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Jailhouse Rock ep.9

MEMORIE DALLA QUARANTENA

Dopo la morte di mia moglie per cancro polmonare (A.D. 2010, nel quale persi anche il batterista che avrò sempre nel cuore, Richie Hayward) ho cercato puntualmente in ogni evento che disequilibra l’esistenza, mia e dei miei simili, di non cedere alla prostituzione di una risposta immediata, consolatoria, leibnitziana a tutto ciò che mi appare come ingiusto. Ho sempre preferito un’allungatoia: lo stare con le domande. Quelle che hanno difficoltà a raggiungere le labbra. Essendo uno di quelli, per dirla con David Maria Turoldo, col cuore in fiamme, in questo tempo cupo, di deserto e di angoscia, di morte e di trincea, rigiro nella mente e rimesto nelle pozzanghere di pioggia che ho nel petto la magnifica frase di Isaac Bashevis Singer, indimenticabile scrittore yiddish e Premio Nobel: “Credo che in qualche punto dell’universo debba esserci un archivio in cui sono conservate tutte le sofferenze e gli atti di sacrificio dell’uomo. Non esisterebbe giustizia divina se la storia di un misero non ornasse in eterno l’infinita biblioteca di Dio“. E, quindi, scrutando nell’oggi la sconfitta della ragione davanti all’ineffabile della vita, faccio mia quella frase del Talmud: “Al binatecha al tishaen”, ossia non adagiarti sulla tua intelligenza. Che nel mio caso è davvero poca cosa.

Che faccio, dunque? Animale impaurito nella sua forzata clausura, mi aggrappo come naufrago a tutto ciò ch’è trascendenza. Non ultima, anzi, la musica. Ma anche su quel fronte lì il bollettino di guerra mostra beffardo il lato d’impermanenza circa quella memoria d’interiorità a cui eri legato, era parte di te e, sotto sotto, credevi eterno. Gli addii a John Prine, Bill Withers, Ellis Marsalis, Wallace Roney, Lee Konitz e tanti altri, più o meno legati alle luttuose vicende del Covid-19, hanno avuto stavolta un sapore ancor più amaro e ci hanno lasciato con l’argenteo spettrale degli occhi nostri smarriti. Allora, invece di enumerarvi descrizioni alimentari, organizzative, lavorative dirò: che si srotoli il nastro delle rimembranze. Conscio dell’ammonimento degli U2 in ‘God Part II’: (…) You glorify the past when the future dries up.

A partire dal lutto recente che m’ha fatto più male, quello di Hal Willner. Era il Maggio 1986 e scoprii, in ritardo, un album dedicato da costui (mai abbastanza lodato produttore e music maker) al compositore di Bertolt Brecht. Tale Kurt Weill. Artisti coinvolti nell’operazione, tra gli altri, Tom Waits, Lou Reed, Sting, John Zorn, Marianne Faithfull, Charlie Haden e Van Dyke Parks. E scopro la mia anima ebraica. Il mio lato che attende redenzione già avvenuta. E Phil Woods mi fa divenire perduto tra le stelle. Con l’Orchestra di Carla Bley come sontuoso contorno al piatto forte del suo magico sax contralto. Lost in The Stars. In seguito mi persi nuovamente tra le stelle. Tutto davanti ai miei occhi, al Teatro ‘Metropolitan’ di Palermo. Stavolta con Phil vi erano Tom Harrell, Hal Galper, Steve Gilmore e Bill Goodwin. La sera del 27/11/1986.

Ma Willner era anche l’artefice di Stay Awake. Passerella sonica fatta per celebrare le canzoni/suggestioni dei film d’animazione disneyani. Album formidabile per palati particolari (del 1988 se non erro). E qui… i Replacements! Non smetterò mai di amarli. Per quanto non ci siano più dal 1991 [in realtà c’è stata una breve reunion di recente NdT] stanno lì, inossidabili, al centro del mio torace. Trovatemi un altro gruppo nel globo terracqueo che riesca a suonare un classico Disney come Cruella De Vil in modo così convincentemente punk mantenendo lo shuffle-swing dell’originale (e con colpo di simil-tosse strozzata alla fine)! E aggiungo che almeno altri quattro capolavori si trovavano in Stay Awake. Innanzitutto I Wanna Be Like You (The Monkey Song) dei Los Lobos (ma che v’o dico a ‘ffà? Opera d’arte). Poi I’m Wishing cantata da Betty Carter. Grandissimo il jazz di questa straordinaria cantante e leader! Ricordo ancora un suo concerto nella Piazza Ciullo di Alcamo nel 1996 durante il quale, estemporaneamente, iniziò dal palco a duettare con un cane che, non apprezzando il jazz, da un balcone lì vicino abbaiava nella sua direzione. Un interplay indimenticabile. Margherita, la mia amata moglie, accanto a me sghignazzava compiaciuta: non credeva che il jazz fosse, anche, quello! Poi ancora… Pink Elephants on Parade della Sun Ra & His Arkestra. Una meraviglia orchestrale che per anni è stata sigla di un programma radiofonico della Rai migliore. No words: ascoltare e basta. Infine Second Star To The Right di James Taylor, col sax tenore di Branford Marsalis. Prefigurazione, in tempi non sospetti, del recente omaggio American Standard. Tacerò dei tributi willneriani a Rota, Monk, Mingus, Poe, Stalling (quello dei cartoni animati Warner) e ai canti dei pirati (nonché le produzioni per Lou Reed, Marianne Faithfull, i Jazz Passengers, etc.). Stanno bene nello scrigno del mio cuore.

Gianni Mura

Gli sia lieve la terra. Frase che usava spesso in onore dei grandi caduti il buon Gianni Mura. Ogni Domenica ho letto i suoi Sette Giorni di Cattivi Pensieri sul quotidiano per cui scriveva. Lì ho imparato la differenza tra sdegno (cosa esecrabile) ed indignazione (cosa nobilissima). La grandeur di straordinari uomini del passato: ciclisti, giornalisti, scrittori, allenatori di calcio, di basket, di pallavolo, registi teatrali e cinematografici e… chef. Sì, perché da notevole buongustaio teneva una rubrica (con la moglie Paola) sul Venerdì de “La Repubblica” dal titolo Mangia e Bevi, dove raccontava dei ristoranti della penisola e delle loro specialità (ma anche con puntatine in Francia, Spagna ed altri paesi europei dove il lavoro di cronista sportivo lo portava). Ho tutti i suoi libri (anche quelli che ha curato su altre personalità, come Gianni Brera) e i due gialli che ha scritto, Giallo su Giallo e Ischia. Con protagonista il commissario Jules Magrite. Come il pittore, ma con una t in meno e anagramma di Maigret. Mi mancheranno le sue invettive che, seppur apparentemente relegate nelle pagine dello sport, erano gravide di coscienza civile e senso di giustizia più d’un illuminato editoriale. Da un avvenimento sportivo traeva lo spunto per un’analisi precisa e senza fronzoli di ciò che stava mutando (in peggio o in meglio) nell’intera società. Eppoi… amava la musica. Grande frequentatore del “Club Tenco”, evocava sovente nei suoi articoli quel teatro della memoria musicale e canora ch’è storia del nostro Paese e dell’Europa intera. Il suo amore per gli chansonnier francesi, ad esempio, era proverbiale. Spunti e intuizioni che si trovano in un suo libro, Confesso che ho stonato, dove questa sua grande passione esce fuori in tutta la sua deflagrante pertinente gioiosità. Senza di lui mi sento assai più povero. Immenso, tenero, polemico, appassionato Gianni Mura.

Il suo amore per il Tour e la Francia mi riporta ad un disco che in questi giorni sto piacevolmente ritrovando. Registrato tra il 30 Novembre e il 1° Dicembre 1987 al Family Sound Studio di Parigi, nel 1988 uscì Paris Blues. Ultima fatica di complessa semplicità (non è un ossimoro!) di Gil Evans, Ernesto come me, dato che si chiamava Ian Ernest Gilmore Green. Come Mingus andrà a morire a Cuernavaca, in Messico, il 20 marzo 1988, dopo una vita passata a cambiare giacca e cravatta al suono orchestrale del jazz. Ma qui è anacoreticamente vestito solo di pianoforte (acustico ed elettrico). Sarà triste per me, pieno di gioia (non è un ossimoro!) il 23 luglio del 1988 in un paesino del palermitano vedere ed ascoltare la sua Big Band senza di lui. Senza la sua discretamente autoritaria (non è un ossimoro!) direzione.

Steve Lacy

In questo disco è con Steve Lacy (che l’anagrafe vuole polacco-askenazita-newyorkese come Steven Norman Lackritz), il monaco zen del sax soprano, il puro suono di caracollante regolarità (anche qui, non è ossimoro!). Conobbi personalmente Lacy nel marzo 1993 nella mia Alcamo e gli feci autografare il libretto del cd in questione. Eravamo io ed Alex Picciotto, mio grande amico, jazzofilo come me e testimone di nozze del sottoscritto in quel torrido Luglio ‘97. Lui, Steve, il puro suono di vibrazione emozionale, autografa i nostri libretti (dopo avere terminato e molto probabilmente perso una partita a scacchi con Mal Waldron, eccelso pianista, che in un angolo della Chiesa del SS. Salvatore ridacchia) e si limita ad aggiungere, in un italiano stentatamente stentoreo (manco questo è ossimoro!), indicando proprio uno dei nostri libretti appena firmati: ‘lavoro molto buono, questo‘. Il tema che qui propongo, la title-track, è brano del Duca (Duke Ellington, il genio di Washington D. C., per chi non mastica di jazz) per un film di Martin Ritt con Paul Newman e Sidney Poitier (e ospite Louis Armstrong) che spesso mi ha lasciato l’amaro in bocca, pure amandolo. Il malinconico e noncurante blues de la Ville Lumière.  Ah, una curiosità: quel 23 luglio dell’ottantotto, Steve Lacy, ovunque si trovasse, compiva 54 anni!

Musica che evoca cinema, dicevamo. Come il tema di Per Noi Due Soli (Party Music) di Piero Piccioni che, per evidenza musicale crossoveristica (ante litteram), propongo come inno perpetuo del boom economico e della follia collettiva che l’accompagnò. Colonna Sonora di un film, Scusi lei e favorevole o contrario?, di Alberto Sordi che ci raccontò, impunemente e cinicamente, cosa stava diventando l’italiano medio. In Sordi, ahimè, gli italiani videro un modello. Non capendo che l’attore romano si era immolato per rappresentare la maschera antropologica della decomposizione italica che seguì alla necrosi spirituale (tanto per citare Benedetto Croce) di massa. Aspetto rivelato soprattutto dalla trilogia di Dino Risi: Il Sorpasso, I Mostri e Il Vedovo (che in questi giorni sto rivedendo in dvd). Tornando alla musica, questa composizione è varia e geniale, un simil-jazz apparentemente genuino. Ma sotto sotto è leggero quanto il samba-con-trenino. Tronfio, volgare, kitsch e sfarzosamente presuntuoso. Sberleffo come arte.

In quegli anni però io ero molto piccolo. Infantolino. Erano i primi anni ’60, il periodo di noi baby boomers, prodotto demografico di un tempo sospeso ‘nel blu dipinto di blu’ (mammamia!) e frutto di un diffuso incremento del tenore di vita. E mi vado a riascoltare la più dolce ninna nanna di quegli irripetibili (drogatissimi) anni. Sin dalle prime note torno bambino e felice. Dopo Carosello si va a nanna. Il Quartetto Cetra, con I Ricordi della Sera. Mirabile quartetto vocale davvero italico (ne facevano parte una milanese d’adozione, un palermitano e due laziali, di cui uno romano de Roma) che sotto la dubbia etichetta autarchica di musica leggera contrabbandava il jazz. Tre di loro avevano avuto trascorsi non banali nel magnifico idioma musicale. E se ascoltiamo gli impasti delle loro armonie vocali capiamo al volo cosa il jazz sia e quanto questi signori l’avessero studiato a fondo.

Quartetto Cetra

E pellegrinando nel cerebro alla ricerca di jazz vocale e del blues che esce dalle ugole dei e delle cantanti che hanno definito quest’arte, non intendo imbattermi in Satchmo, Sinatra, Billie, Ella, Sarah od Anita. Naaaa. Mi vado a risentire il meno famoso di tutti loro, ma non per questo il meno talentuoso: Jimmy Rushing. La prima voce dell’Orchestra di Count Basie (dopo verrà Joe Williams. Altra storia). E mi vado a godere la sontuosa sua interpretazione di The You And Me That Used To Be tratta dall’omonimo premiato album RCA del 1971. Ho già le lacrime agli occhi. Una curiosità: oltre a Ray Nance, Al Cohn, Zoot Sims, Budd Johnson, Milt Hinton ed al piano Dave Frishberg (sorta di Woody Allen del jazz), alla batteria c’è un mio mito personale, Mel Lewis, di solito avvezzo a stili assai più moderni. Ma qui lietissimo di mettersi al servizio di un mito assoluto della musica americana: The Blues Singer.

Giunti a ‘sto punto ho bisogno di leggerezza gravida (non è ossimoro!). Quella di un grande gruppo poco conosciuto in Italia. Da Boston, Massachusetts. Si chiamano Lake Street Dive. Musicisti impeccabili. Armonie vocali finissime. Rachel Price, voce solista, da sideri intergalattici. Il loro EP Fun Machine del 2012 è una botta. E mi ascolto e riascolto la loro cover di I Want You Back dei Jackson Five. 

Oltre all’udito, vorrei pure gratificare la mia vista (assai indebolita). Domanda di rito: e che mi vedo, adesso? Io, al contrario dell’ottimo Brunetti, la televisione (del paleolitico) ce l’ho. Ma la uso per rispolverare la mia videoteca. Ed in occasione della riedizione in libreria de La Promessa di Friedrich Dürrenmatt, sono andato a rivedermi in dvd lo sceneggiato televisivo Rai del 1979. Regia di Alberto Negrin con splendido Rossano Brazzi nella parte del Commissario Matthäi (ben prima della versione hollywoodiana con Nicholson che fa… Jerry Black per la regia di Sean Penn) che investiga sull’assassino di una bambina. Niente male davvero.

Parlando, invece, proprio dell’ultimo (primo? Unico?) épos rimastoci (il calcio! E non sempre quello attuale) segnalo il bel libro di Renato Tavella, Sfida per la Vittoria. Al di là del richiamo al titolo (italiano) di un film di John Huston con Pelè, Bobby Moore, Osvaldo Ardiles (tutti campioni del mondo), Kazimierz Deyna (bronzo mondiale), Max von Sydow, Michael Caine e… Sylvester Stallone, narra delle passioni politiche (filopartigiane o filorepubblichine) di calciatori come Piero Rava, Eraldo Monzeglio, Dino Fiorini, Bruno Neri, Luigi Barbesino, Mario Pagotto e tanti altri.  Passando per personaggi come Meazza, Piola, Capitan Mazzola detto Tulèn e Guglielmo Gabetto. 

Del Grande Torino si parla partendo da Ernesto Egri Erbstein (di origini ebraiche, ma cattolico) e della sua fuga in pieno ’38-delle-leggi-razziste da Torino fino alla sua patria magiara (nel rocambolesco viaggio c’è pure un Ferenc Molnàr che non scrive di ragazzi della Via Pàl, fa pure lui l’allenatore e si presta ad uno scambio: Erbstein avrebbe allenato il Rotterdam di Molnàr e quest’ultimo il Torino). Viaggio (e scambio) a dir poco rocambolesco, con appoggio esterno del presidente granata Ferruccio Novo. In breve: Molnàr pur giunto nel nostro Paese va ad allenare la Fiorentina, non il Torino. Erbstein, il cui itinerario va liscio fino in Svizzera, inciampa in Germania (of course) alla frontiera con i Paesi Bassi, per concludere il mesto peregrinare (con figlie e moglie malata al seguito) a Budapest, dove lavorerà come operaio tessile di una ditta italiana.  E grazie a tale occasione incontrerà segretamente Novo e con lui metterà a punto la costruzione di un sogno calcistico stupefacente (“un tempo bellissimo, tutto sudato“, direbbe Ivano Fossati) che si infrangerà contro una montagna amica, goffamente distratta nella sua nebbia, in un giorno di maggio del ’49.

E un’altra storia che il libro tiene viva è quella di Árpád Weistz, illuminato tecnico anche lui di ascendenze ungaro-ebraiche, che dopo aver posto le basi per il successo di squadre come l’Ambrosiana (l’attuale Inter) e il Bologna venne stritolato tra le morse della Shoah non prima di essere stato vittima di un atto di scotomia mnestica nel ’39 in Piazza Maggiore. Da parte della tifoseria rossoblù durante i festeggiamenti per lo scudetto. Uno dei tanti effetti collaterali (neanche tanto) delle leggi di quel ’38 che Tavella, giustamente, chiama l’inizio della fine.

Per tenere il mio cerebro allenato sto leggendo anche Microcosmi di Claudio Magris, Tutti i fiumi vanno al mare di Elie Wiesel, L’Italia e le sue storie di John Foot. Rileggendo, invece, Questo è il blues. Autobiografia di un negro bianco di Mezz Mezzrow e Bernard Wolfe, Autobiografia del figlio cambiato di Andrea Camilleri e (mi capirete) La guida dei perplessi di Mosè Maimonide.

In più… prego. Alla maniera del preticello deriso di Giorgio Caproni: (…) non, come accomoda dire al mondo, perché Dio esiste: ma, come uso soffrire io, perché Dio esista. Questo carnevale dei ricordi mi porto dentro, alimentandolo, per trovarmi pronto a far nascere speranze ed umanità da queste macerie dell’anima. Quando potremo uscire di nuovo per strada e andare a scuola, al cinema, a teatro, ai concerti, in libreria, in pasticceria, al bar.

Avrei voluto parlarvi del mio essere un insegnante della Scuola Primaria, dei miei bambini che mi fanno sentire, con la didattica a distanza, vivo, utile e ancora giovane. Volevo parlarvi di mio figlio che segue i suoi studi universitari con le videolezioni e di mia figlia che fa lo stesso con la sua maturità scientifica. Della loro forza e delle loro ansie. Di mia madre, in trincea (fornelli et alter), a 85 anni suonati. Che fa occhi umidi all’udire alla radio di ogni suo coevo bergamasco, milanese, trevigiano o romano che muore lontano dagli occhi dei figli. 

John Hiatt

Volevo parlarvi di Amore, Toujour l’Amour di Giovanni Tommaso, dall’album Via G.T. con l’incompiuto di estrema compiutezza, Massimo Urbani al sax contralto. Di Jaco Pastorius e la sua Three Views of a Secret con Toots Thielemans. E dei National Health, di Howlin’ Wolf, dei Cowboy Junkies, dei Little Village, dell’ascoltato e riascoltato Rock of Ages di The Band, di Talking Timbuctu di Ali Farka Tourè e Ry Cooder, dei Living Colour, dei Japan, degli XTC (passione di mia figlia), dei Kokoroko (predilezione di mio figlio), dei Sex Pistols, di John Fahey, dei Pentangle, di Tony Fruscella e di Lennie Tristano. Ma ho un paio di videochiamate coi miei alunni da fare. E devo congedarmi da voi. 

Adesso vado a rimettere nel lettore Have a Little Faith in Me di John Hiatt. Colonna sonora perfetta per un’umanità ferita che vuole risorgere. E per non dimenticare quello che ci sta accadendo metto su pure Cortez The Killer di Neil Young dall’album Weld.

Non mi rimane che chiudere con un’immagine da La Promessa. Brazzi/Matthäi che, sotto una fitta pioggia serale, assiso su una sedia di un distributore di benzina, ormai rimbambito ed assente, proferisce a Raymond Pellegrin/Capo della Polizia venuto a rendergli tardo tributo de visu per le sue intuizioni investigative: “Aspettare. Bisogna sempre aspettare. Ed io aspetto“.

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