Il ragazzo del Longhorn: Steve Almaas, 1956–2026

Piero Capizzi
8 minuti di lettura
Foto © Paal Kvamme (foto promozionale per l'album Everywhere You've Been del 2021)

Il nome di Steve Almaas dirà poco ai lettori del Buscadero. Eppure, il suo percorso ha attraversato più di mezzo secolo di rock americano, ha incrociato personaggi — amatissimi dal nostro giornale — del calibro di Mitch Easter, Chris Stamey, Peter Holsapple e Alex Chilton, e non sarebbe azzardato affermare che, senza i suoi Suicide Commandos, gruppi come Replacements, Soul Asylum e Hüsker Dü avrebbero faticato a emergere.

Di lui mi ha colpito una fotografia che spiega meglio di qualsiasi commento il suo impatto: Almaas sul palco del Longhorn di Minneapolis, metà anni Settanta, il basso imbracciato come un’arma o forse come uno scudo, gli occhi che brillano di quella luce riflessa solo dalle persone a cui è stato fatto il dono di trovarsi esattamente nel posto dove devono stare. Non era ancora famoso e non lo sarebbe mai diventato (non nel senso convenzionale del termine), ma stava già cambiando le regole del gioco.

Nato a Minneapolis nel 1956, da genitori di origine scandinava, Almaas se ne è andato il 6 giugno, nella sua casa di Beacon, New York, dopo una lunga battaglia contro il cancro. Aveva 69 anni. Accanto a lui c’era la compagna, l’attrice Brandy Burre. La sua avventura comincia, come tante storie del rock americano, davanti a uno schermo televisivo: il febbraio del 1964, otto anni, i Beatles all’Ed Sullivan Show. Quello che accadde in lui quella sera lo racconta il resto della sua vita: da quel momento in poi non fece altro se non suonare. Il piano, il violino, la chitarra, poi il basso — lo strumento che alla fine lo avrebbe definito, almeno per un po’.

Anni di garage band durante le medie e il liceo, finché nel 1975 non incontrò Chris Osgood e Dave Ahl. Quello che nacque da quell’incontro furono i Suicide Commandos, e ciò che i Commandos fecero a Minneapolis può essere definito senza esagerazioni una piccola rivoluzione. Quando suonarono il loro primo concerto nel settembre del 1975 al Blitz Bar di Minneapolis, nella scena locale qualcosa cambiò davvero: qui, di colpo, c’era un vero rock alternativo — un trio scarno di chitarra, basso e batteria i cui set mescolavano canzoni originali con rarità pre-punk dimenticate da tutti. In una scena dominata dalle cover band, suonare materiale proprietario era già di per sé un atto di rottura.

Il disco d’esordio, Make A Record del 1978, è ancora oggi uno schiaffo preciso: punk energico, rumoroso e melodico in ugual misura, sempre sul punto di deragliare senza mai farlo del tutto. Rimase, insieme a The Modern Dance dei Pere Ubu, l’unica uscita della Blank, sussidiaria creata dalla Mercury, che di lì a poco avrebbe chiuso i battenti. Ma fu dal vivo che i Commandos costruirono la loro leggenda. Il Longhorn di Minneapolis divenne la loro seconda casa, e tra il pubblico di quelle serate infuocate cominciarono ad affacciarsi ragazzi che di lì a poco avrebbero scritto la storia del rock americano: Paul Westerberg, Dave Pirner, Bob Mould, Grant Hart, Greg Norton. Prima che Hüsker Dü, Soul Asylum e i Replacements definissero la scena rock della Minneapolis degli anni Ottanta, tre ragazzi avevano già tracciato la strada. Almaas era uno di quei tre. Il canto del cigno dei Commandos, The Commandos Commit Suicide Dance Concert, stampato in mille copie andate subito esaurite, è lo specchio fedele di quelle serate: diciannove brani sparati alla velocità della luce, originali e cover delle loro passioni, dagli Animals a Garland Jeffreys, dai Love agli Steppenwolf. Chi c’era giura di non averlo mai dimenticato.

Poi New York, il 1979, la no-wave. Almaas arrivò nella città sbagliata al momento giusto, o forse viceversa — dipende da come la si guarda. Formò i Crackers, frequentò gli 8-Eyed Spy di Lydia Lunch e i Raybeats, strinse amicizie destinate a durare con Mitch Easter e con i componenti dei dB’s — Chris Stamey, Peter Holsapple, Will Rigby. Era uno di quei musicisti che le persone giuste riconoscono immediatamente. Nel 1983 formò i Beat Rodeo, progetto che prese il nome da un EP registrato con l’aiuto di alcuni membri dei Bongos e del produttore Mitch Easter. Per i Beat Rodeo, Almaas abbandonò il basso e passò alla chitarra, portando la sua musica verso territori di country-rock morbido e melodico, tanto che il Washington Post, all’uscita di Staying Out Late, non esitò a lodarne la vocazione a costruire melodie memorabili e la rimarchevole solidità compositiva, rara in un disco d’esordio.

I Beat Rodeo firmarono per I.R.S. — la stessa etichetta di Go-Go’s e R.E.M. — e girarono l’Europa e gli Stati Uniti. Dopo il secondo album, Home in the Heart of the Beat, prodotto da Scott Litt, la band si sciolse. Seguirono anni di lavoro instancabile e poco celebrato: la collaborazione con Alex Chilton nei Kool Kings, dove i due miscelavano R&B, rockabilly e country classico con la naturalezza di chi era cresciuto con quegli accordi nelle ossa; i duetti con George Usher nei Gornack Brothers; una carriera solista che conta sei album, più due dischi di country pop incisi con Ali Smith.

Nel 2017 uscì Time Bomb, secondo album in studio dei Suicide Commandos, quasi quarant’anni dopo il primo. Nel 1996 i Commandos si riunirono per una serata a Minneapolis che raccolse diecimila persone. Diecimila. Una misura concreta di quanto quella musica — nata negli scantinati e cresciuta sui palchi più sgangherati — avesse messo radici in profondità. L’ultima apparizione pubblica di Almaas fu un video proiettato sul maxischermo del concerto d’addio dei Commandos, il marzo scorso al First Avenue di Minneapolis. La malattia che aveva già costretto a rimandare la data originariamente prevista per dicembre era tornata, e Almaas non aveva potuto fare il viaggio da New York. Lo schermo lo mostrava agli amici di una vita, ai fan della prima ora, a Bob Mould che da quel palco celebrava l’importanza di quel gruppo. Pochi mesi dopo, Almaas non c’era più.

Negli ultimi decenni aveva diviso il suo tempo tra l’insegnamento al liceo e la musica, con la tranquillità di chi ha smesso da tempo di scegliere tra le due cose, avendo capito che erano la stessa. Insegnare e suonare: trasmettere agli altri. Lasciare qualcosa dietro di sé. Quello che resta di Steve Almaas non si misura in dischi e date. È una scena intera — una città che senza di lui non avrebbe saputo da dove cominciare — e l’immagine di un ragazzo sul palco del Longhorn, il basso come un’arma o come uno scudo, gli occhi di chi aveva già trovato il posto dove doveva stare.

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