E continuiamo a perdere pezzi di memoria e di jazz creativo. Piangevamo da poco la morte dello straordinario Ralph Towner, ed ecco arrivare la notizia della scomparsa di Michel Portal. A 90 anni. Clarinettista, sopranista e, all’occorrenza, bandoneonista francese. O meglio, della regione basca del Labourd, più precisamente di Bayonne, Nuova Aquitania. E questo ne forgerà intelligenza e carattere.

Di eccelse doti tecniche — affinate dapprima sulle pagine di Mozart, Brahms, Schumann, Debussy, Bartok, Berg e Poulenc — le metterà a disposizione delle nuove personalità della neue musik darmstadtiana, come Luciano Berio, Pierre Boulez, Karlheinz Stockhausen e Mauricio Kagel. Fin quando non inciampò nel jazz, ma vivendolo con una sensibilità assolutamente europea. Cioè spesso rifuggente gli schemi armonici, melodici e ritmici di matrice americana. Questo lo ha elevato a figura centrale del panorama jazzistico del Vecchio Continente, proprio per la sua innata attitudine basca all’indipendenza e all’identità non-appartenente. Pervicacemente equidistante tanto dal free, spesso di matrice afroamericana, quanto dal radicalismo europeo (che aveva nei Peter Brötzmann, negli Evan Parker, nei Willem Breuker e nei Derek Bailey le sue stelle polari) pur permanendo nelle zone limitrofe di quel ribollente calderone, comincerà il proprio cammino jazzistico con un’icona del free storico, Sunny Murray, batterista delle incisioni più significative di Albert Ayler. Con lui diede vita a un gruppo dalle astratte trame piene di riferimenti popular, completato da Bernard Vitet alla tromba e Francois Tusques al piano.
Base ottimale, siamo nel 1969, per varare il progetto New PhonicArt col pianista e organista Carlos Roqué Alsina, il percussionista Jean-Pierre Drouet (anche lui con un passato nella neue musik) e il trombonista Vinko Globokar, coi quali riuscì a dare sfogo creativo tanto alla sua anima avant-garde quanto a un montante amore per i grandi della swing era e del be bop. I suoi vari gruppi, tutti con l’identitario trademark di Michel Portal Unit, dai primi anni Settanta vedranno sfilare contrabbassisti come Beb Guerin, J. F. Jenny-Clark e Léon Francioli, batteristi/percussionisti come Bernard Lubat, il succitato Drouet, Pierre Favre e Daniel Humair, cantanti come Tamia e persino fisarmonicisti come Richard Galliano. Tutte formazioni dove era prassi consolidata la coesistenza di free improvisation e raffinata ricerca melodica. Famose resteranno le sue collaborazioni con la crema dei musicisti europei e americani, come John Surman, Steve Lacy, Aldo Romano, Dave Liebman, Albert Mangelsdorff, Han Bennink, Barre Phillips e Stu Martin.

Col già menzionato Lubat — batterista e pianista di rare qualità — porterà in giro per l’Europa degli happening musicali in cui gag alla Jacques Tati, teatro dell’assurdo e fittissime trame musicali facevano unicum, divertente e dinamitardo. Altre collaborazioni importanti sono state quella, in trio, col contrabbassista Bruno Chevillon e Humair, nonché quella, in quintetto, con l’altro clarinettista-sassofonista francese di respiro internazionale, ossia Louis Sclavis, sodalizio (specie dal vivo) in cui lirismi scoscesi, creatività timbrica e ritmi estatici di radice africana la facevano da padrone. Così come restano memorabili sia quella con l’altra gloria del jazz d’oltralpe, il tentacolare pianista Martial Solal, all’insegna di un estro pieno di classe e di un virtuosismo mai fine a sé stesso, che quella con il fisarmonicista sopra menzionato, Richard Galliano, grazie al quale raggiungerà una popolarità a lui sconosciuta, realizzando a quattro mani l’album Blow Up (1996), gioco di rimpiattini e seduzioni d’inesauribile fascino, al quale va aggiunto Concerts (2004).
Ma lo vedranno febbrilmente attivo anche il cinema, per il quale comporrà alcune colonne sonore e tramite cui ci farà dono dello splendido Musiques de Cinemas (Déjouées avec des Amis Jazzmen) del 1995, e la danza, sottolineando coi suoi imprevedibili arabeschi le evoluzioni e gli aerei disegni di ballerine come la leggiadra Carolyn Carlson, e realizzando un disco — Baïlador (2010) — nel quale indaga sulla fascinazione tersicorea del ritmo grazie alla presenza di Ambrose Akinmusire, Lionel Loueke, Bojan Z, Scott Colley e Jack DeJohnette.

Altra testimonianza del suo onnivoro ricercare sono indubbiamente i due dischi — Minneapolis (2000) e Minneapolis We Insist! (2002) — incisi con musicisti di estrazione funk che avevano collaborato con Prince, con l’aggiunta di Vernon Reid (chitarrista dei Living Colour) e del tastierista britannico Tony Hymas. Tra i suoi album, restano indimenticabili, oltre a quelli citati, l’esordio Our Meanings and Our Feelings (1969), in cui suona il sax contralto e l’amato clarinetto basso; Alors!!!(1970), il capolavoro Turbulence (1987) e due sue preziose collaborazioni, a Il piacere (1979) di Aldo Romano e Remembering Weather Report (2009) di Miroslav Vitous. Ci mancherà: ci sta già mancando.


