Non so di chi sia stata l’idea, anche se un sospetto ce l’ho, ma mettere insieme un trio per portare in giro per l’Italia le canzoni di Jeffrey Foucault è stata la scelta giusta al momento giusto. Jeffrey Foucault è un songwriter americano da strade secondarie, impegnato in musica da diverso tempo con uno stile asciutto ed essenziale, in linea con ballate narrative oscure e introspettive, caratterizzate da personaggi “persi”, che alterna scarne canzoni d’amore a quel folk-rock di strada che è il verbo dei tanti parenti di Dylan. Si accompagna con la sua vecchia Gibson J45 in un finger-style di buona tecnica e canta con una voce che in più di un momento rammenta quella di Steve Earle.
Potrebbe essere il solito folksinger solitario di cui si ammira la coerenza e l’onestà esecutiva, ma che, pur bravo, dopo nemmeno un’ora di esibizione invoglia a guardare l’orologio, se non fosse che la trovata (in questo mini tour italiano conclusosi sul palco del Joshua Blues Club di Como, locale resistente nel difendere la buona musica indipendente) di affiancargli un altro chitarrista, Ry Cavanaugh, proveniente dalla Session Americana, e uno dei fondatori dei Calexico ovvero il batterista John Convertino, è parsa geniale per dare lustro alle canzoni di Foucault e vivacizzare un set che ha trasformato il 18 marzo in una piccola festa tra amici e musicisti.
Locale affollato in giusta misura, pubblico attento e curioso tra cui molti habituè di questo tipo di incontri, atmosfera calda e conviviale per un set che ha sorpreso tutti per via di come gli stilemi di una classica canzone d’autore si siano poi evoluti in qualcosa di diverso e dinamico grazie all’eccentricità del sound creato dal trio, alimentato con schegge di rock desertico, scampoli rockabilly, un blues stralunato fuso con uno sfilacciato folk-rock urbano.
Se Jeffrey Foucault ha tenuto la scena con le sue ballate tinte d’asfalto e la sua voce convincente (ho riconosciuto Crushed Ice and Gasoline, Des Moines, Solo Modelo, Woodsmoke, How To Cry), Ry Cavanaugh, da parte sua, con un’ imitazione della Jaguar, la chitarra usata da Tom Verlaine nei Television, ha spettinato in senso rock il songbook dell’autore, portandolo su una strada che non aveva mai del tutto conosciuto, scombinando quindi le carte. Cavanaugh si è preso pure il tempo di cantarne qualcuna, One Skinner e Carillon, ad esempio, e, memore di aver avuto come concittadini (la Session Americana è di Boston) gli indimenticabili Morphine, si lanciava in una versione della loro Cure for Pain.
Dietro loro due, John Convertino faceva spettacolo a sé, spezzando e ricomponendo il ritmo, sfumando jazz, lavorando più sul rullante che sulla gran cassa, percuotendo con le maracas, creando controtempi che avevano come risultato quello di dare alle canzoni colorazioni inaspettate, portando il folk-rock urbano di Foucault (e non poteva mancare una cover di Dylan, la scelta è caduta su Senor) nei territori caldi del Sud-Ovest.
L’insieme ha funzionato eccome e chi era venuto al Joshua Club per bersi una birra ed ascoltarsi un po di canzoni su quell’America che oggi sembra cancellata dall’idiozia di chi la governa, si è trovato coinvolto in un vero concerto rock’n’roll, informale, inaspettato, schietto e simpatico. Un vero mercoledì da leoni, mansueti.


