Ho scoperto il suo nome solo grazie a un recente viaggio a Istanbul, ho letto cose che lo riguardavano e ne ho parlato un po’ in un negozio di dischi (peraltro sguarnito dei suoi lavori) nel centro della megalopoli turca. Tornato a casa, incuriosito, ho ascoltato qualcuno dei suoi tanti album usciti (come Istanbul Sessions), dove spesso si sono alternati musicisti di chiara fama nell’ambito del jazz «deviato», per esempio Nils Petter Molvær o Erik Truffaz. L’ho trovato un ottimo interprete e ritengo che il suo Solar Plexus— quarto disco sotto l’egida delle «sessioni di Istanbul» — sia un’opera di ottimo spessore.
È stata quindi una grossa sorpresa vedere il pubblico milanese rispondere con entusiasmo alla presenza di İlhan Erşahin: una Santeria colma di spettatori, molti giovanissimi, per una proposta certo carica di groove, ma pur sempre ben lontana dai suoni che vanno per la maggiore. Volessimo farla breve, parleremmo di due ore incendiarie, con la netta sensazione che la resa live del gruppo sia superiore a quanto si ascolta su supporto fisico.
Entrando nello specifico della proposta, pur essendo nato in Europa Erşahin non ha mai abbandonato le sue radici, e da buon cosmopolita (lo è diventato al punto di fondare un club nell’East Village di Manhattan, il Nuclub apertamente pubblicizzato tramite cappellino con visiera) cerca di fondere la musica della sua cultura di appartenenza con la sua anima più occidentale. Che non è solo jazz, ma anche rock (era un patito dei Led Zeppelin) ed elettronica, fino a espressioni più free non estranee ai numi tutelari del jazz. Senza dimenticare, a volte, anche il punk più selvaggio e anarchico. Un mélange che ha il suo effetto, soprattutto se coadiuvato da buona capacità di scrittura e perizia strumentale. Erşahin è un ottimo sax tenore, così come il bassista Alp Ersönmez, un vero diavolo e anima pulsante del sound con la versatilità del suo strumento a cinque corde. In aggiunta, un ottimo batterista e la poliedricità di İzzet Kızıl alle percussioni, electronics e vocalizzi vari (questi ultimi di matrice decisamente orientale).
Due ore, si diceva, volate davvero come niente fosse e con evidente partecipazione del pubblico, mai fermo e rapito dalle ritmiche, ora ipnotiche ora selvagge, del quartetto. Erşahin è in giro da trent’anni, quindi ho senz’altro sottovalutato il cosiddetto word of mouth e una fama solida, creatasi negli anni grazie alle sue performance. Aggiungiamoci lo streaming, e non può essere altrimenti, visto che i suoi dischi — cosa non rara di questi tempi, artisti di grido a parte — non si trovano o si trovano a fatica.
L’ultima fatica di Erşahin è uscita a inizio anno e s’intitola Istanbul Sessions: Mahalle, dove quest’ultima parola sta per «quartieri», cioè quelli dell’antica Costantinopoli. Da questo album vengono prelevati alcuni episodi, come la bella Galata e uno degli ultimi brani proposti, Yeditepe. Gran bel concerto e ottimo interplay con il pubblico da parte del leader e dei suoi sodali: si finisce con un bis dedicato a Miles Davis, una delle sue tante stelle polari, e il volto sorridente e soddisfatto dei partecipanti.


