JESSE WELLES
Pilgrim
Jesse Welles
****

Ce ne siamo occupati appena pochi mesi fa, in occasione dell’uscita di Middle, ottimo disco che seguiva di poco l’uscita di Patchwork: Jesse Welles è assolutamente uno dei personaggi più in vista nel panorama del cantautorato americano, nel frattempo riuscito a piazzare un triplo acustico (Under The Powerlines) composto da brani originali e cover. Ora, eccolo di nuovo qui con Pilgrim, prodotto con gusto da Eddie Spear (stretto collaboratore di Jack White) e composto da una decina di canzoni nuove o quasi (la title-track era uscita come singolo un anno fa).
Welles è un artista poliedrico, prolifico almeno quanto il Bob Dylan del periodo 1962/1966, che per certi versi sembra essere il suo punto di riferimento. L’impostazione del Welles odierno è infatti dominata dalle composizioni per chitarra e voce, spesso caratterizzate da testi senza peli sulla lingua riguardo alla politica del suo paese: basti pensare che, in contemporanea all’uscita di Pilgrim, Donald Trump ha lanciato il suo attacco all’Iran e subito Welles ha caricato su Instagram una instant song intitolata Sometimes You Bomb Iran, e pochi giorni dopo la gemella War Isn’t Murder.
La nuova dimensione di Welles risulta convincente come non mai e i risultati vanno ben oltre quelli conseguiti nel decennio scorso sotto vari moniker: dopo la breve We’re All Gonna Die, intima e appena ravvivata dalla presenza di un violino e un’armonica, il disco decolla con Change Is In The Air, arrangiata con una sezione d’archi per nulla pesante e con un tocco di elettrica. Forever, Whatever non è da meno, arrangiamento azzeccatissimo con una bella chitarra elettrica: purtroppo non ci sono note di copertina a spiegare chi accompagni Welles in questa fatica, ma nel brano sentiamo pedal steel e pianoforte, l’armonica e una sezione ritmica in punta di piedi.
Il disco prosegue con Gilgamesh, sottolineata dal violino, poi tocca alla title-track, dalla struttura drammatica, con assolo di acustica, archi e percussioni. In Far From Home compare la bella voce di Sierra Ferrell, che dona un tocco in più alla struttura folkie del brano e alla sua slide acustica, mentre l’ironica e troppo breve Philantropist può invece contare sul magico tocco della chitarra di Billy Strings. Will The Computer Love The Sunset presenta un arrangiamento in cui fa capolino la tromba, GTFOH è più energica ma anche meno impressionante.
Significativo il fatto che Grapes Of Wrath tragga il titolo dal celebre libro di John Steinbeck, con Welles a chiedersi, nel ritornello, se valga la pena spremere il succo dell’ira dai grappoli d’uva. In chiusura troviamo la lunga e onirica Wild Onions, con reminiscenze di talking blues e suggestive immagini letterarie che confermano la statura di Welles come autore di testi.
Quando leggerete queste righe, si sarà già esibito ai festival di Newport e Edmonton, nonché in una serie di altre date quasi tutte sold out (tra poco calcherà il palco della 40esima edizione del Farm Aid). Da lui, sembra, dobbiamo attenderci ancora grandi cose.


