Jakko M. Jakszyk, Son of Glen

Francesco Caltagirone
4 minuti di lettura

JAKKO M. JAKSZYK
Son of Glen
Inside Out
***1/2 

Seconda chitarra dei King Crimson alla corte del regale Robert Fripp, Jakko M. Jakszyk (al secolo Michael Lee Curran) vanta una discografia proprietaria con lavori che nel corso degli anni hanno mostrato qualità notevoli, per musiche, canto e atmosfere. Penso ad album come The Bruised Romantic Glee Club o Secrets & Lies, che hanno sorpreso per profondità umana e suoni sontuosi. La musica del chitarrista inglese spazia fra echi di raffinato prog e bagliori provenienti da un’inequivocabile tappezzeria cremisi.

Uscito alla fine della primavera 2025, Son of Glen non tradisce le aspettative e può essere definito come un album consacrato alla chitarra. I testi hanno una rilevanza fondamentale e scavano nel vissuto di Jakko, nella lunga ricerca del padre naturale e nella difficile convivenza con l’educatore adottivo. Quest’opera non esisterebbe, com’è scritto nelle note, senza l’ispirazione della musa Louise Patricia Crane, presente fra le tracce con il suo intervento vocale e a sua volta autrice di un disco intitolato Deep Blue (2020), cui Jakszyk ha garantito affettuoso contributo e dove, insieme a lui, ha presenziato Ian Anderson.

Quasi parallelo al lavoro, l’artista inglese ha pubblicato un libro che riflette sulle meditazioni e sulle considerazioni riscontrabili fra le tracce. In un percorso fatto di salvezze e di naufragi esistenziali scongiurati, Jakszyk indaga la sua anima tormentata scavando nel passato e traducendo ansie e speranze nel linguaggio espressivo della sua voce e della fulminante chitarra. Oltre a tale strumento, egli si cimenta anche con le tastiere e con il whistle, usando con sapienza le utilità del programming. Ode to Ballina è una melodia malinconica accarezzata dal violoncello e già con Somewhere Between Then and Now, introdotta da sottili accordi di chitarra (e sostenuta dal basso del figlio Django), filtra lo sconsolato dolore per la perdita di un giovanissimo amico. Un’epigrafe d’amore entro una spietata clessidra di tempo che esaurisce troppo presto il suo contenuto, accanto a una chitarra lucente e un tempo a ritroso.

Con How Did I Let You Get So Old il groviglio di emozioni, memorie e resistenze avviluppa l’autore e ancora una volta la chiusa strumentale riporta ai fasti della fucina di Fripp. The Kiss Never Lies procede fra tocchi arcadici sulle corde. Si pensa a Greg Lake, in un pezzo appassionato e focoso, con un’elettrica finale scolpita nelle corde dorate del Re. Rientra completamente nell’area progressive I Told You So, pezzo fragoroso fra uscite di corde folgoranti. Come gli accordi trasversali di (Get a) Proper Job, autentico impressionismo sonoro. La title-track è il gioiello dell’album. Inizia con un perforante giro di acustica e pone il sigillo con un finale di chitarra elettrica lancinante; rotola come un carro di fuoco su una discesa e conclude un’opera degnissima di laudative note, da scandagliare nelle sue liriche non meno che nei prelibati suoni.

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