Joanne Shaw Taylor live a Milano, 10/2/2026

Sofia Virginia Raccio
6 minuti di lettura

Esistono artisti per i quali affrontare il rituale del martedì sera milanese — trenta minuti di caccia al tesoro per un parcheggio e una maratona sotto la pioggia verso il Legend — non è un sacrificio, ma un investimento. Joanne Shaw Taylor è esattamente una di questi. La musicista britannica, che Dave Stewart degli Eurythmics ebbe il colpo di fulmine di notare a soli sedici anni, sa bene come ingraziarsi una platea: se entri in scena sulle note di Gimme Shelter, hai già vinto in partenza. Imbracciata la chitarra, Joanne scarica subito il riff di In the Mood (Reckless Heart, 2019), un blues dalle venature rock che è ormai il suo marchio di fabbrica. Il Legend, purtroppo, fatica a contenere la potenza sonora della band, dove Shane Sanders (chitarra ritmica), Christopher Alexander (basso) e Katelyinn Corll (percussioni e cori) e l’aggiunta delle tastiere tessono una trama fitta a supporto della leader.

La Taylor non perde tempo e incendia la sua Telecaster con assoli dai toni chiusi e graffianti, passando senza sosta a Hell of a Good Time, estratto dal suo acclamato e recente decimo lavoro in studio Black & Gold (2025). È un mix eclettico che fonde blues-rock, soul e Americana, figlio della produzione di Kevin Shirley. Poco dopo, con Sweet ‘Lil Lies (da Heavy Blues, 2024), ci regala un assolo letteralmente incandescente che fa esplodere il quasi sold out del locale in un applauso elettrico. Tra un brano e l’altro, Joanne rompe il ghiaccio con una schiettezza disarmante. «Le mie scuse, ma il mio italiano è… come dite in italiano ‘Shit’?» ha chiesto al microfono, imparando seduta stante un termine nuovo che la folla le ha suggerito con entusiasmo. «In mia difesa, il mio inglese è anch’esso pessimo, ero piuttosto occupata a imparare a suonare la chitarra e cantare» ha aggiunto con un’ironia che ha conquistato tutti.

Non è mancato il momento promozionale, virato in commedia: ha caldamente consigliato il merchandising, in particolare le magliette con il muso del suo cane Hanks. «Volevo farlo perché mi deve 5 mila dollari: ha ingoiato una pallina di plastica. Il vostro contributo è ben accetto» ha scherzato, prima di tornare seria per ringraziare il pubblico e introdurre un brano prodotto dall’amico Joe Bonamassa. «Non so se lo conoscete?» ha chiesto sorniona, ricevendo come risposta un boato. YOU KNOW WHO HE IS! ha esclamato sorridendo, lanciandosi in una splendida cover dei Fabulous Thunderbirds, Two Time My Lovin’ ( Tuff Enuff, 1986). Prima, però, una lezione di vita: citando il testo Second hand love is better than none («un amore di seconda mano è meglio di niente»), ha sentenziato che l’amore di seconda mano è solo bullshit e che ci si merita di meglio. Il suo consiglio? «Se scoprite che l’altra persona vi sta tradendo, lasciatela e adottate un cane. Io ho fatto così!».

Il concerto ha poi scavato nel passato: il riff country pulito di Dying To Know (da Wild, 2016) è stato progressivamente sporcato da un overdrive ruggente, arricchito dagli incisi alla slide di Sanders. Con Wicked Soul (The Dirty Truth, 2014), il ritmo è rallentato tra soul e blues, regalando un assolo da brividi con note lunghe e vibranti che hanno ammutolito il Legend. Merito anche dei due amplificatori Fender Bassman, capaci di dare un suono corposo e tondo che bilanciava perfettamente l’acidità della Telecaster.

Dopo aver presentato Grayer Shade Of Blue — un brano toccante nato per elaborare la fine improvvisa di un’amicizia lunga quindici anni — la tensione è risalita con Look What I’ve Become, dove il duello tra tastiera e chitarra ha dimostrato come certi pezzi guadagnino una marcia in più dal vivo. C’è stato spazio anche per una raffinata Summertime (da Wild), prima di chiudere in bellezza con la grinta di Wanna Be My Lover, i cori impeccabili di Katelyinn Corll su Wild Is The Wind e l’overture di tastiere di Black Magic. Il finale ufficiale è stato affidato a Watch ‘Em Burn, dal debutto White Sugar. Per il bis, Joanne ha salutato Milano con l’augurio di tornare l’anno prossimo, lasciando che la band chiudesse i giochi con una jam session guidata da Shane Sanders sulle note di Stop Messin’ Round (The Blues Album, 2021).

Martedì 10 febbraio, il pubblico milanese è tornato a casa con il riverbero di un’ora e mezza di ottimo blues rock e l’eco di Gimme Shelter nelle orecchie. Un concerto che ha confermato come Joanne Shaw Taylor non sia solo una “guitar hero”, ma una narratrice che sa trasformare i cocci di un cuore infranto (o le fatture del veterinario) in musica purissima.

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