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Jailhouse Rock ep.12

MEMORIE DALLA QUARANTENA

Mai stato un tipo da bar, da aperitivi, da calcetto il giovedì sera e da cene con gli amici il sabato, insomma sono l’ultima persona che vi verrebbe in mente di invitare a una festa, per cui la clausura forzata non rappresenta un problema – i pensieri e le paure evocate da una situazione da film di fantascienza che non avrà un precoce lieto fine come succede al cinema sono il problema – ma stare in casa tra dischi, libri, riviste e film accumulati nel corso di una vita, ha piuttosto l’aria di uno spasso, benchè manchino e credo mancheranno ancora a lungo le emozioni della musica dal vivo.

Una delle cose che mi impressionano della catastrofe in corso è il silenzio, tanto desiderato vivendo in prossimità dell’incrocio tra una statale e un’autostrada (senza parlare degli ebbri schiamazzi degli avventori di un pub limitrofo) ma diventato via via assordante col passare dei giorni, tanto che mettere un disco è diventato quasi un riflesso incondizionato più che un desiderio.

Horse Lords

Non che in casa manchino vinili o CD, ma vista la serrata dei negozi e le uscite in formato fisico in gran parte rimandate, assecondando il bisogno di novità discografiche, per la prima volta ho pensato di procedere con l’acquisto di musica liquida: il primo investimento è stato The Common Task, l’ultimo album degli Horse Lords, una band di Baltimora che avevo avuto l’occasione di apprezzare qualche anno fa al Novara Jazz Festival. Il contenuto di The Common Task non mantiene affatto la promessa del titolo, perché si tratta di un astratto e stordente impasto di avanguardia, free jazz, afro, kraut, math rock e psichedelia come capita raramente di ascoltarne. Eccitante e fuori di testa come i dischi precedenti (li avevo scoperti con le straordinario Interventions e successivamente recuperato Hidden CitiesThe Common Task aggiunge anche qualcosa a quanto già detto in precedenza con l’impiego inedito di fisarmoniche e di vocalizzi: l’approccio fisico e potente e l’aura vagamente hip potrebbero ricordare dei Sonic Youth in session con Albert Ayler.

Il secondo strappo alla regola è No Love Is Sorrow, terzo lavoro di studio di Buck Curran, persona deliziosa e chitarrista straordinario, che sta passando un brutto periodo nell’occhio del ciclone di una Bergamo fragellata dal virus. La sua musica intreccia folk, blues e psichedelia in ballate affascinanti che evocano le atmosfere degli anni ’60, la tecnica di chitarristi come Robbie Basho e Davy Graham e l’ispirazione di cantautori come Dino Valenti o Michael Chapman: facile dimenticarsi di mascherine e contagi ascoltando la magia di canzoni come la magnifica Ghost On The Hill One Evening.

Buck Curran

Passatomi dalla redazione della rivista e uscito all’improvviso, Sigma Oasis dei Phish è una bella sorpresa, visto che il precedente Boat non mi aveva convinto fino in fondo: il quartetto del Vermont è tornato a intrecciare melodia e improvvisazione con straordinaria naturalezza e brani fluidi e solari come Steam e Mercury sono la colonna sonora perfetta per la mia quarantena, nonché già fin da ora tra le mie canzoni dell’anno.

In proposito è appena uscito quello che ha tutta l’aria di essere il candidato numero uno tra i possibili migliori dischi dell’anno, almeno a giudicare dalle tante entusiastiche recensioni che, da Pitchfork in giù, ha suscitato Fetch The Bolt Cutters della sempre bellissima Fiona Apple: un disco impegnativo e impegnato, geniale e affascinante che si apprezza anche solo con l’ascolto in streaming su Spotify. Se non sarà il disco dell’anno, è sicuro che ci andrà molto vicino.

Per concludere, appena prima del lockdown, mi aveva colpito The Storm Sessions degli Elkhorn, un duo di chitarristi americani che avevano concepito un intero album nell’isolamento di una notte di tempesta a New York (chissà cosa tireranno fuori dopo tutta questa quarantena): sull’onda dell’entusiasmo per quel lavoro, ho riascoltato il precedente doppio Sun Cycle/ Elk Jam, un capolavoro di improvvisazione psichedelica che pare ispirato dall’esatto spirito con cui venne realizzato Reckoning dei Grateful Dead.

Sebbene con tutta questa musica, non ci sia pericolo di annoiarsi, la lettura è sempre un buon modo per trascorrere il tempo e occupare la mente: i libri che mi hanno tenuto compagnia finora sono I Ragazzi Della Nickel di Colson WhiteheadForze Speciali di Marco Denti Alex Chilton – Un Uomo Chiamato Distruzione di Holly George Warren. Il primo è un romanzo di fantasia ispirato ad eventi realmente accaduti e ambientato in un carcere correzionale del Sud segregazionista: una storia drammatica e dolorosa che si legge tutta d’un fiato. Forze Speciali ha una trama da action thriller a sfondo bellico e i contenuti di un’enciclopedia musicale, perché Marco Denti è anche un critico musicale e letterario, oltre che autore, e la sua passione e le sue percezioni pervadono lo svolgersi del racconto e il carattere della sua scrittura. Chi come me sente la mancanza delle sue recensioni, dei suoi articoli e interviste sulla carta stampata, troverà la lettura di Forze Specialientusiasmante. Il terzo volume è ovviamente la biografia dell’artista più sfortunato (sebbene ci abbia messo del suo) che il rock conosca: talento immenso e potenzialità altissime l’hanno consegnato alla storia con i Big Star, una band incensata dalla critica e dagli addetti ai lavori, ma per una ragione o per l’altra mai arrivata veramente al successo. Il libro ne ricostruisce le vicissitudini e le follie con dovizia di particolari, innumerevoli testimonianze e stralci da interviste: leggerlo mi ha spinto a riascoltare I Am The Cosmos di Chris Bell (buona parte dei Wilco sono già tutti qui) e Complete Third (o qui), il cofanetto dedicato al terzo mitico album dei Big Star e mentre stai scoprendo come incisero Take Care e per coincidenza dallo stereo partono le note della versione demo della canzone, è facile dimenticarsi del Covid 19 e immaginarsi tra le pareti degli Ardent Studios di Memphis nel ’74.

Copland

Dopo qualche chilometro in cyclette, qualche maldestro piegamento e un aggiornamento di notizie su Rainews24, non rimane che concludere la giornata con un film o un episodio di una serie: in questo periodo tanti western gentilmente prestati da un amico collezionista: classici di John Ford come Soldati a CavalloLa Carovana dei Mormoni o il particolare Cavalcarono Insieme, meno epico e più teatrale dal punto di vista della regia, oppure i meno epici I Professionisti e Nessuna Pietà Per Ulzana interpretati da un sanguigno Burt Lancaster o un tardo Gregory Peck nel non indimenticabile Il Solitario Del Rio Grande. In alternativa qualche vecchio thriller come È Una Sporca Faccenda, Ispettore Parker con un John Wayne non proprio nel fiore degli anni ma ancora credibile nel ruolo da duro, Chi ucciderà Charlie Varrick? con uno strepitoso Walter Matthau e Copland con Robert De Niro, Harvey Keitel e Sylvester Stallone nell’insolito ruolo del perdente uscito da Nebraska di Bruce Springsteen. Come tutti, avevo adorato la serie Breaking Bad, ma per qualche ragione mai affrontato la visione dello spin-off Better Call Saul, che trovo deliziosa e ben fatta, nonostante rimanga in generale meno profonda della storia da cui prende spunto. Tutto sommato, è un bel modo di passare il tempo aggrappandosi alle cose che più fanno stare bene: è anche possibile che, fino a un certo punto e senza più paure in circolazione, il pigro trascorrere di questi giorni possa anche essere sorgente di rimpianti.

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