Certe notizie, anche se entrano nell’ordine naturale delle cose, vorresti che non arrivassero mai. E invece… domenica 19 luglio, di mattina, ricevo da un comune amico la notizia che Gianni Cazzola — immenso batterista e orgoglio assoluto del nostro jazz — ci ha lasciati, a 88 anni suonati. E suonati alla grande. Con tanto swing! Nella «sua» Busto Arsizio. Accasciandosi sull’amata batteria mentre suonava in un locale, il Gemia Swing Club. Se ne va un giorno dopo l’ottantesimo compleanno di Ellade Bandini, suo amico fraterno, emiliano come lui e altro orgoglio della musica italiana nel mondo.
Era nato il 9 maggio 1938 a San Giovanni in Persiceto, provincia di Bologna, stessa località che decenni dopo ha dato i natali allo straordinario cestista Marco Belinelli. S’innamorò del suo strumento ancora bimbetto, a nove anni circa, andando appresso a suo fratello Lino che lo introdusse a Gene Krupa e Cozy Cole. Da lì inizierà la gavetta delle balere e del liscio. Avendo, però, il jazz nel sangue, inizia immediatamente a innamorarsi di Shelly Manne, Kenny Clarke, Max Roach e “Philly”Joe Jones. Ma il suo riferimento diverrà e resterà Art Blakey, del quale portava nel portafogli una foto a mo’ di santino.
Già a diciannove, vent’anni, è un batterista notevolissimo. Se si ascoltano le primissime sue incisioni (con Franco Cerri e con il quintetto Basso-Valdambrini), Clarke, Manne e Jones ormai sono mandati a memoria, lo swing è fluido, il contrappunto di snare e cassa rilassato e pungente. Come mai un semi-autodidatta era giunto a quel livello? Semplice: totale dedizione e talento naturale. Un apprendistato artigianale sullo strumento di cui andava orgoglioso. Inoltre, resterà per tutta la vita un avido ascoltatore. Cosa che gli consentirà, da bopper integralista qual era agli inizi, di inglobare nel suo stile concezioni più complesse come quelle di Roy Haynes ed Elvin Jones e, dopo l’incontro con Giorgio Gaslini, pure il free drumming di Rashied Ali (il suo preferito), Andrew Cyrille e l’inglese Tony Oxley. E da lì ai batteristi ECM come Jon Christensen. E con un approccio mai intellettuale, ma istintivo ed enciclopedico al contempo.
Giusto dodici anni fa gli feci un’intervista per una rivista per batteristi, appena successiva a quel pubblico riconoscimento da parte dei componenti della Drummeria (Paolo Pellegatti, Christian Meyer, Max Furian, Walter Calloni e il già menzionato Bandini), che lo omaggiarono di una pelle di rullante firmata da tutti e cinque i membri dello spettacolare e divertente drum combo, con una dedica capace di sintetizzarne l’arte: «All’uomo che ha sempre rappresentato la fantastica utopia: lo swing king!». Anche se poi mi confidò che quello scettro, nel nostro paese, lo condivideva con Gegè Munari: «Io e Gegè siamo fatti della stessa pasta. Ma lui è più bravo in big band, io negli small group». Verità assai relativa: tutti sappiamo quanto Gegè sia efficacissimo nei piccoli gruppi e quanto Giannino dimostrò ampiamente, con la Monday Orchestra diretta da Luca Missiti, che nei large ensemble se la cavava egregiamente.
D’altronde, quello swing intenso proveniva direttamente dalla grande scuola nero-americana. Come narrato dallo stesso Cazzola nel suo libro autobiografico Una vita in Swing, pubblicato nel 2006 dalla Tagete Edizioni, il 20 e 21 febbraio 1963 l’Orchestra di Duke Ellington si trovava a Milano per una serie di concerti al Conservatorio Verdi con i musicisti del Teatro alla Scala. Giannino, in quei giorni, andò a trovare il batterista del Duca, il grande Sam Woodyard, in un albergo del centro di Milano. Ne riceverà delle lezioni informali, specie sul groove swingante da tenere sul piatto ride. Quello che per decenni sarà il trademark del drummer bolognese. E al costo di un paio di bottiglie di whisky!
Per capire la portata storica del personaggio è suo il primo nome che troverete nel volume I padri della batteria in Italia di Luca Luciano (Wakepress, 2015): più eloquente di così! Vastissima, inoltre, la sua discografia, che tocca tutte le epoche e gli stili del jazz italiano della seconda metà del secolo scorso. Si va dai suoi primissimi vagiti discografici — Blues Italiano e Perdido, da Jazzin´ with Franco Cerri del 1958 — al bop West Coast Oriented del Quintetto e Ottetto Basso-Valdambrini (coi riuscitissimi New Sound from Italy del ‘59 e Walking in the Night della stagione successiva) e al free sfaccettato e intenso di Gaslini (con registrazioni come Free Actions e Graffiti, entrambi del ‘77). Dalla ruspante world music di Cinque piccole storie (1980) di Gianluigi Trovesi al jazz variegato e ritmicamente cangiante del Franco D’Andrea anni ’80 (con incisioni come Made in Italy del 1982, Quartet Live del 1986 e My Shuffle del 1987), da So That di Guido Manusardi (1990, con Eddie Gomez) a What’s New? (1992) di Dado Moroni. Da Matt Jazz Quintet Live Trescore Cremasco 1984 / Siena 1985 (2003) con Luca Flores e “Bicio” Caldura a Too Close for Comfort (2006) dello Smell Quintet, dal quartetto a suo nome di Italian Repertory (1988) a Straight Ahead (2005) di Sheila Jordan, con l’E.S.P. Trio (più Paolo Fresu). E ne lasciamo fuori decine. Tutti di livello altissimo.
Involontariamente, ma sostanzialmente, debbo a lui pure la mia collaborazione col Buscadero. Un altro grande, Gianni, Del Savio, chiese nel 2015 aiuto ai lettori per un numero speciale dedicato a Billie Holiday. Molto goffamente mi feci avanti e proposi un’intervista a Cazzola, unico batterista italiano ad aver suonato con Eleanora Fagan. In Italia, nel 1958, alla ormai scomparsa Taverna Messicana. Quell’intervista, condotta dal Del Savio e dal sottoscritto, fu il mio lasciapassare per entrare nel mondo della nostra amata rivista. Innumerevoli, poi, le sue collaborazioni con le stelle del firmamento jazzistico internazionale. Fatti salvi i già citati Eddie Gomez e Sheila Jordan, celebri sono i suoi incontri, anche discografici, con Phil Woods, Chet Baker, Gerry Mulligan, Sarah Vaughan, Helen Merrill, Eddie “Lockjaw” Davis, Tommy Flanagan, Steve Grossman, Johnny Griffin e Clifford Jordan. Ma nel suo cuore un posto tutto speciale aveva, come più sopra già evocato, quello alla Taverna Messicana di Milano con Billie Holiday.
Ma va pure detto che il mio amico Giannino ha suonato, per curiosità e necessità, anche tanta musica leggera, oltre a collaborare con alcuni nomi di spicco del mondo della canzone. Per esempio, in Grande Grande Grande di Mina alla batteria c’è lui! E da jazzista collaborò pure col compianto Gianmaria Testa. Nell’epoca, poi, dei dancing, negli anni ’60, in un locale milanese allora in voga — il Charlie Max — Gianni ha suonato tanto funky, rhythm and blues e soul in un gruppo che al sassofono annoverava Gato Barbieri! Facendo da backing band ad artisti del calibro di Wilson Pickett. Straordinarie alcune sue intuizioni. Ad esempio, il già citato Italian Repertory Quartet, progetto varato nel 1988 per riscoprire, esplorare e rileggere il patrimonio musicale italiano. Andatevi ad ascoltare, anche sul web, la versione della battistiana Il nostro caro angelo, con la splendida voce di Antonella Ruggiero, e mi saprete dire. Oppure lo Smell Trio, lo Smell Quintet e la Blakey Legacy, gruppi che gli hanno permesso di lanciare tanti, giovani talenti. Tra essi, Sophia Tomelleri, Cesare Mecca, Alberto Bonacasa, Alex Orciari, Didier Yon, Claudio e Fulvio Chiara, Nico Menci, Paolo Benedettini, Andrea Candeloro, Carlo Bavetta, Luigi Grasso, Marco Bovi, Gabriel Marciano, Emiliano Vernizzi, Gendrickson Mena Diaz, Humberto Amesquita, Simone Daclon, Roberto Piccolo, giù giù (o su su) fino a Danilo Memoli, Alfredo Ferrario, Valerio Pontrandolfo e Mattia Cigalini.
Negli ultimi anni, alla faccia di alcuni problemi di salute, ha potuto raccogliere due importanti soddisfazioni. La prima, fortemente voluta dal suo grandissimo collega e amico di una vita Tullio De Piscopo, ha avuto luogo domenica 1° ottobre 2023, al Teatro Sociale di Busto Arsizio, da decenni residenza del drummer emiliano: una vera e propria Gianni Cazzola Night incentrata sulla batteria, lo swing, il bop e la storia del jazz italiano sotto l’istrionica, carismatica e coinvolta guida del contagioso De Piscopo, felice di omaggiare il collega. La seconda, poche settimane fa, il 19 giugno scorso, all’interno di Time in Jazz a Berchidda (Sassari): l’incontro proprio con Munari, gemellino di una vita, altrettanto leggendario. Entrambi protagonisti della serata inaugurale del festival di quest’anno (dedicato al centenario dalla nascita di Miles Davis). I due storici drummer hanno aperto la rassegna partecipando prima alla rassegna Time to Speak a Sa Casara, dialogando col padrone di casa e splendido trombettista Paolo Fresu, ripercorrendo le tappe fondamentali della storia del jazz contemporaneo. Infine, la sera, i due rhythm twins sono saliti sul palco per il concerto Seniors, guidando una formazione composta da giovani talenti emergenti, tra i quali i succitati Mecca e Marciano.
Vorrei qui ricordare la stima autentica mostratagli da colleghi americani come Steve Gadd, Peter Erskine e Joe Farnsworth. Oppure del suo devoto amore per gli artisti che lo avevano valorizzato e fatto crescere (Franco Cerri, Gianni Basso, Oscar Valdambrini, Enrico Intra, Renato Sellani, Guido Manusardi, Giorgio Gaslini e Franco D’Andrea), per quelli coi quali aveva vissuto avventure importanti (Massimo Urbani e Larry Nocella su tutti, ma anche Mario Rusca, col quale conseguì la vittoria della Coppa del Jazz di Radio Rai nel 1985, Attilio Zanchi e Roberto Cipelli). Ricordo le telefonate nelle quali parlavamo di Chu Berry e Jimmy Hamilton, Gene Ammons e Hampton Hawes, Connie Kay e Chico Hamilton, Wynton Kelly e Gene Harris, Jimmy Cobb e Mickey Roker, Frank Isola e Nick Stabulas. E… basta. Fa ancora troppo male.
Ti voglio bene, Giannino! Immenso PapaG! Geniale artigiano dello swing! Ha ragione Tullio De Piscopo: «stai volando più alto del cielo». Da lì tienici nel cuore e mandaci un sorriso dei tuoi. Ave atque vale, frater!






