John Wilkes, Hope in My Chest, Fire in My Throat

Francesco Caltagirone
4 minuti di lettura
Foto © John Wilkes Bandcamp

JOHN WILKES
Hope in My Chest, Fire in My Throat
DL, Frontline 
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Sulla linea dei Bert Jansch, Ralph McTell, con qualche scossa del miglior John Martyn, si attesta questo songwriter della Londra sudorientale. Proveniente da Coventry, un pugno di dischi di valore, un’acustica suonata nel fulgore del fingerpicking, una voce roca e appena sporca, si lancia in pregevoli ballate dove l’impegno sociale, lo slalom fra le traversie di vita, le topical song hanno lentamente cresciuto una figura che ci sembra avere un programma lungimirante, sia in termini musicali sia in quelli più squisitamente umani.

Già busker, John Wilkes si è creato quella scorza dura che contraddistingue i cantori da metropolitana, occhi spalancati sul mondo e confidenza con le stelle. Arpeggi lucenti, un timbro appena impolverato, un difficoltoso vissuto che ha temprato le sue convincenti composizioni. «Nessuno verrà a salvarti» è il suo biglietto di presentazione, a conferma di una lotta ad armi pari con i conflitti dell’esistenza. Il suo gruppo definito anarchico-acustico si esibiva con sconvolgimento dei presenti al 12 Bar di Denmark Street, poi John si trasferì a Parigi, in un ambiente dove la tensione cedeva alla rilassatezza.

Le sue canzoni parlano di drammi quotidiani come la prematura morte della madre nell’inferno del Covid. Wilkes è uno che ha sempre alzato il capo, lancia in resta; ha superato anche un incidente alla mano sinistra, passando per necessità dalla chitarra al pianoforte, momento evidenziato da un album ben considerato come Japanese Elvis (al momento solo digitale, come tutti i suoi gemelli). Ha goduto di recensioni incensanti e i testi delle sue più che pregevoli canzoni guardano alla fuga, al porsi comunque controcorrente. Ascoltiamo con molta curiosità e piacevolezza le sue creazioni che non trascurano umorismo e denuncia sociale. Si salva tutto, grazie a una coerenza tematica e temperamentale.

Hope in My Chest, Fire in My Throat inizia con Seven Gypsies, racconto d’una donna di famiglia improvvisamente fuggita con gli zingari, in un incrocio occidente-oriente con i suoni sornioni del sarangi. La ricordiamo da parte dei Dubliners, Pogues, e dal bravo cantante scozzese Robin Laing. Traditional Style guarda al nonno e alla classe operaia, fregiandosi di acute trovate fra le corde. Hares on the Mountain è un pezzo di perdita affettiva, The Lowlands of Holland ricorda un naufragio (ovvero un sogno che si inabissa), Hard Times of Old England (con i suoi brillanti giri) è un invito a non arrendersi nell’idea di mutare il mondo. Bellissimo il duetto con Caroline Something per House Carpenter, con un ulteriore avvicinamento all’Oriente.

Un piccolo smeraldo, questo album che presenta altre composizioni da gustare e tenere dentro. Un songwriter di grande sensibilità, disinvolto in ogni genere musicale, un balladeer di tutto rispetto. Ottime vibrazioni giungono da parte di un folkie che guarda lontano.

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