Jesse Welles, Pilgrim

4 minuti di lettura

JESSE WELLES
Pilgrim
Jesse Welles
****

Ce ne siamo occupati appena pochi mesi fa, in occasione dell’uscita di Middle, ottimo disco che seguiva di poco l’uscita di Patchwork: Jesse Welles è assolutamente uno dei personaggi più in vista nel panorama del cantautorato americano, nel frattempo riuscito a piazzare un triplo acustico (Under The Powerlines) composto da brani originali e cover. Ora, eccolo di nuovo qui con Pilgrim, prodotto con gusto da Eddie Spear (stretto collaboratore di Jack White) e composto da una decina di canzoni nuove o quasi (la title-track era uscita come singolo un anno fa).

Welles è un artista poliedrico, prolifico almeno quanto il Bob Dylan del periodo 1962/1966, che per certi versi sembra essere il suo punto di riferimento. L’impostazione del Welles odierno è infatti dominata dalle composizioni per chitarra e voce, spesso caratterizzate da testi senza peli sulla lingua riguardo alla politica del suo paese: basti pensare che, in contemporanea all’uscita di Pilgrim, Donald Trump ha lanciato il suo attacco all’Iran e subito Welles ha caricato su Instagram una instant song intitolata Sometimes You Bomb Iran, e pochi giorni dopo la gemella War Isn’t Murder.

La nuova dimensione di Welles risulta convincente come non mai e i risultati vanno ben oltre quelli conseguiti nel decennio scorso sotto vari moniker: dopo la breve We’re All Gonna Die, intima e appena ravvivata dalla presenza di un violino e un’armonica, il disco decolla con Change Is In The Air, arrangiata con una sezione d’archi per nulla pesante e con un tocco di elettrica. Forever, Whatever non è da meno, arrangiamento azzeccatissimo con una bella chitarra elettrica: purtroppo non ci sono note di copertina a spiegare chi accompagni Welles in questa fatica, ma nel brano sentiamo pedal steel e pianoforte, l’armonica e una sezione ritmica in punta di piedi.

Il disco prosegue con Gilgamesh, sottolineata dal violino, poi tocca alla title-track, dalla struttura drammatica, con assolo di acustica, archi e percussioni. In Far From Home compare la bella voce di Sierra Ferrell, che dona un tocco in più alla struttura folkie del brano e alla sua slide acustica, mentre l’ironica e troppo breve Philantropist può invece contare sul magico tocco della chitarra di Billy Strings. Will The Computer Love The Sunset presenta un arrangiamento in cui fa capolino la tromba, GTFOH è più energica ma anche meno impressionante.

Significativo il fatto che Grapes Of Wrath tragga il titolo dal celebre libro di John Steinbeck, con Welles a chiedersi, nel ritornello, se valga la pena spremere il succo dell’ira dai grappoli d’uva. In chiusura troviamo la lunga e onirica Wild Onions, con reminiscenze di talking blues e suggestive immagini letterarie che confermano la statura di Welles come autore di testi.

Quando leggerete queste righe, si sarà già esibito ai festival di Newport e Edmonton, nonché in una serie di altre date quasi tutte sold out (tra poco calcherà il palco della 40esima edizione del Farm Aid). Da lui, sembra, dobbiamo attenderci ancora grandi cose.

Condividi questo articolo