Il suono della prossimità: Jan Douwe Kroeske e le 2 Meter Sessions

Alberto Romagnoli
19 minuti di lettura

Jan Douwe Kroeske, classe 1959, è l’eminenza grigia che ha dato vita, ben prima di MTV Unplugged, a uno dei format pionieristici dell’esperienza live in studio nella storia della televisione musicale: le 2 Meter Sessions. Ancora prima di diventare noto come conduttore e presentatore, Kroeske è stato soprattutto una voce, cresciuta nella radio olandese e formata da un’idea di musica basata sull’ascolto, sulla prossimità e su un rapporto quasi confidenziale tra artista e ascoltatore. Quando concepisce le 2 Meter Sessions nel 1987, la videomusic va in tutt’altra direzione — fatta di spettacolo, montaggio e soprattutto artificio. La sua intuizione è invece di radicale semplicità. Due metri: la distanza minima tra chi suona e chi ascolta, in uno spazio essenziale in cui la musica torna a essere pura esecuzione. Due metri sono anche, curiosamente, l’altezza dello stesso Kroeske, che qui risponde ad alcune domande sulla sua trasmissione trentennale. Nella conversazione riaffiorano aneddoti e ricordi legati ai molti artisti passati negli studi olandesi nel corso degli anni. Prima dell’intervista, se vi siete persi il nostro approfondimento sulle 2 Meter Sessions, vi consigliamo di recuperarlo nel numero 498 di Buscadero (pp. 16–17).

Come scegli gli artisti che inviti? È una decisione istintiva, curatoriale, o influenzata dal momento storico? 
In effetti è una scelta istintiva, a volte anche basata su informazioni che arrivano da altri, per esempio attraverso i rapporti con persone del settore — circuito di venue, club, festival — e anche «studiando» il materiale che spesso ci viene offerto prima dell’effettiva pubblicazione tramite SoundCloud, pre-release, eccetera.

Puoi darci un’anticipazione dei prossimi ospiti?
Circa sei mesi fa abbiamo ricevuto su SoundCloud il nuovo album in arrivo della band algerina Imarhan: sulla base di quel pre-release ho prenotato la band per una registrazione di 2 Meter Sessions, che si è svolta la scorsa settimana. Lo stesso è accaduto con la band inglese dei Deadletter, che ha visitato il nostro studio un anno e mezzo fa ed è tornata tre settimane or sono, in occasione dell’uscita del loro nuovo album. Altrimenti le band ci contattano tramite web o social e vogliono presentarsi in studio, sulla base di ciò che hanno visto sul nostro canale YouTube. E, ultimo ma non meno importante ho un collega stretto che è co-editor del programma. Parliamo molto di nuove band e nuovi dischi…

Quando ti sei reso conto che 2 Meter Sessions aveva superato l’idea di un programma radiofonico, diventando un linguaggio a sé?
È successo mentre parlavo con il mio regista televisivo, Bauke Kappers, il quale mi disse che i musicisti in studio potevano essere interessanti anche per la televisione, se ripresi in modo più personale. Non nel modo televisivo tradizionale, ma più «vicino» all’artista, con più inserti [primi piani, dettagli, particolari, ndr]. Il tutto con un lavoro di camera affidato a operatori capaci di costruire belle immagini e che amano stare a diretto contatto con il musicista.

Guardando alle prime sessioni, cosa ti sorprende di più oggi: la qualità delle performance o la semplicità radicale del formato?
È esattamente questo. La qualità delle performance nasce proprio da quella semplicità: cuffie, un buon microfono, un soundcheck rapido e poi iniziare a registrare al momento giusto.

Quanto ha contato quella distanza minima, quei due metri, tra te e i musicisti nel determinare il tipo di verità che emergeva?
Questo sicuramente conta, ma c’è anche altro. Invitiamo raramente il pubblico durante le registrazioni. Questo aiuta, perché senza pubblico è più facile chiedere al musicista di restare concentrato per la registrazione. Il pubblico può diventare un elemento molto distraente e compromettere l’immediatezza della registrazione. Più si lavora in modo rapido, migliore è l’energia!

C’è una o più sessioni in cui hai capito chiaramente che stava accadendo qualcosa di irripetibile? Ce ne puoi parlare?
Più di una, ma lasciami raccontare quella con Elliott Smith, che era nel pieno dello stress mediatico quando arrivò in studio per promuovere per il suo prossimo album. Smith era così stanco e stufo di sé stesso che non riusciva a esibirsi come faceva di solito. Inoltre, era esausto, di tutto, non voleva fare un’intervista e non riusciva a concentrarsi. Di conseguenza ha reso meno di quanto non facesse di solito; per questo si sentiva in colpa, non era felice. In altre parole: un momento molto duro da affrontare! E tutto questo è stato registrato sia in audio sia in video. Il risultato finale? È stato un episodio di 2 Meter Sessions molto onesto e spiazzante. Il pubblico dietro è rimasto colpito, quasi in silenzio. Hanno provato compassione per Elliott e, proprio per questo, lo hanno apprezzato ancora di più.

Hai mai avuto la sensazione di dover difendere il format da pressioni esterne o da logiche televisive e discografiche?
Sì, assolutamente! Quando pubblicavamo CD frutto di una collaborazione con una grande casa discografica. Oppure quando il mio capo, in televisione, cercava di ottenere ascolti migliori proponendo artisti diversi, che io non volevo invitare a una 2 Meter Session. Penso di sapere, dopo aver consultato anche i miei colleghi, quale band, quale cantante o quale progetto si adatti meglio a 2 Meter Sessions.

Oggi la musica dal vivo è sempre più spettacolare, costosa e concentrata in poche date con folle oceaniche. Hai la sensazione che si sia perso qualcosa nel passaggio dai piccoli locali e club alle arene e ai festival?
No, non proprio. A dire il vero quando il denaro prende il sopravvento, so che le band non hanno molto tempo per fare una 2 Meter. Conosciamo il nostro posto nell’«industria» musicale: quando alle band piace far parte del concetto, registrare davanti a un numero limitato di telecamere e in un’ottima situazione di studio, allora diventa un nuovo e buon episodio di 2 Meter.

Come hai vissuto l’arrivo di format come MTV Unplugged, Tiny Desk e altri progetti simili nati dopo 2 Meter Sessions? Li hai percepiti come una conferma del vostro lavoro o come un’evoluzione naturale?
Prima di tutto come una conferma. Il mercato internazionale stava osservando e ha deciso di creare un proprio «ambiente 2 Meter». L’effetto è stato senza dubbio che gli artisti hanno iniziato ad apprezzare le performance intime delle loro canzoni. Il miglior esempio, nei Paesi Bassi, sono stati i Golden Earring. Quando hanno deciso di seguire l’approccio delle 2 Meter Sessions con l’album The Naked Truth, hanno trovato un nuovo pubblico e sono diventati ancora più di successo.

Se dovessi rifare oggi il programma da zero, cosa cambieresti e cosa invece difenderesti a ogni costo?
Hmm, è una domanda difficile. Probabilmente cercherei di lavorare in più sale di registrazione internazionali. E farei sicuramente più interviste, anche più lunghe. Nei primi anni lo abbiamo fatto solo occasionalmente. Ora posso dire che ci siamo persi alcune interviste importanti, tra cui Coldplay, Nirvana, Cranberries, 4 Non Blondes, James Taylor.

A proposito delle session dei Nirvana, ancora oggi circolano versioni incomplete e informazioni frammentarie. Oltre a Where Did You Sleep Last Night? e alle due take di Here She Comes Now, si parla anche di una jam e di un brano non identificato ufficialmente. Puoi chiarirci cosa è stato realmente registrato in quella sessione una volta per tutte?
Ho due piccoli nastri della registrazione dei Nirvana conservati nell’armadio. Durante un soundcheck a metà, la band ha improvvisato un po’ e suonato anche frammenti di brani. I due pezzi completi — incisi — sono Here She Comes Now di Lou Reed con i Velvet Underground e Where Did You Sleep Last Night? / Black Girl, un traditional. Questo è tutto ciò che posso riferire per esperienza diretta di quella registrazione. La menzione di una jam è corretta, ma anche un po’ sopravvalutata, perché i Nirvana non furono davvero così brillanti durante la registrazione a 2 Meter. Persone gentili, ma una sessione così così.

C’è un artista che hai sempre voluto ma non sei mai riuscito ad avere?
Oh sì, molti… Bruce Springsteen, Pearl Jam, Queens of the Stone Age, Amy Winehouse e tanti altri.

Con Damien Jurado, com’è andata in studio?
Con Damien c’è un rapporto bello e solido, nato fin dal primo incontro. Ed è basato anche sul suo interesse e sulla conoscenza di 2 Meter Sessions e del suo archivio. Era molto felice di registrare con noi perché conosceva già il nostro archivio attraverso il sito e YouTube. Inoltre, aveva ascoltato molte delle registrazioni che avevamo fatto con l’artista inglese Adrian Borland, l’ex cantante dei Sound. Così, ha iniziato a farmi domande sugli incontri con Borland… e da lì abbiamo costruito un’atmosfera molto piacevole per la registrazione della sua sessione. Di solito preparo io una mia wishlist per le registrazioni; in questo caso specifico, invece, è stato Damien a chiedermi quali canzoni volessi che suonasse… e questo, per me, è davvero il massimo!

Hai citato Adrian Borland. Nella sua registrazione si percepisce una forte tensione. Cosa ricordi delle sue session?
Dunque, parlando di Adrian Borland… la prima volta che ho lavorato con lui è stata in uno dei miei primi programmi radio, nel 1988, quando era ancora il cantante dei Sound. Dodici mesi dopo, mentre lavorava al suo materiale solista, era diventato per metà olandese; viveva nella città di Haarlem, a circa 25 km da Amsterdam. In quel periodo ascoltava molto il mio programma radio. Quando ebbe pronto il suo album solista venne a Hilversum, nel mio studio, e registrammo la sessione. E non solo: intrattenemmo una conversazione splendida e si creò un legame forte, basato sul rispetto reciproco. Da quel momento Adrian mi telefonava di tanto in tanto e abbiamo continuato a registrare insieme, altre quattro volte nell’arco di tre anni. Se quelle registrazioni suonano così intense è per l’energia che portava in studio.

Con gli Hothouse Flowers, invece, sembra emergere quasi una dimensione spirituale.
Il valore della registrazione degli Hothouse Flowers è piuttosto alto perché la band ha apprezzato molto il contesto: pianoforte a coda, studio adeguato e un grande fonico. E cosa più importante ancora, l’amicizia, nel gruppo, è forte. Quindi, quando metti un gruppo di persone talentuose come gli Hothouse Flowers in un contesto di lavoro come lo studio che usiamo, ottieni molto divertimento e grandi versioni di buone canzoni. Abbiamo sperimentato questo con, tra gli altri, Beck, i World Party di Karl Wallinger, Radiohead, Coldplay. E ovviamente gli Hothouse Flowers!

Con Steve Wynn hai attraversato più fasi della sua carriera, giusto? 
Sì, sette registrazioni nell’arco di dieci anni. Quando i musicisti tornano spesso nello studio di 2 Meter, per noi è sempre un piacere poter riaprire la porta. Succede spesso che si preparino ancora di più quando sanno di tornare a registrare. Inoltre, per loro, per noi e naturalmente anche per chi guarda, è importante restare aggiornati. Ad esempio: nuovo album, nuovi membri della band, e così via.

Che tipo di rapporto si crea con un artista che torna nel tempo?
Con Steve Wynn si è creato un rapporto forte. Ci sentiamo, ci incontriamo quando è in tour in Europa.

E con gli olandesi DeWolff? So che li seguite fin dagli inizi e li avete incontrati più volte nel corso degli anni.
Torniamo al 2010, quando 2 Meter invitò la band poco dopo il loro debutto. E da lì abbiamo continuato a invitarli. Quindi, si cresce insieme. L’uscita in vinile delle canzoni dei DeWolff [Kroeske fa riferimento alla pubblicazione intitolata proprio 2 Meter Sessions, ndr] è interessante perché abbiamo raccolto molti brani dalle diverse registrazioni. E quello che senti, prima di tutto, è che il trio è cresciuto, ma nella prima facciata, ai tempi del debutto a 2 Meter Sessions, avevano già il loro suono. Nel 2022, 2 Meter è stato invitato a realizzare un documentario sul leggendario cantante blues olandese Harry Muskee della band blues Cuby + Blizzards. Abbiamo chiesto ai DeWolff di suonare una canzone dei Cuby, hanno viaggiato fino al nord dei Paesi Bassi e hanno realizzato una grande versione di Distant Smile. Indimenticabile!

Nel numero 499 di Buscadero abbiamo dedicato uno speciale a John Campbell. Quale ricordo porti con te di lui, anche alla luce delle sue due apparizioni alle 2 Meter Sessions? Che cosa ti è rimasto della sua presenza in studio?
Per noi, e per John, nella prima registrazione è successo qualcosa di magico. Devo spiegare un po’ il nostro approccio. Quando una band o un artista viene nel nostro studio, chiedo sempre di suonare anche alcuni brani che piacciono a me, quindi non è solo una scelta dell’artista. Nel caso di John Campbell è stato lo stesso: gli ho dato la mia wishlist e lui si è trovato subito a suo agio con questa cosa. Ha anche portato con sé la sua chitarra migliore. E durante il soundcheck diventava sempre più felice, perché il mio fonico gli stava dando esattamente il suono che sperava di ottenere. Anzi, ancora meglio! Alla fine del soundcheck,John era entusiasta del suono che aveva trovato. Ci disse che era qualcosa di magico, perché raramente gli capitava in uno studio diverso dal suo. E qui al NOB JPR 1 di Hilversum è successo: la sala di registrazione era molto piccola, massimo 9 metri quadrati, e il mixer era molto essenziale. Una volta definito il suono dal mio fonico, abbiamo registrato i brani in presa diretta, in un’unica take.

La seconda sessione, pochi mesi prima della sua scomparsa, ha un’intensità quasi profetica. Riascoltando oggi i brani di Howlin’ Mercy, percepivi in studio una consapevolezza o una tensione diversa dal solito?
L’intensità della seconda registrazione era dovuta al ricordo che John conservava del suo primo incontro con 2 Meter Sessions. Quando gli chiedemmo di tornare per una seconda sessione, disse subito di sì, proprio per «il suono che aveva trovato» nella prima registrazione.

Campbell riusciva a riempire lo spazio sonoro con una sola chitarra resofonica. Dal tuo punto di vista di produttore e ascoltatore privilegiato, cosa rendeva il suo linguaggio musicale così completo?
Se un musicista riesce a trovare la concentrazione giusta per registrare, il risultato sarà sempre speciale. John Campbell si sentiva molto a suo agio nella piccola sala di registrazione, con il mio fonico a meno di un metro di distanza. Quello che è successo con John Campbell è successo anche con molti altri: Damien Jurado, Hothouse Flowers, Big Country, Wunderhorse, Bruce Cockburn, Luka Bloom, Blind Melon, Jackson Browne. Questa lista sembra infinita.

In questi trent’anni di trasmissione hai ospitato molti grandi interpreti del blues: che posto occupa John Campbell nella tua esperienza complessiva di 2 Meter Sessions
Penso che artisti come John Campbell, ma anche Rory Block, i Red Devils, Townes Van Zandt, Buddy Guy, si sentissero a casa con il nostro approccio. 2 Meter Sessions non è solo blues, è prima di tutto la musica che amo. Negli ultimi mesi abbiamo registrato nuove sessioni con, tra gli altri, Imarhan (Algeria), Deadletter (UK), Boxer Rebellion (UK), Robert Finley (USA). Questi artisti possono esprimersi al meglio perché diamo loro il tempo per un soundcheck adeguato, ci assicuriamo di avere un buon fonico e una scaletta precisa. E un tempo ben definito. Non vogliamo perdere tempo. In questo senso, John Campbell è stato un momento storico nella storia di 2 Meter Sessions: è stato molto importante avere un buon fonico, che lo ha reso migliore di quanto lui stesso si aspettasse.

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