This is your album, Lee. Qualche mese dopo, fu ancora Lee a introdurre Tim alla musica di Miles Davis, in particolare all’ascolto di In a Silent Way. In quel disco suonavano giganti come Chick Corea, Herbie Hancock e Joe Zawinul. Fu l’uso del piano elettrico a influenzare i passi successivi del cantautore californiano: lo strumento, affidato ovviamente all’amico Lee, divenne chiave sia nelle esibizioni dal vivo sia nei già citati capolavori di Lorca e Starsailor. Sul piano vocale, la stessa svolta trovò ispirazione nell’ascolto di Cathy Berberian — moglie di Luciano Berio — ancora una volta suggerito da Lee: Berberian usava la voce non per cantare parole, ma come fonte sonora pura ed emotiva, primordiale e astratta più che verbale. Con lei Tim non si sentì più solo: aveva trovato un’amica.
Alla morte di Buckley, nel 1975, Underwood è diventato redattore per la costa occidentale di DownBeat, la rivista jazz più importante degli Stati Uniti, collaborando anche con Rolling Stone e il Los Angeles Times. Dal 1990, ha abbandonato il giornalismo, ha lasciato Los Angeles e si è ritirato con la moglie sulle colline di Santa Fe, in New Mexico. Nel corso degli anni ha pubblicato un album come chitarrista, California Sigh (1988), e due come pianista, Phantom Light (2003) e Gathering Light (2008). Nel 2002 ha pubblicato Blue Melody: Tim Buckley Remembered, il libro di memorie che resta il lavoro più lucido e penetrante per illuminare la complessa vicenda del «navigatore delle stelle». Ha inoltre curato le note di copertina di alcune delle più belle pubblicazioni postume, tra cui Dream Letter (live a Londra del 1968).
Underwood ha trascorso il resto della vita raccontando quella stagione irripetibile, mantenendo viva la memoria dell’amico senza mai cercare di appropriarsene. È rimasto nell’ombra, come si addice ai migliori scudieri. O, forse più semplicemente, al co-pilota di uno dei viaggi più avventurosi del rock.


